Paolo Cugini
Guai a voi, farisei, che pagate la
decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la
giustizia e l’amore di Dio
(Lc 11,42).
Ci
sono notti in cui le parole consuete perdono il loro rivestimento e mostrano
ciò che nascondono. Nel silenzio, anche la parola religione si lascia
interrogare. Nata come cura del legame con Dio, come desiderio di non smarrire
il mistero, può trasformarsi lentamente nel suo contrario: un apparato che
custodisce se stesso, moltiplica le regole e finisce per oscurare proprio ciò
che avrebbe dovuto rendere visibile.
Il
problema non è il desiderio umano di Dio. Il problema comincia quando quel
desiderio viene amministrato, classificato e sorvegliato; quando l’essenziale
arretra e la superficie occupa tutto lo spazio. Allora l’obiettivo non è più la
relazione, ma l’osservanza; non più la trasformazione del cuore, ma la
conformità del comportamento. La norma, da strumento possibile, diventa un
assoluto. E l’attenzione ossessiva al precetto sostituisce la responsabilità
della coscienza. Con il passare del tempo, ciò che era nato per orientare può
diventare un reticolo. Ogni passaggio viene regolato, ogni differenza misurata,
ogni libertà sospettata. La religione istituzionale rischia così di presentarsi
come l’unica porta d’accesso al divino e di affidarne le chiavi a una classe di
mediatori. Il sacerdote non è più soltanto colui che accompagna, ma colui senza
il quale, si lascia intendere, la soglia non può essere attraversata.
Qui
si annida il grande sotterfugio: persuadere le persone che Dio sia lontano e
che soltanto un sistema autorizzato possa renderlo vicino. È un inganno che
agisce come un maleficio, perché rovescia i valori. La fiducia diventa
dipendenza, l’obbedienza diventa rinuncia, la coscienza viene sostituita dal
permesso. Invece di liberare, il sacro incatena; invece di guarire, riempie di
colpa. Si finisce per temere Dio proprio nel luogo in cui si era entrati per
cercarlo.
Nei
dialoghi polemici con farisei, scribi, sommi sacerdoti e capi religiosi, Gesù
entra nel cuore di questo meccanismo. Non discute soltanto singole
prescrizioni: smaschera la pretesa di possedere Dio attraverso di esse. Mostra
che una pratica religiosa può apparire irreprensibile e, nello stesso tempo,
tradire la giustizia, la misericordia e la fedeltà. È l’ipocrisia più profonda:
onorare il nome di Dio mentre si opprime l’essere umano. Il suo annuncio
ferisce il sistema perché rende superflua la sua pretesa di esclusività. Il
cammino verso Dio non passa anzitutto attraverso mediatori, codici e precetti,
ma attraverso la giustizia e l’amore. Non domanda l’umiliazione della
coscienza, bensì la sua maturazione. Non consegna l’anima a un custode, ma la
espone alla responsabilità dell’incontro. Per questo lo smascheramento fa male:
non corregge la religione ai margini, la raggiunge nel suo centro, là dove il
servizio si è trasformato in potere.
Ogni
sistema di controllo ha bisogno di somiglianze. Elabora principi e precetti non
soltanto per orientare, ma per omologare: stabilisce un modello, assegna i
confini, cancella ciò che non riesce a gestire. La diversità inquieta perché
non si lascia prevedere; una vita singolare non entra docilmente negli schemi.
Per questo l’istituzione tende a chiamare deviazione ciò che potrebbe essere,
invece, una forma inattesa della presenza di Dio.
Lo
stile di Gesù procede nella direzione opposta. Egli incontra persone concrete,
non categorie; riconosce volti, storie, ferite e possibilità. Non riduce la
pluralità a un difetto da correggere, ma la accoglie come il luogo in cui il
mistero può manifestarsi. La diversità non è un ostacolo all’unità: è il segno
che Dio non si lascia imprigionare in una sola forma, in una sola lingua, in
una sola appartenenza. Entrare nel cammino mostrato da Gesù significa allora
compiere un esodo: uscire dal mondo della religione quando esso pretende di
sostituirsi a Dio, abbandonare le sue costrizioni e il suo linguaggio di paura.
Non si tratta di approdare al vuoto, ma a una relazione più esigente perché più
libera: una relazione diretta con il mistero manifestato nella persona di Gesù,
nella quale nessuno può vivere al posto di un altro e nessuna norma può
dispensare dall’amore.
La
notte, a questo punto, non è soltanto oscurità. È il tempo in cui si spengono
le luci artificiali dell’apparato e gli occhi imparano lentamente a vedere.
Fuori dal recinto, la fede non ha più la sicurezza delle mappe già tracciate.
Ha però il respiro della libertà, il rischio della responsabilità e la luce
discreta di un amore che non controlla. Forse è proprio lì, quando la religione
tace e l’essere umano smette di avere paura, che il divino torna finalmente
vicino.

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