mercoledì 17 maggio 2023

VANGELO DI GIOVANNI CAPITOLI 18-19

 



 

[Annotazioni di Paolo Cugini]

 

1 Detto questo, (ho fatto conoscere il tuo nome e lo farò conoscere), Gesù uscì, teniamo presente questa prima particolarità, con i suoi discepoli. Gesù e i suoi discepoli sono un tutt’uno e da dove esce? Non è soltanto un uscire dalla sala della cena, è un abbandonare definitivamente l’istituzione religiosa che ha già deciso di ammazzarlo. Gesù e i suoi discepoli escono insieme dal mondo, lo abbandonano. Mentre Giuda, il discepolo traditore che adesso apparirà, era uscito dal luogo della cena ed era stato inghiottito dalla notte, l’evangelista aveva scritto: prese il boccone e uscì subito ed ecco era notte, Gesù adesso esce, ma non sarà inghiottito dalla notte. Vi sarà un crescendo di luce che ad un certo momento diventerà insostenibile, questa è la linea dell’evangelista. Detto questo Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, è l’unica volta che nel Nuovo Testamento si parla del Cèdron. Il Cèdron in ebraico significa oscuro, era un torrentello che scorreva tra il tempio di Gerusalemme e il monte degli Ulivi. Perché l’evangelista cita il torrente Cèdron ed è l’unica volta in tutto il Nuovo Testamento? Noi sappiamo che nei vangeli non ci sono particolari messi a caso, ogni particolare ha un significato teologico. Il primo richiamo è che il torrente Cèdron venne attraversato dal re Davide dopo che venne tradito dal figlio Assalonne; scappò e attraversò il torrente: c’è l’immagine del tradimento. Ma la tradizione ebraica, identificava il Cèdron con la valle di Josafat. Josafat è un nome ebraico, composto, che significa Yahvè giudica. La tradizione identificava questo luogo con la valle di Josafat, e nel libro di Gioele 4,2 si legge: riunirò tutte le nazioni e le farò scendere nella valle di Josafat e la verrò a giudizio con loro. In questa valle per Giovanni avviene il giudizio di Israele a cui è stata fatta una proposta, il popolo e non solo le istituzioni, l’ha rifiutata. Questo è il giudizio a cui va incontro tutto Israele. Anziché accogliere il Messia liberatore lo rifiutano e lo uccidono. Già nel prologo sapevamo come sarebbe andata a finire, l’evangelista aveva detto: venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto. Escono dalla cena sia Giuda ingoiato dalle tenebre, sia Gesù che splende più che mai perché in lui risiede la pienezza della vita. L’evangelista mette un altro particolare di grande importanza, c’era un giardino, possibile che l’evangelista che sta per narrare la cattura di Gesù, va pensare che c’era un giardino? I giardini sono pochi a Gerusalemme, sono nel palazzo del re o nel palazzo del sommo sacerdote. In una città dove da aprile fino tutto ottobre non piove, l’acqua va razionata, figuratevi se si possono tenere i giardini che erano un lusso che si potevano permettere soltanto i re e il sommo sacerdote. Il giardino ha un valore simbolico, ideologico, infatti l’evangelista lo presenta nel momento della cattura di Gesù, nel momento della crocifissione, figuriamoci se nel luogo dell’esecuzione e della sepoltura ci poteva essere un giardino, era una pietraia e il giardino è l’immagine della vita! Gesù parlando di sé aveva detto che era come il chicco di grano che cadeva, ma cadendo non si perdeva, liberava tutte le energie, potenze, che aveva dentro. Gesù ha un’immagine diversa dai suoi contemporanei riguardo la morte, che era la fine di tutto, era la distruzione. La morte non solo non distrugge l’individuo, ma è il momento importante che permette a tutte le energie, potenzialità d’amore che uno ha dentro di sé, di esplodere, di rivelarsi. Il giardino è l’immagine dove la vita è più forte della morte e richiama il giardino dell’Eden, il paradiso dove il Creatore aveva collocato l’uomo che aveva plasmato. Ed è in questo giardino che il chicco di grano va a cadere non per una distruzione, ma per una fioritura abbondante di vita. L’immagine del giardino la ritroviamo di nuovo alla resurrezione quando Maria di Magdala è andata al sepolcro, vede Gesù e pensa che fosse il giardiniere. È un richiamo al libro della Genesi, dove si dice che il Signore piantò un giardino in Eden e vi mise l’uomo che aveva modellato. Nella figura di Gesù, quale giardiniere, l’evangelista presenta Gesù come il nuovo Adamo che sta definitivamente nel giardino, il luogo della vita, capace di superare la morte. nel quale entrò lui, ed ecco la differenza, e i suoi discepoli. Abbiamo visto che Gesù uscì con i suoi discepoli, grammaticalmente ci saremmo aspettati dove entrò lui con i suoi discepoli. L’evangelista dice che entrò lui e i suoi discepoli. Non sono minuzie da persona pignola, ma sono ricchezze che il testo ci dà ed è importante comprenderle. Gesù abbandona la città, simbolo dell’istituzione religiosa con i suoi discepoli (Gesù e i discepoli sono un tutt’uno), e rappresenta la rottura con l’istituzione; nel giardino entra lui e i suoi discepoli. Gesù può entrare pienamente nel luogo della vita, i discepoli vi entreranno mano mano che saranno capaci di fare dono di sé. Sono pronti a morire per Gesù, ma non a morire come Gesù. Abbandonano l’istituzione, Gesù con i discepoli, ma nel giardino entra Gesù e i suoi discepoli. Gesù ci sta in pienezza nel luogo della vita, i discepoli vi entreranno man mano che comprenderanno che la vita si realizza quando si dona. Donare la propria vita non è perderla, ma è realizzarla.

2 Anche Giuda, in questo vangelo compare per l’ultima volta la figura di Giuda, il traditore, l’evangelista non adopera ancora il termine traditore, ma il consegnante, colui che lo consegna; conosceva il luogo perché Gesù vi si riuniva spesso con i suoi discepoli. È l’ultima volta, nella cattura di Gesù, che appare Giuda, che l’evangelista presenta come l’opposto di Gesù. Gesù è l’amore che si dona agli altri, quando l’amore si dona agli altri si comunica vita agli altri, quando si comunica vita si arricchisce la propria esistenza. Gesù quello che è e quello che ha, lo mette a disposizione degli altri; quando si arricchisce la vita degli altri, si arricchisce la propria che diventa indistruttibile. Giuda, fa il contrario, Giuda è stato definito come ladro, quello che è degli altri lo sottrae per sé e chi vive per sé, chi vive sottraendo vita agli altri, succhiando la linfa degli altri, provoca morte degli altri e la provoca anche a sé. La prima volta che Giuda è stato qualificato come diavolo dallo stesso Gesù, è stato nella sinagoga di Cafarnao, quando Gesù ha parlato della necessità di farsi pane per gli altri (il pane è l’alimento che mantiene in vita) e aveva concluso dicendo: sono forse io che ho scelto voi dodici? Eppure uno di voi è un diavolo. Il diavolo nei vangeli non è un essere spirituale, è un individuo in carne ed ossa. È Pietro, è Giuda, persone che si oppongono in qualche maniera al disegno di Dio sull’umanità. Gesù lo chiama diavolo perché secondo la Scrittura, la morte degli uomini era stata causata dal diavolo. Nel libro della Sapienza 2,24 si legge: la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo. Gesù indicando Giuda come diavolo, lo segnala già come un agente di morte e durante l’ultima cena tenterà inutilmente di conquistare questo discepolo offrendogli la sua vita, mettendola nelle sue mani, ma Giuda rifiuterà. Gesù ha lavato i 4 piedi anche a questo discepolo, ma come scrive Giovanni, citando il salmo 40,10: colui che mangia il pane con me ha alzato contro di me il suo calcagno. Giuda ormai si è immedesimato con il diavolo, con il potere, con il proprio interesse e dopo quel boccone il satana entrò in lui e si fa strumento delle tenebre per eliminare Gesù che è stato rappresentato come la luce del mondo.

3 Giuda dunque, preso una coorte, L’evangelista adopera il termine coorte che significa un manipolo di sei centurie per un totale di 600 uomini. Ci sono dei dati riscontrati perché questa coorte poteva andare fino a 800-1000 uomini, preso un distaccamento, una coorte e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei con lanterne, torce e armi. A Gerusalemme l’amministrazione della polizia era così divisa: c’era la coorte di 600 poliziotti romani, che controllava l’ordine nella città di Gerusalemme e risiedeva nella torre Antonia posta sopra il tempio. All’interno del tempio, i romani in quanto pagani non potevano entrare, c’erano le guardie dei sommi sacerdoti e dei farisei e che sappiamo essere circa 200 unità. Tra i due gruppi c’era una grande rivalità e i guardiani del tempio dovevano soprattutto stare attenti che nessun pagano superasse la soglia riservata soltanto agli ebrei. Nelle grandi feste c’era poi sempre grande confusione e potevano esserci delle sommosse.

4 Gesù dunque conoscendo tutto quello che doveva accadere uscì e disse loro: “Chi cercate?”. C’è un dunque che unisce le due espressioni, 18,3 Giuda dunque prese un distaccamento di soldati; adesso l’evangelista scrive: Gesù dunque conoscendo tutto quello che gli doveva accadere. Sia Giuda che Gesù portano a compimento i desideri del Padre loro, Giuda porta a compimento i desideri del diavolo, del satana, colui che ha deciso fin dal principio e porta segni e strumenti di morte; Gesù porta a compimento i desideri del Padre suo e nel prologo era stato scritto che lui era la vita, quindi porta un crescendo di vita.

5 Gli risposero: “Gesù il Nazoreo”. nazoreo è un termine strano, inventato dall’evangelista. Lo abbiamo nel vangelo di Giovanni e nel vangelo di Matteo. Nazoreo di per sé non significa nulla, perché racchiude ben tre significati diversi: il primo è quello di Nazaret, però se avesse voluto dire che era di Nazaret avrebbe dovuto dire nazaretano. Nazaret era il luogo della Galilea abitato da rivoluzionari, da persone bellicose.

Disse loro Gesù: “Io sono”. Quando nell’ episodio del roveto ardente Mosè chiese a quel fenomeno che si trova davanti: chi sei, la misteriosa identità risponde: Io sono, che non è la rivelazione dell’identità di Dio, Dio non ha il nome, perché un nome definisce una realtà, Dio è senza nome, ma ne indica l’attività.

Stava con loro anche Giuda il suo traditore. È la terza volta che compare il termine Giuda e qui non c’era bisogno. Quando nei vangeli c’è qualcosa di superfluo...é logico che Giuda guidava il gruppo! Giuda arriva lì per catturare Gesù e l’evangelista dice: con loro stava anche Giuda lo sapevamo! L’evangelista ci dà questa indicazione di cui non c’era bisogno perché vuole raggiungere il numero tre, che indica quello che è completo, definitivo. L’evangelista con questo vuole denunciare il pieno coinvolgimento di Giuda nella cattura e nella morte di Gesù. Poi Giuda scompare dal vangelo. Questa è l’ultima volta che compare Giuda in questo vangelo, Giuda ha scelto definitivamente con chi stare, l’evangelista scrive: stava con loro anche Giuda, o stare con la vita, con Gesù, o stare con la morte. Ha scelto di stare con la morte.

6 Come disse: “io sono”, cercavano il Nazoreo, un bandito e invece trovano Dio. Gesù si presenta come la manifestazione piena della divinità Io sono. Come disse io sono, indietreggiarono e caddero a terra. Il racconto di Giovanni non è una ricostruzione storica degli avvenimenti, ma teologica. Non è possibile che quando Gesù ha detto il nome divino io sono, tutti sono indietreggiati e caduti a terra, può darsi gli ebrei! Ma per i romani che Gesù si proclamasse Dio degli ebrei non poteva essere considerato di meno. Indietreggiare, cadere a terra per meraviglia, è immagine di sconfitta. Alla fine del capitolo 16 Gesù dice: coraggio io ho vinto il mondo, non aveva annunciato che vincerà il mondo, ma il mondo è già stato sconfitto, perché la luce avrà sempre la meglio sulle tenebre, la vita sarà più forte della morte. Anche quando sembra che prevale la menzogna al posto della verità, le tenebre al posto della luce, e la morte al posto della vita, questo non è Risposero: “Gesù, il Nazoreo”. Il fatto che venga ripetuto Nazoreo indica la pericolosità di Gesù, ecco perché ci sono le guardie inviate dai sommi sacerdoti. Se Gesù pretende di essere in Messia è pericoloso per l’intero sistema, ecco perché ci sono le guardie mandate dal procuratore romano. Gesù come Nazoreo è un ribelle, uno di quei rivoluzionari che continuamente lotta contro l’oppressione romana.

8 Gesù replicò: “Vi ho detto che io sono”. Come il nome di Giuda è stato ripetuto tre volte e poi scompare, qui viene ripetuto tre volte io sono che è il nome di Dio. Gesù manifesta pienamente la sua condizione divina: Vi ho detto che io sono. Gesù in questo momento è in una situazione di vantaggio perché l’evangelista dice che tutti sono caduti, arretrati per terra. Ebbene Gesù dice: vi ho detto che io sono. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano. L’ordine di cattura (vedremo successivamente quando Gesù sarà portato di fronte al sommo sacerdote), non era soltanto per Gesù, ma era per tutto il suo gruppo. Non è pericolosa soltanto la figura di Gesù, è pericolosa la dottrina.

10 Allora Simone Pietro, è un espediente letterario degli evangelisti, che quando vogliono indicare che il discepolo è in sintonia con Gesù lo presentano come Simone, praticamente mai; quando oscilla tra fedeltà a Gesù e contrasto lo presentano con il nome e sopranome Simon Pietro; quando è completamente all’opposizione lo presentano soltanto il sopranome negativo Pietro. Allora, Simon Pietro, 9 che aveva una spada, sorprende, sono usciti dall’ultima cena e come ricordino della prima comunione si è portato una spada. Che ci fa Pietro con una spada? Dal capitolo 13 è iniziata la narrazione dell’ultima cena con Gesù e anche là c’è stato un incidente. Mentre Gesù lavava i piedi, Pietro è l’unico che si è rifiutato perché aveva capito il significato profondo di questo gesto: se Gesù che è il capo, lava i piedi agli altri, io che voglio essere il capo dovrò lavarli agli altri e aveva cercato di trasformare la lavanda in un rito. Quando Gesù lo ha messo con le spalle al muro e gli ha detto: se non ti fai lavare, non hai nulla a che fare con me, Pietro sempre furbo risponde: si, ma allora non solo i piedi ma anche la testa e le mani, cioè le purificazioni rituali che si facevano in vista della Pasqua.

11 Gesù allora disse a Pietro: c’è soltanto il soprannome negativo, l’azione di Pietro è completamente contraria a quella che Gesù poteva desiderare, Metti la tua spada nel fodero, per la prima volta nella narrazione della cattura, Simone appare soltanto con il soprannome negativo Pietro, che indica la sua cocciutaggine. Gesù, lo ricordo, durante la cena aveva detto: per ora tu non puoi seguirmi. Pietro ancora una volta non ascolta le parole di Gesù, prova a seguirlo e c’è il disastro. Simone è incapace di seguire Gesù, perché non è riconoscibile dal l’unico distintivo che hanno i discepoli di Gesù. Nell’ultima cena Gesù aveva detto: Da questo vi riconosceranno, se avrete amore gli uni per gli altri, Pietro porta la spada, non è certo riconoscibile per l’amore, è l’unico ad agire con violenza. non berrò forse il calice che il Padre mi ha dato?. Il calice è l’immagine della morte, ma in questo vangelo Gesù non è la vittima che va verso il supplizio, è la persona che liberamente e volontariamente accetta di fare questa fine pur di dimostrare la potenza di un Dio Amore. Il Dio Amore si dimostra che in ogni sequenza della passione, di fronte alla violenza Gesù risponde soltanto con l’amore. Se Gesù adesso affronta e accetta la morte, è perché lui è espressione di quest’amore. Non risponde all’odio con la violenza, combattendo come vorrebbe Pietro.

13 e lo condussero prima da Anania: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. Entra in scena un personaggio importantissimo nel vangelo di 12 Giovanni e in tutto il Nuovo Testamento perché è il vero detentore del potere. Nelle vostre traduzione avete Anna, ma siccome in italiano è un nome femminile e crea confusione, io uso il termine ebraico Anania. Anania era filo-romano, era dalla parte dei dominatori, era stato sommo sacerdote, ma era completamente dalla parte dei dominatori, sapeva che appoggiando i dominatori, poteva conservare il suo potere. L’evangelista mette in scena il primo e l’ultimo sacerdote della vita di Gesù per indicare che tutta l’istituzione è contro Gesù. Infatti Anania era sommo sacerdote nel 6 d.C. quando Gesù nacque, poi c’è Caifa quando Gesù morì. Gli intrighi, gli imbrogli, le sopraffazioni con cui Anania aveva conquistato il potere erano diventati leggendari, era un uomo indubbiamente abile e astuto. Basta pensare che per ben cinquant’anni ha tenuto le fila del potere in Israele. Non tanto quando era in carica, c’è rimasto appena nove anni come sommo sacerdote, ma riuscì a fare eleggere come sommi sacerdoti ben cinque figli.

15 Seguirono Gesù Simon Pietro, e l’altro discepolo. C’è un discepolo nel vangelo di Giovanni che non ha nome e che non è lecito battezzare. Purtroppo la curiosità dei primi cristiani e le tradizioni hanno svuotato di contenuto certe affermazioni dell’evangelista. Quando nei vangeli i personaggi sono presentati come anonimi, senza il loro nome, significa che al di là della realtà storica che c’è, l’evangelista non vuole presentare un personaggio storico ben definito al quale potersi rapportare. È un personaggio che si chiama rappresentativo, perché in lui si possono identificare tutti. La curiosità dei cristiani ha fatto sì che certi personaggi, che vengono presentati anonimi, fossero battezzati (attribuito un nome) svuotando il contenuto del messaggio dell’evangelista.

gli rispose: “Io ho parlato al mondo apertamente, sottolinea io ho parlato al mondo apertamente, perché chi sta nell’ambito del potere, non parla mai apertamente. Quando l’agire è determinato dalla convenienza, anche il linguaggio è condizionato dalla convenienza, le verità saranno mezze verità, la menzogna sarà spacciata per verità perché tutto è determinato dalla convenienza. Gesù che non bada al proprio interesse, ma al bene dell’uomo dice io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel Tempio dove tutti i Giudei si riuniscono, più che una affermazione è un atto di accusa. È vero che ha parlato nella sinagoga, ma nella sinagoga di Cafarnao, al capitolo 6 di questo vangelo è stato contestato proprio dai Giudei quando hanno capito che Gesù inaugurava una nuova maniera di rapportarsi con Dio. Quando hanno capito che Gesù era venuto per dare vita all’umanità, sono stati proprio i Giudei, i capi religiosi che l’hanno contestato. L’evangelista scrive 6,41: mormoravano di lui perché aveva detto: “io sono il pane disceso dal cielo” cioè la vita che Dio comunica. nel Tempio, proprio nel Tempio il luogo più santo della terra, il luogo più sacro di Gerusalemme, là dove si venera Dio, è il luogo più pericoloso per Dio. Nel Tempio di Gerusalemme, secondo questo vangelo, per ben due volte tenteranno di lapidare Gesù. Gesù che non corre nessun pericolo con i peccatori e nessun rischio con i miscredenti, corre pericoli mortali quando si trova tra gente religiosa e nei luoghi sacri. Per ben due volte cercheranno di ammazzare Gesù nel Tempio. e non ho mai detto nulla di segreto. È il potere che parla in segreto. Gesù non ha bisogno di parlare in segreto e qui l’evangelista vede nell’affermazione di Gesù, un richiamo (sono molti) all’Antico Testamento, al profeta Isaia, capitolo 45, dove il Signore dice: Io non ho parlato in segreto.

23 Replicò Gesù: “Se ho parlato male dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”. Intanto Gesù - questo va chiarito perché è un brano di Matteo che ha portato molta confusione in passato e tanti danni alla spiritualità cristiana - perché non presenta l’altra guancia? Nel vangelo di Matteo Gesù non ha detto: a chi ti dà uno schiaffo sulla guancia porgi anche l’altra? L’unica volta che Gesù riceve uno schiaffo non presenta l’altra guancia! e questo spiega il detto di Gesù quando ti danno uno schiaffo su una guancia, tu presenta anche l’altra. Gesù non ci chiede di essere tonti, ma di essere buoni. Molti confondono l’essere buoni con l’essere tonti, questo non è positivo. Gesù chiede di non rispondere con la violenza a chi ci usa violenza. Se tu mi dai uno schiaffo e io te ne do un altro, tu mi dai un pugno e io te ne do un altro, la violenza cresce. Si innesca l’aggressività dell’altro che si disinnesca cercando – estremo pericolo delle autorità religiose – di fare ragionare un sottomesso (tanto più qui è una guardia) con la propria testa. Questo è un crimine intollerabile. Le autorità religiose sopportano chi le contesta, perché non fa altro che rafforzarle nelle loro posizioni.

30 Gli replicarono e dissero: “Se questo, è una caratteristica del vangelo che mai i capi religiosi pronunciano il nome Gesù. È tale l’odio delle autorità religiose nei confronti di Gesù che in questo vangelo viene come presentato il Figlio di Dio e Dio lui stesso, che neanche una volta ne pronunciano il nome, ma sempre con un termine dispregiativo questo, mai con una forma per lo meno di cortesia. Se questo non fosse un malfattore non te lo avremmo consegnato”. I capi si dimostrano offesi della domanda e dicono che è chiaro che è un malfattore. Per le autorità religiose Gesù è un malfattore, uno che fa il male. L’attività di Gesù, comunicare vita alle persone, è per loro un crimine che va punito con la pena di morte. Loro vedono come un male il bene compiuto da Gesù (Gesù ha compiuto solo il bene). Sono quelli che chiamano malfattore un uomo che ha fatto del bene. Nel capitolo 8,44 Gesù parlando d

32 Così si adempivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire. Perché i capi portano Gesù dai Romani? Perché non lo hanno ammazzato? Potevano ammazzarlo benissimo senza bisogno di portarlo dai Romani, avevano una certa libertà di giurisdizione e di movimento, ma la pena di morte che era in vigore presso il popolo ebraico era la lapidazione. Nella lapidazione il condannato era gettato in una scarpata, si gettava una grossa pietra e poi altre pietre. L’uomo sarebbe stato precipitato in basso. Loro, per Gesù, non vogliono soltanto una morte, perché ammazzare una persona come Gesù c’era il rischio che la gente potesse farne un martire più pericoloso di una persona viva che può essere controllata. Quando una persona diventa un martire la sua fama, le sue opere e le sue parole dilagano.

36 Rispose Gesù: “Il mio regno quello mio, prende le distanze dall’idea di regalità, non è di questo mondo, non significa come si fa delle volte in maniera superficiale che sta contrapponendo il regno della terra con il regno celeste dell’aldilà. Gesù dice che questo regno non è di questo mondo, ma non che non sia in questo mondo, solo che il suo regno è una maniera completamente diversa di intendere la regalità, che non c’è mai stata. Il regno quello mio non è di questo mondo; e fa il paragone, se fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ogni re ha dei servi e delle guardie. Gesù dice che il suo regno non è di questo mondo perché il suo regno, la sua regalità è completamente diversa. Non ha servitori, perché è lui stesso che si fa servo dei suoi (nell’ultima cena Gesù quando lava i piedi ai discepoli). Gesù è lui stesso immagine di un Dio che si mette a servizio degli altri per cui non ha servitori, comunque la violenza è esclusa dal suo comportamento, la violenza non è ammessa in nessun modo e non è nel suo programma.

Io per questo sono nato e per questo sono venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce. Il versetto è importante e si rifà a quello che abbiamo detto all’inizio, è la chiave di lettura interpretativa per conoscere la Sacra Scrittura e per conoscere il vangelo. È tutto in questo versetto. Gesù dice: Io per questo sono nato e per questo sono venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità. La verità nel vangelo di Giovanni è la verità su Dio e sull’uomo. La verità su Dio è che Dio è amore che si fa servizio. Questo per noi sembrava abbastanza normale anche se ancora non ci è entrato profondamente, ma per quell’epoca era inaudito che Dio è amore che si fa servizio; ma gli uomini non sono i servi di Dio che devono offrirgli? No. È Dio che non chiede offerte ed è lui che si offre agli uomini.

 

CAPITOLO 19

1 Allora, si riferisce a quanto è accaduto, dunque l’inizio è molto solenne Pilato prese Gesù e lo flagellò. Il verbo “prendere” è stato adoperato dall’evangelista, nel prologo nel senso di accogliere Gesù, chi non lo accoglie come fonte di vita inevitabilmente lo accoglie per dargli la morte. Ma Pilato aveva proposto ai giudei, i giudei sono i capi del popolo, aveva detto: prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge. Visto che questi rifiutano tocca a Pilato prendere Gesù; e lo flagellò. L’evangelista, ecco che qui incomincia a trasformare la realtà storica in teologica dice che Pilato prende Gesù e lo flagellò. Impossibile che il procuratore romano, rappresentante dell’impero si metteva a flagellare un condannato a morte. Questa è un’azione che facevano i soldati; ma l’evangelista attribuendo la flagellazione a Pilato ne vuole sottolineare la responsabilità. Quindi Giovanni non diminuisce la responsabilità di Pilato, ma la accresce.

E disse loro: ecco ve lo conduco fuori perché sappiate e lo ripete per la seconda volta, che non trovo in Lui nessuna colpa. Ridotto ad un grumo di sangue Gesù viene condotto davanti alle autorità; quelli, ricordate che hanno portato Gesù a Pilato definendolo un malfattore, uno che pretendeva di essere niente di meno che il re dei giudei, ed erano riusciti a far credere tutto questo, convincendo che era meglio eliminare Gesù perché altrimenti se lo lasciavano in vita attaccavano i romani e li avrebbero distrutti. Invece per Roma, per bocca del suo procuratore Gesù non rappresenta nessun pericolo. Per la seconda volta Pilato dice: io in Lui non trovo nessuna colpa.

Ecco l’Uomo! questa espressione è famosa perché la conosciamo nella versione latina “ecce homo” quindi c’è questa espressione: ecco l’uomo, chi è che la pronuncia? Storicamente e indubbiamente chi pronuncia questa espressione è Pilato, è Pilato che conduce fuori Gesù e dice: ecco l’uomo, ma l’evangelista omette il nome. Nel testo greco, anche se poi purtroppo i traduttori per far comprendere meglio, ma in realtà fanno confusione inseriscono il nome Pilato, ma Pilato non c’è nel testo greco, quindi è Gesù, allora: ecco, spero di non aver fatto confusione ecco i due piani quello storico e quello teologico; storicamente chi è che ha detto: ecco l’uomo, senz’altro Pilato, ma l’evangelista non ci vuol trasmettere un episodio storico, ma un insegnamento teologico. Omette Pilato, in modo che è Gesù che si presenta: ecco l’Uomo. Quindi non è Gesù vittima, ma un Gesù consapevole di se stesso che si presenta come l’uomo realizzato.

6 Al vederlo chi è che vedono? Vedono l’uomo, vedono l’uomo realizzato, e quello che adesso l’evangelista ci descrive è importantissimo, al vederlo, i sommi sacerdoti e le guardie, ricordate prima quelli che detengono il potere e quelli che sono sottomessi al potere, gridarono: quindi qualcosa di odio che esplode, crocefiggi, crocefiggi. I sommi sacerdoti e le guardie vedono l’Uomo, il progetto di Dio sull’umanità e questo scatena il loro odio mortale. Non era vero il motivo della pericolosità di Gesù, se lo lasciavano stare i romani ci distruggeranno, il pericolo per l’istituzione religiosa è il Dio che si fa uomo, e che quindi mette fine ai propri privilegi. L’istituzione religiosa ha il terrore che le persone che le sono sottomesse crescano e si maturino, allora hanno bisogno di tenerle soggiogate quindi quando vedono l’uomo realizzato, l’uomo pienamente libero non sanno frenate tutto il loro odio. Per loro, il popolo ogni persona deve essere sempre sottomesso alla loro dottrina, hanno il terrore della persona adulta e libera, quindi cercano di tenere gli uomini sempre in una condizione infantile, gli uomini a loro sottomessi devono obbedire, non importa se capiscono o meno.

7 Gli risposero i giudei: noi abbiamo la Legge e secondo questa Legge deve morire perché si è fatto Figlio di Dio. Ricordo ancora una volta che quello che l’evangelista ci trasmette, ed è molto duro, non è per una polemica contro un mondo quello giudaico dal quale la comunità cristiana ormai si è distaccata, ma un monito perché all’interno della comunità cristiana non si ripetano le stesse situazioni. I giudei ricordo sono i capi del popolo ed ecco finalmente che l’evangelista smaschera l’istituzione religiosa giudaica, la loro Legge è una Legge che è nemica del piano di Dio ed è capace di dare solo la morte; quindi questa Legge non esprime il consenso della volontà di Dio.

Non sai che ho il potere di liberarti o il potere di crocefiggerti? Quello che sta dicendo Pilato è grave, la assoluzione o la condanna non dipende dalla innocenza o dalla colpevolezza dell’individuo, indipendentemente dalla innocenza ho il potere di liberarti o di crocefiggerti. La frase che l’evangelista mette in bocca a Pilato è parallela a quella di Gesù che aveva detto della propria vita, Gesù aveva detto che La sua vita aveva il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo (Gv.10,18). Mentre il potere è capace di darti la morte, l’amore di Gesù è capace di dare la propria vita. La scelta che Pilato farà tra la vita e la morte sarà anche la sentenza che lui darà non su Gesù, ma su se stesso. Quindi per Pilato la sentenza di morte o di vita è indipendente dalla colpevolezza o meno dell’imputato, perché quello che determina l’agire del potere, in questo caso civile, abbiamo visto in precedenza quello religioso, non è mai il bene dell’uomo, l’interesse per l’uomo, ma sempre la propria convenienza; è in base alla propria convenienza che vengono fatte queste scelte che possono portare alla vita o possono portare alla morte, quindi il potere sceglie sempre quello che gli conviene ed è capace di manipolare questa scelta con argomentazioni razionali, importanti.

Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande. Torna di nuovo e adesso lo vedremo sviluppato il tema del peccato chi mi ha consegnato a te; chi ha consegnato Gesù a Pilato? È stato il sommo sacerdote; allora Gesù qui contrappone la persona ritenuta più vicino a Dio addirittura si riteneva che il sommo sacerdote fosse il rappresentante di Dio, e un pagano, dominatore, ritenuta la persona più lontana da Dio; quindi è più responsabile la persona che si ritiene più vicina a Dio. Gesù era stato annunciato come colui che avrebbe tolto il peccato del mondo, e il peccato era il rifiuto della vita, che Dio proponeva; adesso sia Pilato che Caifa che sono agenti di morte, agenti del potere sono sotto la cappa di questo peccato; le tenebre che impediscono all’amore di Dio di arrivare agli uomini. Qui l’evangelista sottolinea come la responsabilità del sommo sacerdote di Israele uomo considerato vicino a Dio sia molto più grave di quella di un pagano ritenuto il più lontano, tanto più grave se per ammazzare Gesù ci si fa scudo di Dio e della sua Legge. 12 Da quel momento Pilato cercava di liberarlo. Quindi Pilato è il giudice che ha paura di Lui e non vede in Gesù nessun pericolo e quindi cerca di liberarlo; Ma i giudei cioè i capi del popolo hanno in mano la carta vincente; hanno provato con le accuse religiose, Gesù che si fa Figlio di Dio, ma queste non hanno trovato credito, avevano provato con le accuse politiche, Gesù che si fa re di Israele, ma anche questo vedendo Gesù non era credibile; adesso, sono astuti, tirano fuori l’asso nella manica, tirano fuori la carta vincente che avevano lasciato per ultima.

15 I capi gridarono: toglilo, toglilo! Crocifiggilo. È importante quello che l’evangelista ci sta indicando, Gesù da Giovanni Battista è stato presentato come l’agnello che toglie il peccato del mondo; non i peccati, sapete che nella trasposizione liturgica si dice: agnello di Dio che togli i peccati del mondo e ci fa pensare che siano i nostri peccati, non è questo, è un peccato al singolare. Questo peccato nel vangelo di Giovanni è la spessa coltre di tenebre che impedisce all’amore di Dio di arrivare agli uomini. E chi è responsabile di queste tenebre, l’evangelista ce lo fa capire. Quindi quelli gridarono: toglilo, toglilo, crocifiggilo, allora Gesù è presentato come l’agnello che toglie il peccato del mondo, adesso i responsabili del peccato del mondo cosa gridano? Toglilo, il verbo greco è lo stesso, quindi Gesù è colui che è venuto a togliere il peccato del mondo, ma i responsabili del peccato del mondo gridano toglilo, toglilo, non sopportano neanche loro la vista di Gesù. Perché sono tenebre e le tenebre non sopportano la luce. Gesù lo aveva detto: chiunque fa il male odia la luce.

 Uscì verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota. Il luogo dell’esecuzione di Gesù era un’antica cava di pietra; il sottosuolo di Gerusalemme è ricco di pietra, le pietre che sono poi state adoperate per la costruzione del tempio e delle varie costruzioni. C’era questa cava di pietra che venne lesionata da un forte terremoto, quindi non poteva più essere adoperata per estrarre le pietre ed era adibita al luogo di esecuzione pubblica e a fossa comune per le persone che lì venivano giustiziate. Questo luogo, un’altura di circa 8 metri, per la forma che aveva veniva chiamata Cranio, e da Cranio viene il latino Calvario, poi tutta la tradizione lo ha fatto diventare il monte Calvario, quindi la salita di Gesù al monte Calvario.

19 Pilato scrisse anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: Gesù il Nazoreo, il re dei giudei; Dunque, la responsabilità di Pilato è ancora una volta sottolineata dall’evangelista per il quale è Pilato colui che scrisse l’iscrizione da porre sulla croce. Quando abbiamo parlato che il condannato prendeva su di se il patibolo, al collo gli veniva messa una tavoletta con scritto il motivo di questa condanna. Ebbene per Gesù c’è scritto: “Gesù il Nazoreo”, un termine inventato dall’evangelista perché è un termine che non esiste, in questo “Nazoreo”, che ha soltanto Giovanni, l’evangelista racchiude vari significati, anzi tutto Nazareth il luogo di provenienza di Gesù, ma soprattutto Nazareth era un covo di rivoluzionari, all’epoca di Gesù, Nazareth era in una parte montagnosa della Galilea, era uno dei luoghi dove gli Zeloti che erano i partigiani dell’epoca o terroristi visti dall’altra parte, si rifugiavano dopo aver concluso le loro scorrerie contro i romani, quindi dare a Gesù del Nazzareno significava già di essere una testa calda.

25 Stavano presso la croce di Gesù, il verbo stare adoperato dall’evangelista è stare in piedi; piccolo passo indietro, ricordate l’ordine di cattura era per tutto il gruppo di Gesù. Non è pericoloso soltanto Gesù, è pericolosa la sua comunità perché fintanto che c’è un solo discepolo libero che annuncia il suo messaggio, l’istituzione religiosa non sta tranquilla, quando portano Gesù dal sommo sacerdote, da Anania, lui non si interessa a Gesù, è legato e tra poco lo ammazza, gli chiede due cose dei discepoli e della dottrina, è questo che lo preoccupa, quindi l’ordine di cattura era per tutto il gruppo di Gesù ed è stato Gesù che in un’azione di forza ha detto: se cercate me lasciate che questi se ne vadano via. Quindi Gesù è stato il pastore che ha dato la sua vita per le sue pecore, hanno arrestato Gesù e gli altri se la sono squagliata li ritroveremo poi più avanti che stanno chiusi in casa per paura dei giudei, ma non tutti: ci sono alcuni discepoli di Gesù che non si sono nascosti, ma hanno deciso di seguire il loro Maestro fin sulla croce per cui questi personaggi, che adesso troviamo presso la croce di Gesù, non è il quadretto dogmatico di persone che stanno lì a compatire e consolare Gesù, sono quelli che sono andati sul luogo dell’esecuzione e si sono dichiarati pronti a fare la stessa fine di Gesù.

26 Gesù allora vedendo la madre, perché non dice sua madre? L’evangelista doveva scrivere Gesù vedendo sua madre, invece dice: vedendo la madre, non è soltanto la madre di Gesù, ma è la madre della nuova comunità; l’evangelista ci sta preparando qualcosa…, non presenta una scena di morte, ma una scena di vita, addirittura vedremo la sepoltura di Gesù l’evangelista anziché adoperare il linguaggio del funerale, usa il linguaggio nuziale, quindi le bende etc. vedremo allora vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che Egli amava, da dove scappa fuori questo qui? Stavano presso la croce di Gesù da due a quattro donne; vedendo la madre e vede il discepolo che amava, da dove è scappato fuori questo? perché l’evangelista non ce l’ha descritto, vedete ancora una volta stiamo vedendo che l’evangelista non sta facendo una cronaca, ma una teologia; chi è questo personaggio: il discepolo che Egli amava.

29 Vi era là un vaso pieno di aceto; è importante il simbolo dell’aceto che verrà ripetuto tre volte, mentre il vino è simbolo d’amore, l’aceto è simbolo d’odio, quindi c’era la un vaso pieno di aceto posero perciò una spugna piena di aceto, da come è costruita la frase prendono questa spugna, si imbeve completamente dell’aceto contenuto nel vaso posero perciò una spugna piena di aceto su, e qui c’è un problema che poi i copisti dei vangeli cercarono di modificare perché sembrava incoerente l’evangelista scrive: su un issopo e gliela accostarono alla bocca. Cos’è l’issopo? È la nostra maggiorana, è impossibile prendere un rametto di maggiorana metterci sopra una spugna, per di più imbevuta di aceto, siccome questo issopo si scrive in greco “hyssopoi”; alcuni copisti pensarono ad un errore perché è impossibile mettere questa spugna in un rametto allora alcuni pensarono “hyssoi” per cui tradussero canna, che è l’immagine tradizionale che conosciamo.

Gesù disse: è compiuto!. Cos’è compiuto? È compiuta la creazione dell’uomo, l’evangelista ha posto tutto il racconto della creazione nella chiave di sei giorni come nel libro della Genesi e Gesù quando fino all’ultimo è stato capace di avere una proposta d’offerta d’amore a quanti lo circondano, dice: è compiuto, ecco l’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio ed è l’uomo che sempre e comunque ha una capacità d’amore.

E, chinato il capo, consegnò lo spirito. Nessun evangelista scrive che Gesù morì, Gesù è morto sulla croce, ma gli evangelisti non fanno una cronaca, ma una teologia, nessun evangelista parla di Gesù come morto. Qui Giovanni dice: chinato il capo, chinare il capo non è un’azione di un morente, ma di un vivo quello dell’addormentarsi, Gesù reclina il capo nella posizione tipica del dormiente, ricordate nell’episodio di Lazzaro Gesù aveva detto: Lazzaro si è addormentato, perché? perché il sonno della morte non solo non interrompe la vita di Gesù, ma è l’occasione perché si manifesti in pienezza poi alla consegna dello spirito. E, chinato il capo, consegnò lo spirito l’evangelista ha usato questo verbo “consegnare” sempre in maniera negativa.

33 Venuti però da Gesù; allora: “vennero dunque i soldati spezzarono le gambe al primo”, abbiamo visto che l’evangelista dice che Gesù è stato crocefisso in mezzo, allora : ci sono le tre croci, spezzarono le gambe al primo, e poi dovevano spezzarle a Gesù, invece guardate che giro che fanno, spezzano le gambe al primo poi vanno dall’altro e poi solo alla fine vanno da Gesù. Naturalmente è un’immagine teologica che l’evangelista ci da per far vedere la centralità della figura di Gesù, per presentare la sorpresa e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe. L’azione quindi descritta da Gv. non è coerente dal punto di vista storico, se Gesù è stato crocefisso in mezzo non si vede perché i soldati devono fare tutta strana cerimonia passando da Gesù per ultimo. L’artifizio letterario serve all’evangelista per concentrare l’attenzione su Gesù e sul significato dell’azione dei soldati. Gesù è già morto, non c’è bisogno quindi di spezzargli le gambe.

35 Chi ha visto ne da testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. L’evangelista interrompe questa narrazione molto drammatica dal punto di vista narrativo, per una solenne affermazione di fede che riguarda la comunità e riguarda anche noi. L’evangelista è cosciente di non aver trascritto la cronaca dei fatti della crocefissione di Gesù, ma è una lettura teologica che è importante, dice l’evangelista: “chi ha visto” il verbo “vedere” in greco si scrive in due maniere: uno che riguarda la vista fisica e in greco è “Blephèo”; l’altro invece che riguarda il capire, il percepire e in greco è il verbo ”Horào” ed è lo stesso che noi adoperiamo quando io posso dire, vedi quel quadro? ed è la vista fisica; ma se spiego e dico: ma non vedi che ti prendono in giro; non implica la vista fisica ma implica la comprensione.

36 Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: non gli sarà spezzato nessun osso. Ecco notiamo l’insistenza che ha Giovanni per associare Gesù all’agnello di Dio, Gesù muore nel giorno e nel momento, in cui si immolavano gli agnelli nel tempio, l’ora terza e nel libro dell’Esodo c’è proprio questa indicazione: non gli romperete nessun osso. Gesù per l’evangelista è il vero agnello pasquale il cui sangue libera dalla morte e la cui carne da la forza per iniziare l’esodo verso la pienezza.

40 Essi presero allora il corpo di Gesù e lo legarono con teli di lino e qui la sorpresa, l’evangelista dovrebbe usare il termine “bende” e invece adopera teli di lino che sono le lenzuola per il letto nuziale; l’evangelista pur descrivendo quello che storicamente è un funerale lo riveste di significati e fa vedere non solo la morte, l’assenza di vita, ma il trionfo della vita, è il trionfo della vita quale al momento delle nozze. insieme con oli aromatici, come usanza seppellire dei giudei. Cosa significa come usanza dei giudei? Perché i cadaveri non venivano legati, i cadaveri venivano lavati con acqua e aceto e poi sopra veniva posto un lenzuolo per coprirlo, non veniva legato, perché qui, in questo caso, legano Gesù ? Bisogna riandare alla resurrezione di Lazzaro, che l’evangelista ha scritto anticipando quello che sarà la morte e gli effetti della resurrezione di Gesù.

lunedì 15 maggio 2023

OMELIA DOMENICA 14 MAGGIO 2023

 



VI DOMENICA DI PASQUA

At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1 Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

 

Paolo Cugini

 

Diceva il Cardinal Matteo Zuppi, ad un incontro sul tema della Chiesa, che: “non ci stiamo rendendo conto che stiamo accompagnando la fine di un’epoca”. Di che epoca si tratta? Quel sistema ecclesiale sorto dopo l’editto di Costantino nel 313 d. C. e che ha avviato il processo d’identificazione del cristianesimo con religione dell’Impero Romano, divenuto, poi, il Sacro Romano Impero, cammino rinsaldato nel 728 d. C. con la donazione di Sutri, che ha sancito l’inizio del potere temporale della Chiesa, ha segnato l’epoca della cristianità. In questo periodo durato parecchi secoli, la Chiesa nelle sue istituzioni ufficiali ha esercitato un potere politico di prestigio, un a presenza sociale di tutto riguardo. Era il periodo in cui i vescovi erano dei conti e i papi al livello degli imperatori, mentre i sacerdoti delle figure sacrali, addetti al sacro e parlavano la lingua degli angeli (il latino). Questa epoca, che ha segnato l’occidente in modo significativo, sta crollando. Si tratta, allora, di pensare a nuove forme di vita cristiana capaci di rispondere alla novità del presente. Nel frattempo, abbiamo la possibilità di riprende più serenamente ina mano il Vangelo per chiederci: in fin dei conti, qual è stata la proposta di Gesù?

“Se mi amate” (Gv 14. 15). Il “se” all’inizio della frase ricorda un dato fondamentale: quello che Gesù propone non può essere imposto, ma può essere solo accolto in modo libero. Era questa la dinamica delle prime comunità cristiane, perlomeno sino al terzo secolo. Erano le persone adulte che chiedevano di far parte della comunità cristiana, affascinati dal loro stile di vita. La richiesta, come sappiamo dalle fonti a nostra disposizione, esigeva un cammino di tre anni, in cui il neofita veniva introdotto nella conoscenza del Vangelo e dei misteri cristiani. Era davvero una cosa seria! Oggi, invece, tutti veniamo battezzati contro la nostra volontà e il percorso dell’iniziazione cristiana, invece d’introdurci nella vita della comunità, nella stragrande maggioranza dei casi conduce fuori. Le statistiche ci dicono, infatti, che dopo la cresima la stragrande maggioranza dei bambini smette di frequentare la comunità. Questa aberrazione prodotta nell’epoca della cristianità, ossessionata dai numeri, potrà scomparire per riportare il cammino cristiano nella sua dimensione di proposta libera, proprio com’era all’inizio.

“Mi amate”. La proposta di Gesù è una comunità fondata sull’amore. Non a caso queste parole vengono pronunciate nel contesto dell’ultima cena, proprio dopo la lavanda dei piedi riportata dalla redazione di Giovanni. Gesù non ha fondato la sua comunità sull’osservanza di precetti, prescrizioni, regole morali; non ha fondato il cammino sul senso di timore reverenziale nei suoi confronti: non vi chiamo servi ma amici. Non ci sono processioni da compiere, nemmeno devozioni e riti speciali per “meritarsi” il paradiso e fuggire alla paura dell’inferno. Niente di tutto questo apparato religioso c’è nella proposta semplice e libera di Gesù. Coloro che desiderano far parte della comunità del Signore sono invitati a deporre le armi della rivalità, della competizione e della meritocrazia, per entrare nel cammino del servizio gratuito e disinteressato ai fratelli e alle sorelle. Non solo. C’è qualcosa di più profonde nelle parole di Gesù. Il “mi amate” significa che il fondamento dell’amore ai fratelli e alle sorelle è l’amore al Lui. Ciò significa, che fino a quando non c’è la percezione della sua presenza, non può avvenire un cammino di fede. È Lui stesso che ci chiama a questa relazione d’amore. La dinamica della sequela al Signore sembra essere la stessa della relazione amorosa. Del resto, il Vangelo narra la storia di uomini e donne avvolti dall’amore del Maestro.

 “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paracleto perché rimanga con voi per sempre” (Gv 14, 16). Nei capitoli 14-16 del Vangelo di Giovanni troviamo le riflessioni più profonde dei vangeli sul tema dello Spirito Santo. Ebbene, nei versetti che stiamo commentando ci viene detto che lo Spirito Santo agirà in noi in modo tale da farci sentire la presenza del Signore per sempre. È questa la nostra consolazione: la percezione costante della presenza del Maestro. Questo aspetto è fondamentale, perché rivela l’essenza del cammino cristiano: incontrare il Signore, sentire la sua presenza. Questa percezione ci dà la forza per collaborare alla costruzione del Regno di Dio, regno di pace e di giustizia, ben diverso dalle logiche disuguali del mondo. Non a caso è lo stesso Gesù che afferma: “Lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi” (Gv 14,17). C’è una contrapposizione radicale e insanabile tra il mondo e la comunità cristiania, contrapposizione di stili, di modi di vedere. Come sappiamo, nel Vangelo di Giovanni il mondo non indica il cosmo, ma la struttura che si organizza indipendentemente da Dio, dal Vangelo. Accogliere lo Spirito Santo, diviene allora fondamentale per continuare in ogni momento della vita a struttura l’esistenza sulle indicazioni proposte da Gesù.

Alla fine, ci rendiamo conto quanto la cristianità ci abbia condotto fuori dal Cammino indicato dal Maestro. Ci ha riempito la vita di riti, culti esteriori, di una sacralità pesante che esige ricchezza negli abiti e nelle strutture; ci ha soffocati con precetti, obblighi, provocando sensi di colpa, scrupoli a non finire. Tutto questo per cosa? Rileggendo le pagine del Vangelo ci si rende conto del vuoto della proposta emersa nella cristianità e della semplicità estrema di quella di Gesù che non chiedeva altro che una semplice e disarmante cosa: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.

martedì 9 maggio 2023

VANGELO DI GIOVANNI CAPITOLO 17

 



 

[Annotazioni di Paolo Cugini]

 

1 Così parlò Gesù. E alzati gli occhio al cielo, che nel linguaggio biblico indica la sfera divina, disse: Padre, É una caratteristica di questo vangelo, più di tutti gli altri in cui Gesù, per ben 118 volte, si rivolge a Dio chiamandolo Padre. Dio è il nome comune in tutte le religioni, lo specifico della comunità cristiana è Padre e va compreso in una cultura dove non esiste il termine genitori. Nella lingua ebraica non esiste il termine genitori perché il padre e la madre hanno compiti completamente differenti. Noi sappiamo che alla nascita del bambino concorre sia il papà che la mamma, mentre nella cultura ebraica dell’epoca  c’è un padre, colui che genera, che trasmette la vita e una madre, colei che partorisce e non ci mette nulla. Allora rivolgendosi a Dio chiamandolo Padre, significa che riceviamo la vita da lui ed essendo una vita divina, è una vita indistruttibile. è giunta l’ora, alle nozze di Cana, quando la madre gli aveva chiesto di intervenire perché nel popolo mancava il vino, cioè l’amore, Gesù aveva detto: non è ancora giunta l’ora (l’ora della morte). Nella morte di Gesù esploderà tutto l’amore di Dio per l’umanità, finalmente si capirà quanto era grande l’amore di Dio per l’umanità. Questa è l’ora di Gesù, quando attraverso il dono della vita si manifesta la gloria del Padre. Nell’amore di Gesù si manifesterà l’amore del Padre per tutta l’umanità. È giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, manifesta quello che c’è nel Figlio tuo, affinché il Figlio glorifichi te. Abbiamo detto che il cielo è la sfera divina, Gesù alza gli occhi al cielo, si dirige al Padre e lo fa soltanto in due occasioni, qui e alla resurrezione di Lazzaro, capitolo 11. Vuol dire che c’è una stretta relazione tra la preghiera di ringraziamento per la vita indistruttibile che Gesù aveva fatto nell’episodio di Lazzaro e il momento della manifestazione della gloria del Figlio di Dio, cioè di una vita capace di superare al morte, di una vita indistruttibile. Gesù chiede al Padre che arrivi il momento di manifestare la sua gloria. Come gli hai dato autorità su ogni carne, così egli dia vita eterna a tutto quello che gli hai dato. L’evangelista costruisce questo versetto come il comandamento dell’amore. Gesù non lascia un comandamento da aggiungere agli altri, ma un nuovo comandamento di una qualità che supera tutti gli altri e aveva detto: come io vi ho amato, così amatevi voi.

2 Come gli hai dato autorità su ogni carne, così egli dia vita eterna a tutto quello che gli hai dato. Il potere di Gesù è la capacità di amore che ha dimostrato ai suoi discepoli; quanti l’accolgono e la traducono in altrettanto amore, hanno una vita di una qualità tale che è eterna. Tante volte abbiamo detto che Gesù non è un filosofo il cui insegnamento ci libera dalla paura della morte, altri hanno tentato di farlo. Gesù, per questo l’hanno preso per matto, e ci garantisce che noi non faremo l’esperienza della morte. Arriverà il momento in cui la ciccia che ha un inizio, una crescita, un declino avrà una fine, ma la nostra vita – zoe - sarà indistruttibile. Come gli hai dato autorità su ogni carne, l’uomo nella sua debolezza, così egli dia vita eterna a tutto quello che gli hai dato. Il messaggio di Gesù è positivo, è un’offerta di vita piena. Non è una imposizione, uno non può essere obbligato a vivere per sempre, quello che Gesù fa è una possibilità di vita. Come si ottiene? Il capitolo che stiamo esaminando era già contenuto in sintesi nel prologo quando l’evangelista aveva detto: a quanti però lo hanno accolto (il progetto di vita di Gesù) ha dato capacità (potere) di diventare figli di Dio.

3 Questa è la vita eterna: che conoscano te l’unico Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo.

 4 Io ti ho glorificato sulla terra, Gesù ha manifestato la gloria del Padre continuando la sua azione creatrice e proprio per glorificare (manifestare visibilmente quello che Dio è) il Padre dice, io ti ho glorificato sulla terra, finendo l’opera che mi hai dato da fare. Vediamo l’uso dei verbi perché l’evangelista è molto attento. All’epoca di Gesù c’era una teologia che Gesù contraddice ed era il rimpianto per il paradiso perduto. Si leggevano i primi capitoli della Genesi, quelli della creazione, andando con rimpianto ad un paradiso irrimediabilmente distrutto. Gesù ne dà una nuova interpretazione. Il racconto della creazione, la piena armonia tra l’uomo e la donna, tra gli uomini e il creato, non è il rimpianto di un paradiso che è stato irrimediabilmente perduto per colpa degli uomini, ma è la profezia di un paradiso da costruire. Questa è la meta dell’umanità, non c’è da rimpiangere un’epoca d’oro, i bei tempi di una volta. Purtroppo fa parte di una caratteristica dell’uomo lamentarsi del presente, essere spaventato del futuro e andare sempre con il rimpianto ai tempi di una volta. Cosa c’era una volta? Per il lavoro che dovevo fare sono andato a ritroso nell’epoca per ricercare dove appare per la prima volta (dal punto di vista letterario) che i genitori che si lamentano dei figli.

5 E ora glorificami, parla all’imperativo perché ogni evangelista ha una sua linea teologica differente dagli altri, non c’è la richiesta che troviamo in Matteo: Padre allontana questo calice da me. E ora glorificami, Padre, davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te, prima che il mondo fosse. Per comprendere questo capitolo bisogna rifarsi al prologo del vangelo di Giovanni dove c’era scritto: In principio era il Verbo, la parola di Dio, e il Verbo era presso Dio e tutto fu fatto per mezzo di lui.... il mondo fu fatto per mezzo di lui. L’evangelista corregge la teologia dell’autore del libro della Genesi, primo libro della bibbia che comincia: In principio Dio creò il cielo e la terra, dicendo: In principio c’era già una Parola che conteneva un progetto, il progetto di Dio: un uomo con la condizione divina che si realizza pienamente nella figura di Gesù. Per questo Gesù dice: e ora glorificami, la sua morte imminente sarà la manifestazione visibile dell’amore del Padre all’umanità, con quella gloria che avevo presso di te, realizzando quel progetto sull’umanità che tu avevi prima ancora della creazione del mondo. Secondo Giovanni prima ancora di creare il mondo, Dio aveva questo progetto, e tutta la creazione è stata fatta in vista della realizzazione di questo progetto. Ecco perché il creato, la natura non sono degli avversari, ma preziosi collaboratori per realizzare il progetto di Dio sull’umanità. La gloria di Gesù è quella del progetto divino che in lui si è pienamente realizzato. A Gesù urge la piena realizzazione del progetto sull’umanità che vedrà il suo apice nel momento della sua morte.

6 Ho manifestato (ho reso visibile) il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. E lo ha fatto lavando loro i piedi. L’immagine di Dio che Gesù ci presenta è lontana dall’immagine della religione dove Dio era al vertice di una piramide, e via via i potenti, il sommo sacerdote, il re, fino ai servi. Dio era in alto e nella società comandava chi era più vicino a Dio. il Dio di Gesù non sta in alto in un trono, sta alla base, in un atteggiamento di servizio. La manifestazione del nome del Padre che Gesù ha fatto ai discepoli, è stata attraverso la lavanda dei piedi che, è importante, non avviene prima della cena. Non è un’azione purificatrice per rendere degni di partecipare alla cena, ma avviene durante la cena. L’evangelista vuol fare comprendere che la partecipazione alla cena di Gesù è quello che purifica i discepoli, contraddicendo la teologia dell’epoca in cui si diceva che l’uomo è impuro e deve purificarsi per essere degno di avvicinarsi al Signore. Invece accogli il Signore, è lui che ti purifica. che mi hai dato dal mondo, per andare a Gesù bisogna rompere con il mondo, è quello che negli altri vangeli è chiamata la conversione. Per mondo non si intende il creato, che è un prezioso alleato dell’uomo, ma il sistema che regge la società, un sistema che all’epoca di Gesù (è ancora la nostra, ci sarà tanta strada da fare) si basava su tre verbi che nel vangelo sono maledetti, causa prima di ingiustizia, dell’odio, della libertà e sono: avere, salire, comandare.

Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola. Nella persona di Gesù si manifesta Dio stesso, quel Dio che nessuno aveva mai visto e nel prologo si legge: Dio nessuno lo ha mai visto, solo il Figlio ne è la rivelazione, Dio è l’amore che si fa servizio delle persone. Gesù è consapevole di essere la manifestazione del Padre.

7 Ora conoscono che tutte le cose che mi hai dato vengono da te,

8 perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e conoscono veramente che io sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. Alla base della conoscenza c’è l’accoglienza delle parole, espressione del messaggio di Gesù. Il termine adoperato dall’evangelista per parole viene usato nell’antico testamento greco per indicare i dieci comandamenti. L’evangelista equipara l’insegnamento di Gesù a quello di Dio stesso, e le parole di Gesù hanno lo stesso valore dei comandamenti di Dio. Le parole che mi hai dato io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e conoscono veramente, il verbo conoscere in ebraico e poi in greco non è mai un sapere intellettuale; conoscere non riguarda l’intelletto, ma il cuore, o una profonda intima esperienza. Quando Gesù, più volte in questo brano parlerà del verbo di conoscere Dio, non si riferisce ad un sapere, ma ad un farne esperienza. Nel mondo biblico il verbo conoscere indicava quella che era la più grande esperienza di intimità tra due esseri, quale il rapporto coniugale. Non sapendo queste cose uno rimane un po’ stranito nel leggere certi brani dell’Antico Testamento, come nella Genesi, dove si legge che Adamo conobbe Eva e lei rimase incinta! Conoscere non indicava il semplice sapere, ma un rapporto intimo.

9 Io chiedo per loro; non chiedo per il mondo, l’evangelista evita di usare per Gesù il verbo domandare che significa richiesta di un inferiore a un superiore, ma usa chiedere che indica la richiesta tra pari, perché lui e il Padre sono la stessa cosa. Quelli che non hanno rotto con il sistema di potere (avere, salire, comandare), non sono oggetto della azione della preghiera di Gesù, perché c’è solo da sperare che questi spariscano al completo, Gesù è tremendo, ma per coloro che mi hai dato perché sono tuoi. E gli altri di chi sono? Cioè: io chiedo per loro, quelli che mi hanno accolto e hanno rotto con i tre valori del mondo, avere, salire, comandare, che è il sistema ingiusto, ma per coloro che mi hai dato perché sono tuoi. Se quanti hanno rotto con il sistema ingiusto della società sono del Padre, gli altri di chi sono? Gesù ce lo ha già detto. Usando un linguaggio biblico li ha chiamati figli del diavolo e sono i dirigenti, le autorità religiose. Di loro al capitolo 10, quello del buon pastore, aveva detto: voi non credete perché non siete mie pecore. Quelli che appartengono al sistema ingiusto non sono del Padre, anche se magari pretendono di rappresentarlo, sono i figli del diavolo e come il loro padre, Gv. 8,44, sono menzogneri e assassini. C’è da fare una scelta radicale, o si sta con Gesù dalla parte del bene dell’uomo, o si sta con il potere dove c’è solo menzogna e assassinio. Gesù è molto chiaro. Gesù non prega per il mondo, perché al mondo non interessa quello che lui chiede per i suoi. Gesù chiederà l’unità, la protezione dal maligno cose che non interessano a chi sta nel mondo.

10 E tutte le cose mie sono tue, le tue mie, e io sono glorificato in loro. Quello che è del Padre è pure di Gesù, non nel senso di proprietà, ma nel senso di appartenenza ad una stessa famiglia unita dal vincolo dell’amore e i discepoli sono oggetto dell’amore di entrambi, ma questo non ci entra in testa, abituati ancora oggi ad una tradizione piagnucolosa, fatta di dolori, di sofferenza e se togliete a certi preti e a certi teologi dolore e sofferenza non sanno più parlare di Dio. Cose che non sono nel vocabolario di Gesù. Non si fa nulla per alleviarlo perché il culto della sofferenza, dell’infelicità è un problema serio, perché è nella sofferenza, nel dolore che l’uomo cerca Dio. Per cui se fai felici gli uomini, si rischia che non cercano più Dio. Pensate che meccanismo perverso si può instaurare! Una volta un prete mi diceva: va male la società!, alla gente non va più di soffrire! I discepoli sono oggetto dell’amore di entrambi, noi siamo oggetto dell’amore del Padre e del Figlio che chiedono di diventare, noi, la loro dimora.

11 Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, la rottura con il mondo non significa una separazione dal mondo. Da sempre e ancora continua l’idea di fare una élite, un gruppo spirituale di persone autentiche, di primi della classe che si differenziano dagli altri. No, Gesù dice: essi invece sono nel mondo, non ci chiede di separarci dalla società, ma di starci per cercare di vivificarla e io vengo a te. Padre santo, conservali nel nome che mi hai dato perché siano uno come noi. (la richiesta è straordinaria). È il vertice di tutto il vangelo di Giovanni, che per fortuna non comprendiamo perché ci manda fuori di testa dalla contentezza. È una 10 ubriacatura di gioia! Io non sono più nel mondo, essi sono nel mondo e io vengo a te. Padre santo conservali nel nome che mi hai dato e il nome di Gesù è lo stesso di Dio, il Signore, perché ecco il progetto di Dio per l’umanità, siano uno, non un’unica cosa.

12 Quando ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che tu mi hai dato, li ho custoditi. Nessuno di loro è andato perduto tranne il figlio della perdizione perché si compisse la Scrittura. Il riferimento alla scrittura riguarda il Salmo 41 che è stato citato durante la cena: quelli che mangia il pane con me, ha alzato il suo calcagno. L’amore non può essere imposto, può essere soltanto proposto e offerto. Ricordate la scena stupenda drammatica nel capitolo 13? Gesù in quella cena cerca di conquistare fino in fondo l’amore di Giuda, Giuda no. Nella cultura dell’epoca il padrone di casa riveriva l’ospite più importante offrendogli lui stesso il primo boccone. Gesù infatti offre il primo boccone della cena a Giuda, dicendogli: guarda quanto ti amo, per me sei il discepolo più importante, ma Giuda non lo mangia. Se lo avesse mangiato (il boccone rappresenta il pane, il corpo di Gesù), avrebbe assimilato la vita divina. Giuda non lo mangia, lo prende, cap.13,30, uscì ed era notte. Gesù ha fallito completamente con Giuda perché l’amore non può essere imposto, ma soltanto offerto. E Giuda ha preferito i propri interessi.

13 Ma io ora vengo a te e dico questo mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano la mia gioia, se non avessimo capito Gesù sottolinea che abbiano la gioia quella mia ricolma, e usa un tempo verbale che significa una pienezza che tende a traboccare in se stessa. Per l’ultima volta torna il tema della gioia, già apparso durante la cena e vuol dire che la comunità cristiana è chiamata ad essere la manifestazione visibile della gloria di Dio. Essa è il nuovo santuario nel quale si tocca con mano questo amore. L’esperienza continua crescente, progressiva, di questo amore, conduce la comunità ad un dono di sé agli altri. Il darsi agli altri consente al Padre una comunicazione ancora più grande di vita. È l’amore ricevuto che si trasforma in amore comunicato. Questa vita, essendo la stessa vita di Dio (flusso della vita di Dio), è fonte di una gioia crescente, ricolma e traboccante: perché abbiano la gioia quella mia, una gioia di Dio, non una gioia transitoria, a metà, a intermittenza.

14 Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. È un brusco cambio di tematica. Dalla gioia all’odio, ma paradossalmente sia la gioia che l’odio sono causati dal non aver accolto la parola di Gesù che è la stessa parola di Dio. Come mai la parola in chi l’accoglie causa una gioia crescente da essere traboccante e in altri può portare una reazione tale che spinge ad odiare chi accoglie la parola? Perché la parola di Gesù che si manifesta nell’unico comandamento che ci ha lasciato, quello dell’amore agli altri come lui ci ama, una volta che viene raccolta essendo parola di Dio, parola creatrice sprigiona in sé tutte le Gesù chiede al Padre che la comunità che lo accoglie e con lui e come lui si orienta verso gli altri, abbia la sua stessa gioia, perché la comunità ha capito che non deve vivere per Dio, ma vive di Dio.

sue energie e potenzialità e inizia - nell’individuo che l’accoglie - un processo irreversibile di pienezza di libertà da cui non si torna indietro. Gesù lo aveva detto al capitolo 8,31-32 Se rimanete fedeli alla mia parola sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi. Un effetto collaterale dell’accoglienza della parola (del quale Gesù ci avvisa perché prima di fare la scelta, dobbiamo sapere anche le conseguenze), è interiormente una pienezza di gioia crescente, traboccante che nessun avvenimento esterno potrà scalfire; dall’altro, in un mondo di sottomessi, siccome l’accoglienza della parola ti fa diventare una persona libera, che pretende di ragionare con la propria testa sarà malvista. In un mondo di persone obbedienti, che chinano il capo, una persona libera è un crimine intollerabile. Non c’è nulla che il sistema riesca a tollerare più della libertà e delle persone libere. Per questo vi dirige tutto il suo odio mortale.

15 Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li conservi (li protegga) dal Maligno. Gesù non chiede e non è venuto a formare un gruppo spirituale che si distacchi dalla società, un’elite spirituale. Nelle parole di Gesù c’è senz’altro una polemica con il gruppo degli Esseni, pii ebrei che disgustati da quello che avveniva nel Tempio di Gerusalemme, dal mercato che Gesù stesso condannerà, disgustati dal compromesso che i sommi sacerdoti avevano fatto con i dominatori, dall’affarismo che gravava attorno al Tempio si erano separati dal Tempio erano andati in località desertiche dove vivevano in comunità di persone assolutamente pure, assolutamente ligie alla legge di Dio.

17 Consacrali nella verità. La tua parola, quella tua, è verità. Il verbo santificare o consacrare significa essere separati in vista di qualcosa. Se io consacro questo bicchiere, significa che lo utilizzo soltanto per determinati aspetti, questo è essere separati in vista di qualcosa. Santificati significa essere separati, nella verità significa il dinamismo d’amore che fa volere il bene degli altri, come valore principale della propria esistenza. Gesù assicura che l’accoglienza della parola del Padre, che è verità, impedisce ai discepoli di essere vittime della menzogna, e di essere i primi a denunciare ogni aspetto menzognero. Bisogna stare attenti, i lupi non si presentano con la faccia da lupi, ed è la denuncia dei vangeli che i lupi si presentano sempre come agnelli. Il compito di qualunque discepolo è essere il profeta della comunità. Nella misura in cui si accoglie la parola e questa sprigiona in noi tutte le sue energie ci rende persone libere. Più siamo liberi, più abbiamo il fiuto infallibile per percepire quando una persona, nonostante si presenti in veste di agnello, nonostante si presenti con buone parole, con buoni titoli, in realtà è una persona che vuole distruggere, che vuole dominare e che vuole comandare. L’accoglienza della parola di Gesù rende le persone libere, le inserisce in un dinamismo di verità e le fa diventare sentinelle della società e della comunità cristiana. Questo non sarà indolore, perché quando tutti gli altri saranno affascinati da una persona, il discepolo sarà colui che lo denuncerà come menzognero e siccome gli altri sono affascinati, non lo ascolteranno, ma addirittura lo ostacoleranno: è il destino dei profeti che gridano la verità, ma in un mondo narcotizzato dal potere non vengono compresi. La separazione nella verità dice Gesù. 18 Come tu mi hai inviato nel mondo, anch’io ho inviato loro nel mondo. Gesù non desidera che i suoi si ritirino dal mondo, ma lui stesso li invia nel mondo; la missione dei discepoli ha lo stesso fondamento di quella di Gesù. Come tu mi hai inviato nel mondo, il Padre non ha inviato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui. L’azione di Gesù è offrire un’alternativa di vita a questa società, questa è l’azione di Gesù. La proposta di Gesù è un’alternativa, in una società, l’abbiamo imparato a memoria, che è retta da quei tre verbi che abbiamo dichiarato maledetti: dell’avere, del salire e del comandare. Gesù propone un’alternativa che si chiama regno di Dio, dove al posto di accumulare per sé ci sia la gioia del condividere, dove al desiderio, alla smania di salire, ci sia la gioia di scendere per avvicinarsi a tutti e dove soprattutto di fronte alla brama di comandare, ci sia la disponibilità del servire. Un’alternativa di libertà e d’amore.

19 per loro io consacro me stesso; Gesù sta parlando della sua morte. Quando arriveremo al momento della morte di Gesù ci accorgeremo dell’abilità, della grandezza dell’evangelista, di tutti gli evangelisti. Nessun evangelista scrive che Gesù morì! Nessuno. Gesù è morto, è chiaro, ma gli evangelisti non fanno una cronaca, vogliono trasmetterci delle verità e nessun evangelista scrive che Gesù morì, Gesù sulla croce consegna il suo Spirito, lo Spirito che ha ricevuto dal Padre nel battesimo (Spirito significa la stessa capacità d’amore) e che ha arricchito con la sua esperienza di vita. Gli evangelisti non ci consegnano una scena di morte, ma una scena di vita piena. Gesù dice: per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità. Di nuovo ritorna con insistenza, in questo vangelo, essere consacrati nella verità. Abbiamo detto che consacrati significa separati, essere nella verità significa aver messo al primo posto, come unico valore assoluto della propria esistenza, il bene degli uomini. Quando c’è questa capacità di mettere il bene dell’altro al primo posto, le parole di Gesù acquistano il loro vero significato, il messaggio di Gesù acquista tutta la sua potenza e soprattutto si realizza la vita dell’individuo.

20 Non prego solo per questi, (i suoi discepoli), ma anche per quello che la mia parola crederanno in loro, sembra quasi che ci sia un errore di trascrizione perché ci saremmo aspettati prego solo per questi, ma anche per quello che la mia parola crederanno in loro, oppure Gesù poteva dire quelli che per la tua parola crederanno in me. Gesù ha parlato prima del Padre, poi ha parlato della propria parola, ecco il cambio straordinario importantissimo ne va della nostra stessa realizzazione della nostra esistenza, non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me. Quello che Gesù sta dichiarando è esplosivo è rivoluzionario, perché quello che prima ha presentato come la parola di Dio, del Padre, poi la sua parola, la parola del Figlio di Dio, adesso dice che è la parola dei discepoli: diventa il messaggio dei discepoli. Gesù sta dicendo che non si tratta, per i discepoli, di andare a ripetere una dottrina che hanno appreso, ma a comunicare un’esperienza propria. Loro parola significa che il messaggio non è una dottrina che una volta detta è immutabile, definita, che viene custodita e trasmessa di generazione in generazione nel tempo. Essendo la parola accolta dall’individuo, elevata alla sua vita, l’unica parola produce in ogni individuo effetti diversi: è la moltiplicazione della parola di Dio.

21 Tutto questo perché tutti siano uno, non come certe traduzioni aggiungono una sola cosa. Non è legittimo aggiungere quello che l’evangelista non scrive. L’evangelista dice: perché tutti siano uno, non una sola cosa, indubbiamente c’è il discorso di essere uniti, ma qui Gesù vola più in alto, non parla soltanto dell’unità della comunità, dice perché tutti siano uno. La cifra uno indica, nella bibbia, Dio stesso. Dio è uno, è un unico Signore. Gesù sta dicendo perché tutti siano uno [= Dio], il progetto di Dio sull’umanità è che l’uomo diventi Dio. Dio è talmente innamorato degli uomini che vuol trasmettere agli uomini la sua capacità d’amore; chi l’accoglie diventa figlio di Dio, ha in sé la vita divina. Il Dio di Gesù ci porta a livelli... e forse da una parte è bene che non li comprendiamo. Perché tutti siano uno come tu, Padre, in me. Aiutiamoci un poco perché il brano è talmente complesso e ricco e vediamo di comprenderlo bene. Tutti siano uno, il programma della comunità è che ognuno diventi dimora di Dio e Dio lui stesso.

22 E io la gloria che tu hai dato a me, la gloria che il Padre ha donato a Gesù è il suo Spirito, la sua stessa forza, capacità, energia d’amore che si rendono visibili in Gesù, la cui missione sarà poi battezzare, immergere i suoi nello Spirito. È tutta la capacità d’amore che mi hai dato e ci saremmo aspettati la darò a loro, l’annuncio della effusione dello Spirito che poi darà al momento della croce. Invece dice io l’ho data a loro, dobbiamo andare a ritroso e vedere quand’è che Gesù, la gloria che ha ricevuto, la capacità d’amore che ha ricevuto dal Padre, l’ho data a loro perché siano uno come noi uno. Dobbiamo andare a ritroso al capitolo 13 che inizia con solennità, Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, cosciente ormai della sua fine, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amo sino alla fine. Gesù cosciente che gli rimane poco, avendo già dimostrato il suo amore ai suoi discepoli, arriva alla comunicazione massima del suo amore. E là dove ci aspetteremmo chissà quale insegnamento o segno straordinario, Gesù si alza, si mette un grembiule e comincia a lavare i piedi ai discepoli. Il gesto di Gesù è importante. Lavando i piedi, e li laverà anche al traditore, mostra che Dio è amore che si fa servizio, ma soprattutto - questa è di grande importanza per la comprensione del dinamismo della vita spirituale con Gesù - perché non lava i piedi prima della cena. Gesù voleva fare questo gesto, voleva dimostrare che Dio non va servito, ma che si mette al servizio degli uomini. Se Gesù voleva dare una dimostrazione perché non l’ha fatto come normalmente si faceva, prima della cena? Prima di andare a cenare le persone si lavavano, si purificavano in modo da non portare nella camera da pranzo niente di sporco, niente di impuro.

23 Io in loro, siamo alla terza volta e nel mondo ebraico il numero tre significa quello che è completo, quello che è definitivo, e tu in me, perché siano perfetti nell’uno, (uno è Dio), e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me. Nel versetto 21 Gesù aveva detto: tu Padre in me e io e te e abbiamo visto che Dio in Gesù manifesta la sua condizione umana, e Gesù nel Padre manifesta la sua condizione divina, adesso: Io in loro e tu in me, accogliendo Gesù si accoglie Gesù in cui è contenuta la presenza del Padre. Di nuovo ritorna che l’individuo e la comunità sono l’unico vero santuario in cui si manifesta l’amore di Dio. San Paolo elaborerà queste immagini parlando del credente come tempio del Signore, unico santuario quello vivente, non esistono altri santuari, l’unico santuario è quello della comunità che accoglie l’amore di Dio. L’accoglienza di Gesù è l’accoglienza del Padre, Dio non assorbe le energie delle persone, ma gliele comunica. Gesù sta portando a compimento quello che aveva annunciato nel versetto di prima: se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Noi siamo l’unica eterna dimora di Dio. Stando un po’ su questa frase, abbiamo riso su quelle espressioni dei manifesti funebri, specialmente per le persone religiose: è tornato alla casa del Padre!

24 Padre quel che mi hai dato, ci saremmo aspettati ti chiedo o ti prego, invece voglio - è l’unica volta che Gesù dice voglio, nell’ultima domanda non dice più io ti chiedo, ma voglio perché si tratta del destino dei suoi seguaci, dei suoi discepoli. Quando si tratta del destino dei suoi Gesù non chiede, non prega, ma lo esige come un diritto e vuole che siano con me dove sono io, perché vedano la gloria, quella mia che mi hai dato: poiché tu mi hai amato prima della fondazione del mondo. La condizione divina non è un privilegio esclusivo di Gesù, ma il destino di ogni credente. Ogni uomo è chiamato ad essere figlio di Dio e Dio stesso. All’inizio di questo vangelo, nel prologo, Giovanni ha scritto a quanti lo hanno accolto Gesù ha dato la capacità di diventare figli di Dio, pertanto la distanza tra Dio e gli uomini viene eliminata. Dove c’è Dio c’è pure l’uomo, dove c’è l’uomo c’è pure Dio, per questo lo hanno ammazzato.

25 Padre giusto, cioè fedele; quando troviamo nella bibbia l’espressione giustizia di Dio non equivochiamo con la nostra giustizia retributiva. La giustizia di Dio significa fedeltà, Dio è fedele, se il mondo non ti ha conosciuto e di nuovo Gesù dà una stilettata verso le istituzioni, il mondo che non lo ha conosciuto sono i capi. Gesù l’ha detto già altre volte: non hanno conosciuto né il Padre né me, voi non conoscete né me né il Padre. Come fanno i capi religiosi ad annunciare la volontà di Dio quando non conoscono questo Dio? Quella che contrabbandano come volontà di Dio, non ha nulla a che vedere con Dio, ma è soltanto la formulazione dei loro interessi, delle loro convenienze, è il loro desiderio, di dominio di prestigio sulle persone per tenerle sottomesse. I capi religiosi secondo la denuncia di questo vangelo, mai hanno conosciuto Dio, perché per conoscere Dio bisogna mettere al primo posto il bene dell’uomo. Quando ci sono altri valori al posto del bene dell’uomo, non si conosce Dio che potrà essere annunciato, insegnato, ma non sarà mai il Padre di Gesù.

26 E io ho fatto conoscere loro il tuo nome, cioè la realtà dell’individuo, e Gesù ha fatto conoscere il nome del Padre mettendosi a lavare i piedi ai discepoli. Ricordiamo in breve l’episodio che Gesù sta citando. La società dell’epoca, anche oggi, era piramidale. In cima alla piramide c’era Dio, poi il sommo sacerdote, il re ecc. fino agli ultimi poi le donne i servi e gli schiavi. Gesù lavando i piedi, ha fatto un lavoro da servo e questo significa che Dio non sta in cima alla piramide, ma in fondo. Se questo è vero, il più lontano da Dio è il sommo sacerdote e come può conoscere Dio lui che è il più lontano? Chi lo conoscerà? Quelli che liberamente e volontariamente per amore metteranno la propria vita al servizio degli altri. Questi lo conosceranno, e dice Gesù: e ho fatto conoscere loro il tuo nome, il nome di Dio, amore che si fa servizio.

 

 

 

 

venerdì 5 maggio 2023

OMELIA DOMENICA DELLE PRIME COMUNIONI 2023


 


Paolo Cugini

 

Che cosa significa per questi bambini la celebrazione della prima comunione? Che cosa significa per noi, comunità cristiana? È questa la domanda importante che rivolgiamo alle letture e alla quale cerchiamo una risposta che possa contribuire al nostro cammino di fede. Concentrerò la riflessione esclusivamente sulla parola: comunione. Credo che in un contesto culturale sempre più individualista, che incentiva una vita di solitudine già visibile nell’infanzia, è importante riflettere sulla proposta del Vangelo che oggi questi bambini accolgono come positiva per loro. Che cosa s’intende, allora per comunione e perché è così importante?

La comunione è la situazione esistenziale che i discepoli e le discepole di Gesù realizzano dopo la sua morte e resurrezione. Dice il testo degli Atti degli Apostoli nel passaggio in cui si riassume la vita della prima comunità che: “erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione” (At 2,42). I membri della prima comunità cristiana avevano capito che il segno evidente del discepolato era la comunione, perché riproduceva lo stile comunitario vissuto assieme a Gesù. Infatti, Gesù ha annunciato il Regno dei cieli, lo stile di vita fondato sull'amore, la giustizia e la pace non da solo, ma assieme a un gruppo di uomini e di donne con i quali ha tessuto una profonda relazione di amicizia. “Non vi chiamo servi ma amici” (Gv 14,): sono queste le parole che Gesù ha detto ai suoi discepoli e alle sue discepole nel contesto dell'ultima cena, parole che riassumono il senso del suo stare in mezzo a loro. Ha donato se stesso, la sua parola, il suo pensiero, il suo modo di essere, la sua ricerca costante della giustizia e lo ha fatto in un contesto di amicizia virgola di comunione. Ecco perché, proprio nel contesto dell'ultima cena, dopo aver lavato loro i piedi dirà: “da questo sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).

La vita di comunione all'interno di una comunità cristiana è importante non solo perché riproduce lo stile di vita proposto da Gesù, ma anche e soprattutto perché fa risplendere nel mondo la presenza di Dio, cioè il mistero racchiuso nella Santissima Trinità, la comunione delle tre persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Tutte le volte che produciamo uno stile di vita individualista, tutte le volte che creiamo problemi all'interno della comunità e siamo strumenti di divisione, non si tratta semplicemente di una questione sociale, ma in una prospettiva di fede, stiamo ostacolando la possibilità al mondo di vedere riflessa nella storia l'immagine di Dio, che si manifesta come comunione. Ecco perché tutto lo sforzo che facciamo per fare in modo che nella comunità la comunione sia visibile e stabile è in funzione di Dio.

Senza dubbio dal punto di vista umano la comunione non si raggiunge in modo spontaneo, ma esige un costante lavoro, una costante attenzione. Se ci pensiamo bene, ci sono alcuni atteggiamenti che ci aiutano a vivere la comunione nella comunità. Il primo di questi è la capacità di rinunciare alla propria ragione, a fare un passo indietro, a non insistere su dei punti che possono provocare rotture, contrasti insanabili. Se l'obiettivo della vita di comunità e la comunione, perché fa risplendere l'immagine di Dio nel mondo, allora è importante imparare a rinunciare alla propria ragione, a considerare la comunione come un dono più importante della mia ragione. Quando i contrasti sono visibili nella comunità e si arriva allo scontro diventa importante apprendere a chiedere perdono. Gesù ci dice nel Vangelo che dobbiamo imparare a perdonare i nostri fratelli e le nostre sorelle settanta volte sette, cioè sempre. Il perdono è il cemento di una comunità, che desidera ogni giorno camminare nella comunione.

C'è un altro aspetto che è importante considerare in questa riflessione sul tema della comunione. Non è, infatti, solamente in questione la dimensione religiosa della vita. La comunione rivela anche il senso del cosmo, dell'intero universo. Ce lo ha ricordato qualche anno fa proprio Papa Francesco quando nell'enciclica Laudato sii ci ricordava che tutto è in relazione, che la connettività rivela la cooperazione di tutti con tutti: tutto è interconnesso. L'universo, dunque, non è la somma di tutti gli oggetti esistenti, ma l'articolazione di tutte le reti di relazioni e connessioni tra di loro. Tale capacità di stabilire relazioni, e conseguentemente di creare unità, chiamate campi, a costituire lo spirito dell'universo, il quale è il fondamento della relazionalità di tutto con tutto e il responsabile dell'unità del tutto. Il principio della relazionalità è sempre lo stesso. Questa cosmovisione ci obbliga a pensare alla realtà non come una macchina ma come un organismo vivo. Esistono due tendenze in ogni essere: una ad autoaffermarsi per evitare di scomparire e l'altra a integrarsi in un tutto più grande. 

Quando viviamo in comunione collaboriamo alla vita del cosmo e permettiamo all'immagine di Dio di manifestarsi nel mondo.

giovedì 4 maggio 2023

OMELIA DOMENICA 7 MAGGIO 2023

 



V DOMENICA DI PASQUA

At 6, 1-7; Sal 32; 1 Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

 

 

Nel tempo di Pasqua la liturgia ci permette di ascoltare alcune pagine del libro degli Atti degli Apostoli, che riportano la narrazione dei primi inizi della comunità cristiana. Mentre ascoltiamo questi brani, veniamo messi a contatto con le scelte che i discepoli hanno dovuto affrontare una volta trovatisi da soli a continuare l’opera del Maestro. Non è stato facile capire in che modo aiutare i neofiti ad abbracciare il nuovo cammino, soprattutto quelli di provenienza ebraica. Secoli di storia non si cancellano in poco tempo, soprattutto quando si tratta di religione, di costumi, riti settimanali. Inoltre, problemi nuovi insorsero da un’esperienza nuova com’era quella delle comunità cristiane, che presentavano nuovi problemi che nessuno aveva mai visto e sperimentato e che esigevano risposte nuove, evangeliche. Come hanno fatto i primi cristiani ad affrontare in modo nuovo la vita? Che scelte hanno operato?

Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense (At 6,1s). La prima lettura ci aiuta a rispondere alla domanda che ci siamo posti. Infatti, il brano degli Atti degli Apostoli narra di un problema sorto nella prima comunità. Si tratta di un problema concreto, molto reale, che esigeva delle risposte chiare e immediate. Ci sono delle persone, nella prima comunità che si sentono discriminate. Sono le donne di provenienza greca che percepiscono dei favoritismi che la comunità sta facendo nei confronti delle donne di provenienza ebraica. Si tratta, dunque, di un tema significativo, che riguarda la giustizia, il senso di carità. Gli apostoli sono invitati a intervenire. La scelta che loro faranno è determinante per il cammino della comunità a venire. Loro percepiscono che se vogliono continuare lo stile di Gesù non possono staccarsi dal contatto con la sua parola. Del resto, è stato proprio quello che Gesù ha detto loro prima di morire. Nel Vangelo di Giovanni nel contesto dell'ultima cena Gesù rivolgendosi ai suoi discepoli ripete diverse volte la stessa frase: rimanete in me (Gv 15,12). Ecco perché dinnanzi al problema sopraesposto i discepoli non hanno esitazione ad affermare che il punto di partenza di ogni scelta della comunità, anche le più difficili come quelle che stavano affrontando, non poteva fare a meno dell'ascolto della parola del Signore. Inoltre, percepiscono in questa circostanza la loro stessa chiamata, la loro identità che è data dalla fedeltà all'insegnamento del maestro contenuto nel Vangelo. Anche se il problema da affrontare è delicato come quello di servire alla mensa, ai poveri, una questione di carità, che nell'insegnamento del maestro è centrale, i discepoli capiscono che il loro mandato è l'aderenza al Vangelo, che la comunità per potere continuare sullo spirito di Gesù deve sempre fare riferimento alla sua parola, al suo insegnamento. Per questo, nella comunità ci devono sempre essere persone la cui priorità è l'ascolto del Vangelo, l'approfondimento e lo studio della parola di Gesù, Affinché le scelte che vengono fatte nella comunità siano sempre conformi all'insegnamento del Signore.

la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d'angolo e sasso d'inciampo, pietra di scandalo (1 Pt 2,7). La prima lettera di Pietro, ascoltata nella seconda lettura di oggi, ci ricorda un altro criterio importante ispirato dal messaggio di Gesù, che la comunità deve cogliere per guidare le proprie scelte. Si tratta di comprendere che la comunità che segue l'esempio del Signore non cerca il successo, l'affermazione sul mondo, in altre parole la gloria degli uomini. “Se hanno odiato me odieranno anche voi” (Gv 15,8). È questo che dice Gesù ai suoi discepoli nel contesto dell’ultima cena, allertandoli che ciò a cui andranno in contro seguendo il suo cammino, sarà un contrasto  aperto con quel mondo costruito sull’egoismo, che no accetta la condivisone, la giustizia, l’attenzione agli ultimi. La comunità cristiana si pone in alternativa alle logiche del mondo, ai dinamismi di sopraffazione e di violenza, alle logiche di ingiustizia che creano un mondo disuguale in cui i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. La comunità che si riconosce nella proposta di Gesù e che accoglie il suo spirito deve prepararsi a vivere nella tensione, ad essere una pietra di scarto, che alla distanza, però, diventa pietra d'angolo, fondamento di un mondo nuovo, di un modo di stare al mondo che realizza Il Vangelo di Gesù.

“Chi ha visto me ha visto il Padre (Gv 14,). Gesù ci ha mostrato il Padre, ce lo ha rivelato nei suoi gesti nelle sue parole. Ci ha fatto capire che il Padre non sta nei cieli, distante, nella sua presunta onnipotenza, ma lo possiamo vedere quando lava i piedi ai suoi discepoli, quando cura i lebbrosi, oppure quando dà da mangiare agli affamati. Tutto questo è scandaloso, e provoca resistenze, tensioni, scandali. È difficile rinunciare alla propria visione delle cose, soprattutto quando si tratta di religione, di modi di intendere le tradizioni, i culti. In ogni modo, quando la comunità riproduce questi gesti di Gesù, diviene pietra di scandalo, novità assoluta e il mondo può vedere il Padre e credere in Lui.