mercoledì 14 ottobre 2026

Quando il sacro diventa gabbia

 



Paolo Cugini

 

 

Guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio (Lc 11,42).

Ci sono notti in cui le parole consuete perdono il loro rivestimento e mostrano ciò che nascondono. Nel silenzio, anche la parola religione si lascia interrogare. Nata come cura del legame con Dio, come desiderio di non smarrire il mistero, può trasformarsi lentamente nel suo contrario: un apparato che custodisce se stesso, moltiplica le regole e finisce per oscurare proprio ciò che avrebbe dovuto rendere visibile.

Il problema non è il desiderio umano di Dio. Il problema comincia quando quel desiderio viene amministrato, classificato e sorvegliato; quando l’essenziale arretra e la superficie occupa tutto lo spazio. Allora l’obiettivo non è più la relazione, ma l’osservanza; non più la trasformazione del cuore, ma la conformità del comportamento. La norma, da strumento possibile, diventa un assoluto. E l’attenzione ossessiva al precetto sostituisce la responsabilità della coscienza. Con il passare del tempo, ciò che era nato per orientare può diventare un reticolo. Ogni passaggio viene regolato, ogni differenza misurata, ogni libertà sospettata. La religione istituzionale rischia così di presentarsi come l’unica porta d’accesso al divino e di affidarne le chiavi a una classe di mediatori. Il sacerdote non è più soltanto colui che accompagna, ma colui senza il quale, si lascia intendere, la soglia non può essere attraversata.

Qui si annida il grande sotterfugio: persuadere le persone che Dio sia lontano e che soltanto un sistema autorizzato possa renderlo vicino. È un inganno che agisce come un maleficio, perché rovescia i valori. La fiducia diventa dipendenza, l’obbedienza diventa rinuncia, la coscienza viene sostituita dal permesso. Invece di liberare, il sacro incatena; invece di guarire, riempie di colpa. Si finisce per temere Dio proprio nel luogo in cui si era entrati per cercarlo.

Nei dialoghi polemici con farisei, scribi, sommi sacerdoti e capi religiosi, Gesù entra nel cuore di questo meccanismo. Non discute soltanto singole prescrizioni: smaschera la pretesa di possedere Dio attraverso di esse. Mostra che una pratica religiosa può apparire irreprensibile e, nello stesso tempo, tradire la giustizia, la misericordia e la fedeltà. È l’ipocrisia più profonda: onorare il nome di Dio mentre si opprime l’essere umano. Il suo annuncio ferisce il sistema perché rende superflua la sua pretesa di esclusività. Il cammino verso Dio non passa anzitutto attraverso mediatori, codici e precetti, ma attraverso la giustizia e l’amore. Non domanda l’umiliazione della coscienza, bensì la sua maturazione. Non consegna l’anima a un custode, ma la espone alla responsabilità dell’incontro. Per questo lo smascheramento fa male: non corregge la religione ai margini, la raggiunge nel suo centro, là dove il servizio si è trasformato in potere.

Ogni sistema di controllo ha bisogno di somiglianze. Elabora principi e precetti non soltanto per orientare, ma per omologare: stabilisce un modello, assegna i confini, cancella ciò che non riesce a gestire. La diversità inquieta perché non si lascia prevedere; una vita singolare non entra docilmente negli schemi. Per questo l’istituzione tende a chiamare deviazione ciò che potrebbe essere, invece, una forma inattesa della presenza di Dio.

Lo stile di Gesù procede nella direzione opposta. Egli incontra persone concrete, non categorie; riconosce volti, storie, ferite e possibilità. Non riduce la pluralità a un difetto da correggere, ma la accoglie come il luogo in cui il mistero può manifestarsi. La diversità non è un ostacolo all’unità: è il segno che Dio non si lascia imprigionare in una sola forma, in una sola lingua, in una sola appartenenza. Entrare nel cammino mostrato da Gesù significa allora compiere un esodo: uscire dal mondo della religione quando esso pretende di sostituirsi a Dio, abbandonare le sue costrizioni e il suo linguaggio di paura. Non si tratta di approdare al vuoto, ma a una relazione più esigente perché più libera: una relazione diretta con il mistero manifestato nella persona di Gesù, nella quale nessuno può vivere al posto di un altro e nessuna norma può dispensare dall’amore.

La notte, a questo punto, non è soltanto oscurità. È il tempo in cui si spengono le luci artificiali dell’apparato e gli occhi imparano lentamente a vedere. Fuori dal recinto, la fede non ha più la sicurezza delle mappe già tracciate. Ha però il respiro della libertà, il rischio della responsabilità e la luce discreta di un amore che non controlla. Forse è proprio lì, quando la religione tace e l’essere umano smette di avere paura, che il divino torna finalmente vicino.

 

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