Paolo Cugini
Pensate
che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione.
D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre
contro due e due contro tre
(Lc 12,51).
Ci
sono notti in cui il silenzio non concede riparo. Si spengono le voci della
giornata, si allontanano le occupazioni, e rimane una domanda che non si lascia
addormentare: da quale parte stiamo? Il Vangelo, ascoltato davvero, conduce fin
qui. Non si limita a consolare la nostra stanchezza, non diventa una coperta da
tirare sopra le contraddizioni. A un certo punto ci chiede di uscire allo
scoperto. Chi lo sceglie prende posizione: dalla parte dei poveri, degli
esclusi, di chi attende sulla soglia mentre altri occupano tutte le stanze.
Prima,
però, viene il tempo dell’ascolto. Il discepolo e la discepola sostano davanti
alla Parola come davanti a una piccola lampada accesa nella notte. Non tutto è
chiaro, non tutto si comprende subito. Occorre lasciare che il Vangelo entri
nei pensieri, attraversi le abitudini, raggiunga quelle zone interiori dove
custodiamo le nostre difese. Ascoltare, riflettere, assimilare: non sono modi
per rinviare la vita, ma il lavoro paziente attraverso il quale una parola
ricevuta diventa coscienza. Le scelte maturano anche nel silenzio, lontano
dall’urgenza di dimostrare qualcosa.
Poi
arriva un’ora diversa. La domanda non riguarda più soltanto ciò che abbiamo
capito, ma ciò che siamo disposti a fare. Non si può continuare a osservare
tutto dall’alto di un muro, al riparo dalle conseguenze. Davanti a una persona
esclusa, a una povertà che preferiremmo non vedere, a una dignità lasciata
fuori dalla porta, anche il rinvio diventa una scelta. Il Vangelo ci raggiunge
proprio lì, nel punto in cui vorremmo conservare insieme la convinzione e la
comodità. Ci domanda un passo concreto, senza prometterci che sarà indolore.
È
spesso allora che cominciano i problemi. Finché la fede rimane un discorso, può
convivere senza attrito con molte abitudini. Quando diventa una decisione,
modifica gli equilibri: cambia il modo di usare il tempo, di abitare le
relazioni, di riconoscere chi merita attenzione. Le persone che ci sono vicine
possono non comprendere, sentirsi interrogate, desiderare che tutto ritorni
come prima. Una scelta compiuta in nome del Vangelo può attraversare la casa
come una luce accesa troppo tardi: rende visibile qualcosa che qualcuno avrebbe
preferito lasciare nell’ombra.
Ma
quella luce non ci autorizza a forzare il cammino degli altri. I familiari, gli
amici, i conoscenti non sono tenuti a entrare nella nostra stessa strada perché
noi abbiamo deciso di percorrerla. Il Vangelo esige libertà, maturazione,
coscienza personale. Non possiamo chiedere rispetto per la nostra scelta e
negare agli altri il tempo necessario per la loro. Testimoniare non significa
impadronirsi di una coscienza: significa rendere leggibile, nella propria vita,
ciò che si è riconosciuto come vero, lasciando all’altro lo spazio per
accoglierlo, discuterlo o non condividerlo.
Per
questo possono nascere tensioni, divisioni, perfino inimicizie. Talvolta le
fratture diventano profonde e i rapporti si interrompono. Non c’è da gioire di
una rottura, né da considerarla una prova automatica della propria fedeltà. Il
dolore degli affetti non rende più autentica una scelta soltanto perché la
accompagna. Eppure, non tutto ciò che turba una relazione è necessariamente
privo di fecondità. Una decisione radicale può interrompere un consenso
apparente, far emergere domande rimaste sepolte, invitare chi ci sta accanto a
riflettere. La tensione non è lo scopo: può essere una conseguenza che chiede
cura, pazienza e verità.
Si
tratta, allora, di discernere ogni giorno. Non di rompere per il gusto di
rompere, non di confondere la durezza con il coraggio, non di usare il Vangelo
per dare una veste solenne alle proprie ostinazioni. Occorre domandarsi se ciò
che scegliamo apre davvero uno spazio ai poveri e agli esclusi, se custodisce
la libertà delle persone, se nasce dall’amore o dal bisogno di avere ragione.
Nella notte queste domande pesano di più, perché vengono meno gli applausi e le
giustificazioni facili. Rimane la responsabilità di un gesto, di una parola, di
un silenzio.
Nessuno
dovrebbe portare da solo questo peso. La comunità dei fratelli e delle sorelle
che condividono il Vangelo è il luogo in cui le scelte possono maturare, essere
messe alla prova, trovare sostegno e, quando occorre, correzione. Non una
stanza chiusa nella quale ripetersi che gli altri sbagliano, ma una casa dove
imparare insieme la fedeltà. Qui si può raccontare la fatica senza
vergognarsene, riconoscere un’incertezza, chiedere aiuto. Quando la pressione
esterna diventa quasi insopportabile, la presenza di qualcuno che ascolta e
cammina accanto impedisce alla resistenza di trasformarsi in isolamento.
In
questo cammino risuona l’invito dell’autore della Lettera agli Ebrei:
attraversare la storia con lo sguardo fisso su Gesù. Non per distogliere gli
occhi da ciò che accade, ma per non perdere, dentro ciò che accade, la
direzione dell’amore. Il Crocifisso diventa il segno di un amore immenso, che
non si arresta davanti alla difficoltà e non risponde al rifiuto rinunciando ad
amare. Guardarlo significa ricordare che la fedeltà non coincide con la
vittoria sugli altri e che restare dalla parte degli esclusi non richiede di
chiudere il cuore a chi non comprende.
La
notte, forse, non finisce subito. Alcune incomprensioni rimangono, certe
distanze non si ricompongono quando vorremmo. Ma una piccola luce basta a
rendere visibile il passo successivo. Il Vangelo non ci chiede di possedere
tutta la strada: ci chiede di non sottrarci al tratto che oggi possiamo
percorrere. Con la libertà di chi non costringe, con la fermezza di chi non si
nasconde, con il sostegno di una comunità e gli occhi rivolti a Gesù. Dalla
parte dei poveri e degli esclusi, là dove l’amore smette di essere soltanto una
parola e comincia a prendere corpo.

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