sabato 1 luglio 2023

OMELIA PER LA FESTA DEL BEATO FERDINANDO BACCILIERI

 




GALEAZZA - 1° LUGLIO 2023

Ez 34, 11-16; 1 Ts 2,2-8; Mt 23, 8-12

Paolo Cugini

 

Le letture della festa del Beato Baccilieri ci conducono a riflettere sul significato della guida di comunità, tema di grande attualità, anche per i nuovi risvolti ecclesiali a cui stiamo assistendo.

C’è un primo dato che potremmo chiamare antropologico, che è sotteso al tema del pastore e delle pecore. Si tratta della naturale e strutturale carenza umana. L’uomo, la donna è un essere carente, che ha bisogno di qualcosa di spirituale che dia senso alla vita e di qualcuno che l’aiuti a trovarlo. Se questo lavoro spirituale non viene impostato sin dall’adolescenza la persona cercherà costantemente di riempire quel vuoto interiore con dei pagliativi.  Vita interiore per stimolare la coscienza in modo tale che diventi capace di scegliere il bene, la vita, il cammino dell’amore. Famose sono le parole del Deuteronomio quando, Dio dopo aver mostrato il cammino della benedizione e della maledizione, afferma: “scegli, dunque, la vita” (Dt 29). Il problema è proprio questo: come arrivare a scegliere la vita se l’anima è vuota e le idee sono confuse?

Qual è, allora, lo strumento che i pastori dovrebbero fornire per aiutare le persone a non perdersi, a riempire il vuoto spirituale? È la Parola di Dio. È questo il grande tema di oggi. Il pastore, la guida esercita la sua funzione quando mostra la Parola di Dio al popolo. Nella prima lettura il profeta Ezechiele rimprovera tutti coloro che avevano una funzione di guida proprio perché, invece di donare al popolo la Parola di Dio capace di orientare, hanno fatto gli affari loro.  La profezia di Ezechiele che abbiamo ascoltato è inserita in una serie di oracoli in cui la medesima metafora pastorale è applicata alla casa regnante. Ezechiele accusa di avidità i re che si sono succeduti sul trono di Davide e Salomone. Il compito di ogni buon governante sarebbe la giustizia, ma essi si sono dedicati al loro tornaconto. Il risultato finale di tanta ingiustizia ed incuria è il paesaggio devastato e la dispersione del popolo in una immagine di desolazione e paura. Quando il popolo non ascolta la Parola di Dio dimentica la sua origine, il fine per cui è al mondo e si perde. I pastori non hanno fatto il loro dovere e il popolo si è perso andando dietro agli idoli dei popoli limitrofi. C’è un brano del profeta Amos che allerta Israele sul disastro spirituale al quale andranno incontro se continueranno a dimenticare Dio: “Non di pane avranno fame, non di acqua avranno sete, ma di ascoltare la parola del Signore. Ovunque cercheranno con ansia la parola di Dio, da nord a sud e da ovest a est. Ma non la troveranno” (Amos 8, 4-6). È questo il disastro spirituale che può accadere ad un popolo: non avere accesso alla Parola di Dio sino ad avere quella fame che non può essere saziata con nessun’altra cosa, con nessun altro alimento. Come sappiamo, Gesù rimprovererà i capi del popolo proprio su questo punto, perché non solo non avevano dato la popolo la Parola di Dio, ma l’avevano ingannato dando le loro tradizioni al posto della Parola (cfr. Mc 7).

Come mai è così importante la Parola di Dio al punto da essere insostituibile? Ci sono diversi brani che ci possono aiutare in questa ricerca. Prima di tutto, il termine: parola in ebraico non s’identifica con la lettera, ma con l’azione. La parola è una parola-evento, vale a dire è l’evento che rende visibile il contenuto della parola. Ciò significa che coloro che sono chiamati a donare la parola al popolo non lo possono fare semplicemente riproducendo delle parole, ma vivendo quello che dicono. In ogni modo, la forza della Parola di Dio non dipende esclusivamente dalla qualità dell’annunciatore. Ce lo ricorda san Paolo quando afferma che: “il Vangelo è la potenza di Dio” (Rom 1,16). Paolo è convinto che la potenza di Dio manifestatasi in modo sublime nella resurrezione del Figlio è contenuta nel Vangelo. Chi accoglie la Parola del Signore sperimenta il potere di Dio, il suo amore misericordioso, che ridona vita. Anche Pietro nella sua prima lettera afferma la stessa idea quando dice che la parola di Dio “è viva ed eterna” (1 Pt 1,21), è un seme incorruttibile.

Le condurrò in ottime pasture e il loro pascolo sarà sui monti alti d'Israele; là si adageranno su fertili pascoli e pasceranno in abbondanza sui monti d'Israele. Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare (Ez 34).

Che cosa produce questa semente di vita che è la Parola di Dio, il Vangelo, in coloro che l’accolgono? Diventano capaci di vedere con occhi nuovi. I miracoli in cui viene narrata la guarigione dei ciechi, vuole sottolineare questo: il passaggio da uno stato di cecità alla visione. È la stessa esperienza di Paolo quando incontra per la prima volta il Signore: lo incontra come luce. È la testimonianza di tanti santi come Agostino, Tommaso che narrano il proprio incontro con il Signore come un’esperienza di illuminazione. Che cosa significa? Questo processo di illuminazione viene descritto dal Concilio Vaticano II nel documento Gaudium et spes al n. 16: “L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore; obbedire è la dignità stessa dell'uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità”. Il contatto con il Vangelo risveglia la coscienza e la rende capace di scegliere il bene. Il pastore è buono quando aiuta le persone a risvegliare le proprie coscienze assopite, dando loro il cibo della Parola di Dio, attraverso anche il proprio esempio. Quando, invece, al posto della parola vengono offerte tradizioni umane, dottrine religiose, il pastore si sente il garante, il solo capace di far rispettare le indicazioni delle tradizioni e la religione, invece di divenire cammino di libertà e di risveglio delle coscienze, si trasforma in una trappola mortale di tirannia.

Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli (Mt 23, 8). Solo Gesù è il pastore e chi ha funzioni di guida nelle comunità è nella prospettiva di condurre il popolo di Dio verso l’Unico Maestro: Gesù. È questo l’aspetto che nella storia è stato spesso interpretato male. C’è tutta una teologia sviluppatasi in epoca medievale, che ha distorto i dati biblici, identificando il pastore con il prete, ed è la teologia del prete alter Christus. In realtà, sfogliando le pagine degli autori medievali, si dice chiaramente che il prete è alter Christus nel momento in cui celebra i sacramenti. È stata la spiritualità devozionale a produrre la stortura, provocando una problematica identificazione del pastore del gregge con il prete, identificazione che ha portato a molte situazioni problematiche.

C’è un unico Maestro: Gesù Cristo. È questo che intendeva la profezia di Ezechiele. È Cristo colui che ci conduce sui pascoli e ci offre il suo Vangelo, che alimenta la nostra coscienza, illuminandola al punto dal renderla in grado di scegliere il bene. Aiutiamoci a compiere questo cammino.

lunedì 26 giugno 2023

OMELIA DOMENICA 25 GIUGNO 2023

 




DOMENICA XII/A

Ger 20, 10-13; Sal 68; Rm 5,12-15; Mt 10,26-33

Paolo Cugini

 

La scorsa domenica è iniziata la lettura del capitolo 10 del Vangelo di Matteo e terminerà la prossima settimana, che contiene quello che viene definito il discorso missionario di Gesù, che costituisce la conclusione della sezione: la predicazione del regno dei cieli, che va dal capitolo 8 al capitolo 10. Ci troviamo, dunque, con il vangelo di oggi, nel cuore del discorso missionario di Gesù che, come vedremo, ha un’unica preoccupazione: esortare i discepoli, infondere in loro coraggio dinnanzi alle situazioni di contrasto che incontreranno. Importante è sottolineare che l’invio dei discepoli avviene durante il cammino e non al termine del percorso. C’è un mondo che ha bisogno urgente dell’annuncio di gioia e di pace che è la buona novella. Chi ha sperimentato la bellezza dello stile di vita proposto da Gesù, non può attendere e sente il desiderio di condividerlo. C’è amore, gioia, giustizia, pace: è di questo che il mondo ha bisogno e deve sapere dove potere trovare questo tesoro di vita nuova. La comunità cristiana, ascoltando questi brani di Vangelo, si dovrebbe sentire sollecitata a pensare cammini di evangelizzazione, per portare a conoscenza del mondo la bellezza di ciò che sta vivendo.

Non abbiate paura degli uomini (Mt 10,26). Per ben tre volte in pochi versetti Gesù esorta i suoi discepoli a non aver paura: perché e che cosa dovrebbero temere? I problemi che i discepoli dovranno affrontare sono tutti legati alla novità della proposta del Vangelo, che disorienta gli ascoltatori, li mette in crisi e provoca reazioni di rifiuto in coloro che non intendono minimamente mettersi in discussione. Il messaggio di libertà di Gesù è profondo e radicale, perché supportato dal suo stile di vita libero. Gesù è libero dall’attaccamento alle cose e al denaro e insegna a tutti coloro che lo seguono uno stile di vita semplice, incentrato sulla ricerca del regno di Dio (Mt 6,32s). In un contesto come quello in cui viviamo in cui il denaro rischia costantemente di orientare le nostre scelte, facendoci perdere i contenuti essenziali del vivere bene, la proposta di Gesù, quando è vissuta dalla comunità, provoca irritazione. Lo stesso dicasi del modello di uguaglianza che propone attraverso una comunità di uomini e donne uguali, svuotando dall’interno il senso del patriarcato, modello culturale che ancora oggi segna la cultura occidentale e ne determina stili di vita improntati sulla disuguaglianza e la discriminazione. All’interno di una cultura maschilista, com’era quella semitica, che considerava le donne inferiori agli uomini e oggetto di tante discriminazioni, la proposta di Gesù provocava forti tensioni. Per questo Gesù allerta i suoi discepoli a non avere paura. Questo è anche il senso di una vita spirituale impostata sulla sequela al Signore: accogliere il suo Spirito che ci rende capaci di sopportare le tensioni, per imparare a convivere con esse e non perdere la serenità.

Sentivo la calunnia di molti: «Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo Ger 20, 10).

Per te io sopporto l’insulto e la vergogna mi copre la faccia (Sal 68).

Non a caso la liturgia ci ha fatto ascoltare un brano delle confessioni di Geremia, in cui il profeta si lamenta della persecuzione di cui è vittima a causa della predicazione della Parola di Dio. Lo stesso si può dire del protagonista del salmo 68 proclamato nella liturgia di oggi, che esprime tutta la sua sofferenza causata, anche per lui, dall’essere testimone fedele del progetto d’amore del Signore. In entrambi i casi, i protagonisti fanno l’esperienza della vicinanza del Signore. Proprio nel momento di massima tensione Geremia percepisce vicino a sé la presenza del Signore: Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso. Il rimanere nella relazione con il Signore proprio nelle situazioni di tensione, ci conduce verso un’esperienza interiore di Lui, che potremmo definire mistica. È come se fosse un passaggio obbligatorio, che ci conduce in un’altra dimensione, separandoci definitivamente dal modello culturale del mondo in cui siamo nati e da cui ci siamo abbeverati, per introdurci in modo più profondo nel mondo dell’amore, accogliendo lo Spirito della Vita che soffia dove vuole e lo sente chi lo segue.

Eppure, nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Della narrazione del capitolo 10 di Mateo colpiscono, tra le altre cose, i verbi al plurale, come nel versetto citato. Il discorso missionario non è rivolto a singole persone e non è un invito a divenire eroi, ma è rivolto alla comunità. È, infatti, la comunità che è missionaria perché fa risplendere sulle sue scelte e il suo stile di vita il mondo delle relazioni trinitarie che accoglie continuamente. La verità del nostro cammino alla sequela del maestro si manifesta quando, in modo deciso e definitivo, usciamo da una prospettiva individualista, per camminare insieme con i fratelli e le sorelle che il Signore ha posto accanto a noi, interessandoci a loro, soprattutto i più poveri e deboli. Anche questo aspetto è motivo di disturbo per il modello di mondo incentrato sui criteri meritocratici, che tanti disastri esistenziali produce in mezzo a noi. La proposta del regno di Dio che i discepoli e le discepole sono chiamate ad annunciare con le parole e la vita è quella semente piccolissima, che produce cammini di vita nuova così evidenti da renderli, paradossalmente, insopportabili agli occhi del mondo e, proprio per questo, profetici. 

LA COSCIENZA DI ABRAMO

 



Gen 12,1: Il Signore disse ad Abram. Come interpretare questa frase? Che cosa vuole dire il fatto che il Signore disse ad Abram? È un linguaggio che contiene una verità nascosta da una forma verbale che dev’essere interpretata. È la riflessione post-teista che ci spinge a guardare al di là delle parole, al di là delle forme verbali che s’incontrano nella Bibbia, per liberare la verità nascosta nei generi letterari. Per questo possiamo liberamente chiederci: come sono andate le cose?  Che cosa voleva dire e significare questo linguaggio che manifesta la relazione di Abramo con un Dio che parla con lui e sembra venire da un altro mondo, dal cielo?

Abramo percepisce la voce di Dio nella propria coscienza e interpreta il fatto di prendere una direzione come volontà di Dio. Abramo è una persona, così come ci viene narrata dal libro della Genesi, segnata da una profonda fede in Dio e dalla ricerca costante della sua volontà. Cercando il Signore nelle cose che fa e nelle scelte che deve compiere ne percepisce la direzione, ne sente la presenza. C’è un’esperienza spirituale che diventa fondamentale ed è percepita come tale. Si tratta della scelta di che direzione prendere, cioè se rimanere nella sua terra di Carran dove c’era tutta la sua famiglia, oppure se andarsene altrove prendendo con sé sua moglie e il fratello Lot. Forse questa decisione è dettata dal fatto che sua moglie Sarah era sterile e, a causa di ciò, non era visto bene nella comunità, forse era deriso. In ogni modo, è proprio questa decisione di andare altrove, lasciare Carran per dirigersi verso la terra di Canaan che diventa per Abramo la decisione fondamentale della sua vita al punto da percepirla come fonte di benedizione di Dio su di sé e sui suoi famigliari. Solo un uomo profondamente spirituale, capace di cogliere Dio in tutto e desideroso di realizzare la volontà di quel Dio che percepiva così presente sente dentro di sé come una voce in sintonia con quello che sente. 

domenica 18 giugno 2023

OMELIA DOMENICA 18 GIUGNO 2023

 




XI DOMENICA

Es 19,2-6a; Sal 99; Rm 5,6-11; Mt 9,36-10,8

 

 

Paolo Cugini

Nelle domeniche del tempo comune riflettiamo sulle caratteristiche che dovrebbero avere coloro che seguono Gesù. Per compiere tale cammino è necessario la disponibilità al cambiamento, l’umiltà per lasciarsi mettere in discussione dalla Parola del Maestro. È un percorso che non è semplice perché incontriamo dentro di noi le resistenze al cambiamento, la difficoltà di un cammino che richiede un atteggiamento di fiducia nei confronti della Parola di Dio.

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore (Mt 9,36). Il primo atteggiamento interiore necessario per seguire le orme del Maestro consiste nell’imparare a sentire compassione nei confronti di coloro che incontriamo nel nostro cammino. L’annuncio del Vangelo, dello stile nuovo di vita inaugurato da Gesù, non è un insegnamento che si trasmette dalla cattedra ma è, prima di tutto, la comunicazione di vita nuova che sgorga da un atteggiamento di empatia nei confronti dei fratelli e delle sorelle che vengono al nostro incontro. Sentire le sofferenze degli altri con il desiderio di aiutarli a mettersi in cammino verso una vita di pienezza è il pinto di partenza dei discepoli del Maestro che, vedendo le folle, ne sente compassione. Diventiamo cristiani e comunità generative, che sanno stimolare processi di cambiamento, solamente se apriamo il nostro cuore all’amore del Signore, all’azione del suo Spirito, che ci aiuta a vedere gli altri con uno sguardo nuovo, attento a loro, desideroso di comunicare vita.

Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità (Mt 9,37). È impossibile comunicare vita se l’anima è intasata da realtà contrarie e antagoniste all’amore di Dio. È impossibile essere portatori di pace in un contesto malato e contaminato dall’odio. Per annunciare il Vangelo occorre prima di tutto liberare il terreno, creare le condizioni. Lo spirito impuro indica una malattia spirituale tipicamente religiosa. Impuro è l’invenzione della religione per controllare le persone e farle sentire indegne di accostarsi a Dio. I sacrifici, le abluzioni, sono tutti precetti messi in atto dagli uomini del tempio, per sottomettere gli uomini e per ricavarne un profitto. Non a caso, nel tempio c’era il tesoro che raccoglieva i soldi di tutto ciò che gli uomini versavano per poter fare i loro riti e accedere al tempio. Gesù dichiara fallito questo sistema e, di conseguenza, dà potere ai discepoli di liberare gli uomini e le donne da questa schiavitù. Per poter aiutare le persone a liberarsi dei lacci degli uomini del tempio, occorre che prima di tutto il discepolo si sia liberato da questa schiavitù religiosa. E’ questo il potere che Gesù dona a coloro che lo seguono: mostra loro il grande inganno e la grande farsa della religione del tempio, che invece di avvicinare gli uomini e le donne a Dio, li allontana. Gesù mostra con il suo stile di vita, con il suo essere venuto in mezzo a noi spogliandosi di tutto, che Dio è accessibile a tutti e a tutte e non ha bisogno di alcun filtro religioso. Inoltre, di che malattia e di che cure Gesù sta parlando? A questo livello è possibile indicare varie interpretazioni a partire dal contesto in cui ci si trova ad annunciare il Vangelo. Dalle nostre parti, vale a dire in Occidente, le malattie che non permettono al Vangelo di entrare e portare frutto sono l’attaccamento al denaro, lo spirito di antagonismo, la dinamica meritocratica, che stimola l’individualismo e il desiderio di primeggiare sugli altri a qualsiasi costo. Queste malattie vanno curate, perché non permettono al Vangelo di entrare. Anche qui vale quello che dicevamo poco sopra. È impossibile applicare questa cura se prima i discepoli e la discepole non si sono lasciati guarire dal Signore, liberandosi dalle vanità e dalla ricerca ostentata della gloria degli uomini.

Questi sono i Dodici che Gesù inviò (Mt 10,5). Passiamo da una vita anonima ad avere un nome proprio quando rispondiamo all’appello del Signore. La nostra vita viene modellata gradualmente conforme all’immagine del Signore che scopriamo nel nostro cammino e che contempliamo ogni giorno della nostra vita. È questo il grande dono che Lui ci fa: la vita! Vivere significa realizzare noi stessi come persone capaci di amare. Gesù invia delle persone che, durante il cammino di sequela, diventano nomi propri la cui identità giorno dopo giorno diventa sempre di più conforme al Vangelo. Chi si lascia trasformare dall’amore del Signore non rimane più vittima del proprio egoismo, che stimola la ricerca della realizzazione di se stessi, ma diviene disponibile alla vita nuova, alla realtà del Regno di Dio. Questo è il compito della Chiesa, che è tale quando fa di tutto per condividere gratuitamente ciò che ha ricevuto. Gesù ci chiama per inviarci. La comunità ha senso quando diventa strumento generativo di vita, possibilità che il Signore pone nel mondo affinché tutti possano abbeverarsi dell’acqua nuova che sgorga dalla vita nuova della comunità.

Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino (Mt 10,7). Il regno si è avvicinato al mondo prima di tutto nella vita di Gesù e poi nella comunità. L’annuncio che la comunità fa di una vita piena, dev’essere visibile nello stile evangelico della comunità, che è chiamata a dimostrare che esiste un pezzetto di umanità nel mondo che non è più dominato dai meccanismi di potere, di egoismo e di antagonismo, ma unicamente dall’amore gratuito ricevuto dallo Spirito del Signore. Quando questo avviene, l’annuncio del Regno di Dio diviene possibilità concreta, perché già visibile in coloro che l’annunciano.

domenica 4 giugno 2023

OMELIA DOMENICA 11 GIUGNO 2023

 



Corpus Christi/A

Dt 8, 2-3. 14-16; 1Cor 10,16-17Gv 6, 51-58

Paolo Cugini

 

 

Perché la liturgia ci fa leggere questo brano nel giorno in cui celebra la solennità del Corpus Christi? Non sarebbe stato meglio leggere il brano di Es 12, che ricorda la prima Pasqua ebraica? Anche il Vangelo di questa liturgia non riporta la narrazione dell’ultima cena di Gesù, ma Gv 6, che è uno dei capitoli che riporta il significato dell’eucaristia.  Quindi, anche questo testo del Deuteronomio vuole offrire un contenuto d’interpretazione del rito, ed è in questa prospettiva che lo leggiamo.

Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto (Dt 8,2).

Prima di tutto ci dev’essere un ricordo di un cammino, che è il cammino della nostra vita che non è casuale, ma che è guidato dalla mano provvidenziale del Signore. Si entra nell’assemblea della domenica con questo ricordo, con la percezione di essere in un cammino che, per sua natura è lungo. Viene detto anche, che il cammino si compie nel deserto e ciò significa che non è rettilineo, non è una progressione veloce verso una meta visibile, ma un cammino in cui spesso ci si perde, perché nel deserto non ci sono indicazioni, non s’intravede la meta. Nel deserto l’unica certezza che si ha è quello che si ha nel cuore, per questo diventa importante il versetto successivo: per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore. Non si può far parte dell’assemblea eucaristica se non si ha il contatto con il proprio cuore, con la propria coscienza, con la consapevolezza di quello che siamo, delle nostre fragilità, di quello che abbiamo nel cuore. Tra le cose che troviamo nel cuore c’è anche il nostro modo di cogliere Dio, di pensarlo. Il cammino nel deserto della vita dovrebbe condurci a distruggere gli idoli che ci simo costruiti, le fantasie su di Lui, per fare spazio alla sua manifestazione, a come Lui desidera presentarsi a noi., Per questo, il tempo di deserto, che è il senso del cammino della nostra vita, è tempo di umiliazioni, perché dovremo accettare che ci siamo sbagliati su di Lui, che abbiamo lasciato spazio affinché gli altri ci convincessero della loro religione, quella religione sociale che troviamo a buon mercato sin dalla nascita; quella religione di comodo che nessuno mette in discussione, sino a quando nel deserto della vita scopre che il dio di quella religione corrisponde solo ad interessi umani, tremendamente umani. Questo tipo di umiliazione diviene fondamentale per lasciare spazio al pane di vita, che è il Vangelo, la Parola del Signore, che è la vera vita, la luce, l’amore di cui siamo plasmati e che è il senso profondo della nostra vita, del nostro cammino.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.

È comoda pensare che il rito, la sua partecipazione, risolva tutti i problemi della vita cristiana. Come se nel culto si risolvesse la vita cristiana, Sventrare il culto per cogliere l’essenza del messaggio che contiene: è il senso della liturgia di oggi. Di che cosa sta parlando Gesù? Di che sangue e di che carne sta parlando? Certamente non stava mettendo il discorso sul piano materiale, cioè non stava parlando delle sue fibre muscolari, del suo plasma, piastrine, dei suoi globuli rossi e bianchi, così come probabilmente intendevano i suoi interlocutori. E allora di cosa parlava, a cosa alludeva? La sua carne è la sua persona, il suo stile, il suo modo di stare nel mondo in mezzo agli altri; le sue scelte, la sua sete del Padre. Mangiare la sua carne vuole dire, allora, assimilare questo specifico stile di essere presente al mondo nella storia degli uomini e delle donne, masticarlo, ruminarlo, che vuole dire pensarlo, assimilarlo, meditarlo, dedicare tempo per farlo proprio.

E cosa vuole dire Gesù quando invita gli ascoltatori a bere il suo sangue? Che cosa simbolizza il sangue nella tradizione giudaica? La vita. Quanto sangue vedevano gli israeliti quando andavano al tempio! Il Sangue di Gesù è la sua vita donata gratuitamente. Bere il suo sangue significa questo: pensare a come ha donato la vita, amando i suoi che erano nel mondo sino alla fine; amando sino al punto da lasciarsi consegnare al nemico da uno dei suoi discepoli. Bere il suo sangue significa questo, vivere in modo gratuito e disinteressato, donando la vita per le sorelle e i fratelli, soprattutto i più bisognoso, per coloro che non contano nulla, per lo meno per la società. Più che moltiplicare delle messe, si tratta di aiutarci a vivere ciò che riceviamo nella celebrazione eucaristica: un pane, una vita spezzata per noi e un sangue versato per amore di tutti, affinché tutti possano avere la possibilità di uscire dai torbidi cammini religiosi per entrare umilmente nel cammino del Signore. Dietro a Lui.

Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all'unico pane (1 Cor 10,17). Partecipare dell’unico pane fatto da molti grani di frumento e dell’unico vino costituito da molti acini significa che nella comunità del Signore la diversità non è un problema, ma una necessità. È Perché lo Spirito Santo suscita carismi diversi da mettere a servizio della comunità che questa stessa rende visibile al mondo la comunione, segno della presenza del Signore in mezzo a noi. Veniamo alla mensa di Gesù, invitati da Lui, per cibarci di quell’unico pane che trasforma la nostra umanità e la rende capace di cammini nuovi di comunione.

 

giovedì 1 giugno 2023

OMELIA DOMENICA 4 GIUGNO 2023

 




DOMENICA DOPO PENTECOSTE

SANTISSIMA TRINITA’

Es 34, 4b-6. 8-9; Dn 3,52.56; 2 Cor 13, 11-13; Gv 3, 16-18

 

Paolo Cugini

 

Dio è un mistero insondabile e rimarrà sempre tale. È la risposta immediata che diamo dinanzi ai problemi insolubili della vita. Quando pensiamo al senso della vita, all’immensità dell’universo, alle meraviglie del cosmo anche oggi, nonostante i progressi scientifici che ci offrono risposte esatte, andiamo con la mente al mistero: Dio. Allo stesso tempo, però, è una parola abusata, nel senso che la tiriamo fuori in tanti momenti e circostanze che non ha nulla a vedere con il nome di Dio manifestato da Gesù. Se ci pensiamo bene, la grande diffidenza e indifferenza che riscontriamo oggi nel mondo occidentale sulla religione e su Dio è forse dovuto al fatto che il Dio che presentiamo non parla più a questa generazione e ciò per il fatto che, probabilmente, abbiamo spacciato per Dio qualcosa che Dio non era. Proviamo, allora, a porre attenzione alle letture proposte oggi per comprendere qualcosa su questo Mistero.

Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà (Es 34,8). Siamo abituati alle definizioni su Dio e non ci accorgiamo della profondità e della novità di alcune espressioni, anzi della loro assurdità. Dire che Dio è misericordia è sconvolgente in un contesto il Mistero era percepito con una serie di aggettivi che volevano presentare Dio esattamente il contrario della misericordia. È il Dio degli eserciti, vendicativo, che distrugge hi gli si oppone: c’è poco da scherzare con un dio così! La percezione di Dio come misericordia è, dunque, un dato estremamente originale, una produzione tipica del pensiero semitico che percepisce la presenza del mistero in questa modalità nuova del perdono misericordioso. Su questa linea troviamo diversi brani del Primo Testamento, come Osea che percepisce l’azione del Mistero come quello di una madre per i suoi piccoli. Dio ha un cuore di mamma che freme per amore: “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione” (Os 11,8). Se ci massacriamo la coscienza quando pensiamo di essere caduti in errore, eco che la saggezza semitica percepisce che Dio dei nostri peccati non sa cosa farsene, se li getta alle spalle, li dimentica (Eb 10,17), li nasconde in fondo agli abissi (Miche 7,18-19). È il Dio della misericordia che apre davanti a noi il cammino della libertà, mentre il dio terribile è un’invenzione umana che serve per controllare le persone e tenerle soggiogate con i sensi di colpa.

“Vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo” (2 Cor 13,12). La relazione con il Dio dell’amore e della pace si manifesta nelle relazioni tra i membri della comunità. L’amore e la pace che riceviamo da Dio lo riversiamo nella comunità. Questo è un dato importante, che ci libera da quelle forme di devozionismo, tutte improntate a incentivare l’individualismo religioso. La verità del nostro rapporto con Dio lo si misura dalla nostra relazione con i fratelli e le sorelle. Del resto, è proprio questo che Gesù è venuto a manifestare, creando una comunità di fratelli e sorelle uguali, vivendo con loro e aiutandoli a vivere in modo nuovo, nella condivisione dei beni, l’attenzione ai fratelli e sorelle più bisognosi. È questa un’idea che troviamo espressa in alcune pagine del Nuovo Testamento. Giovanni ci ricorda, ad esempio che è impossibile dire di amare Dio che non vediamo e poi disprezzare il fratello e la sorella che vediamo. La vita nel dio che si è manifestato nella storia e che Gesù ci ha fatto conoscere è, prima di tutto, relazione del Padre, Figlio e Spirito Santo e la vita in Lui significa vivere relazioni nuove e autentiche impostate sulla pace e la misericordia che riceviamo da Dio.

“Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3,17). La fede nel Dio manifestato da Gesù, ricco di amore e di misericordia, oltre che di pace e di giustizia, non sopporta che qualcuno si perda. Il Dio che entra nella storia attraverso la vita di Gesù e l’azione del suo Spirito immette un principio di vita di una tale intensità che sembra fare di tutto affinché tutti vengano salvati, tutti, cioè, realizzano la propria vita nell’amore. Ci sono molti esempi nel Nuovo Testamento che certificano questo. La parabola del figliol prodigo (Lc 15, 11-32), l’incontro con l’adultera (Gv 8, 1-11), ma anche le parole che Gesù ha rivolto al ladrone pentito suo collega di crocefissione (Lc 23, 43). Il Desiderio di Dio affinché nessuno vada perduto è nel cuore di Gesù nelle parole della preghiera che pronuncia prima di morire nella redazione di Giovanni (Gv 17). Ciò significa che credere nel Dio così come l’ha manifestato Gesù significa coltivare lo stesso desiderio e collaborare dentro la storia affinché si realizzi. L’annuncio del Vangelo porta con sé il desiderio che tutti si realizzino nell’amore e nella pace; il desiderio di un mondo senza disuguaglianze, perché quando queste avvengono c’è il rischio che qualcuno si perda a causa dell’umiliazione ricevuta.

 

 

martedì 23 maggio 2023

VANGELO DI GIOVANNI CAPITOLI 20-21




[Annotazioni Paolo Cugini]

 

Iniziamo il capitolo 20 dove la protagonista è una donna: Maria di Magdala. In Luca nello stesso episodio ci sono le tre le donne, più un numero imprecisato di altre donne; in Marco ci sono tre donne; in Matteo due donne, ma l’unica cosa in comune di questi racconti è che in tutte le quattro narrazioni è sempre presente la figura di Maria di Magdala. Giovanni esclude le altre donne e ci presenta Maria di Magdala.

Per comprendere la narrazione potremmo individuare tre settori: al centro c’è la resurrezione di Cristo che va letta - così l’evangelista la colloca – sia alla luce del libro Cantico dei cantici (è un inno all’amore tra lo sposo e la sposa) e sia alla luce della resurrezione di Lazzaro, che non è altro che un anticipo della resurrezione di Gesù. Precedentemente l’evangelista aveva presentato tre personaggi femminili, che sono le spose di Dio: I) Maria, la madre di Gesù che rappresenta la sposa fedele dell’Antico Testamento, da cui Gesù proviene;

 II) la samaritana, la sposa adultera che lo sposo riconquista con un’offerta d’amore ancora più grande;

III) Maria di Magdala che rappresenta la sposa della nuova comunità.

 L’evangelista situa tutto questo alla luce del Cantico dei cantici ed è pieno di riferimenti. Andiamo al testo poi piano, piano spiegheremo i vari significati. 1 Nel primo dopo il sabato, Maria di Magdala viene di buon mattino, essendo ancora le tenebre, al sepolcro, e guarda la pietra tolta dal sepolcro. Anzitutto il dato cronologico che è anche teologico, il primo dopo il sabato, l’evangelista ci parla di un giorno primo dopo la settimana, il sabato che concludeva la settimana. Il primo dopo la settimana è il numero otto.

Maria di Magdala nei vangeli è la donna leader della comunità e l’evangelista le attribuisce il ruolo di pastore della comunità. Maria di Magdala che abbiamo trovato presso la croce di Gesù, viene di buon mattino ed ecco la prima contraddizione, essendo ancora buio, essendo ancora le tenebre, Giovanni mettiti d’accordo! di buon mattino o è ancora scuro? Abbiamo già visto che l’evangelista non ci dà indicazioni cronologiche, ma teologiche. Le tenebre nel suo vangelo significano la difficoltà di comprendere la novità portata da Gesù; di Gesù dice: che lui è la luce che splende nelle tenebre, quindi quando parla di buio, di tenebre, l’evangelista non sta indicando un momento atmosferico o un’ora del giorno, ma la difficoltà. Le tenebre significano che la comunità è ancora condizionata dall’idea giudaica della morte.

2 Corre allora e viene da Simon Pietro e dall’altro discepolo, l’evangelista ci dice che i discepoli non stanno più insieme. Gesù l’aveva detto: viene l’ora in cui vi disperderete, ciascuno per conto suo. La morte di Gesù ha portato la dispersione del suo gruppo; anziché stare insieme ognuno sta per conto suo. Maria di Magdala è qui … I vangeli hanno valorizzato la figura della donna e quando finalmente la Chiesa lo comprenderà, ci sarà un cambiamento radicale, perché la donna fin ora è stata tenuta in una condizione di inferiorità, in una condizione di sottomissione. L’evangelista rappresenta Maria di Magdala nel ruolo del pastore, di colui che raduna le pecore disperse. In questa comunità non è Pietro che fa il ruolo del pastore, ma è Maria di Magdala e ci farà capire le tensioni che nasceranno nella comunità primitiva, tra gli uomini e le donne. Gli uomini capitanati da Pietro e le donne capitanate da questa donna straordinaria e tra di loro sono scintille.

Nei vangeli apocrifi, che sono meno condizionati dalla teologia, dall’ortodossia, ci son dei quadretti esilaranti che ci fanno capire meglio la tensione che si avverte nei vangeli tra le donne e gli uomini perché Gesù ha dato alle donne una dignità che non conoscevano. Addirittura ha messo le donne ad un livello superiore a quello dei maschi e questo era intollerabile. Negli apocrifi troviamo Pietro che si lamenta con Gesù e dice: Maria di Magdala parla sempre, fa che stia zitta un attimo!

e dice loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e poi all’improvviso parla al plurale, e non sappiamo dove l’hanno posto!” Vedendo la pietra che è stata tolta dal sepolcro, Maria non l’interpreta come doveva essere, un segno di vita più forte della morte, la vita che Gesù ha, non poteva essere chiusa nel regno della morte, ecco perché la pietra è stata tolta. Maria non riesce a vederlo come segno di vita e pensa che qualcuno ha portato via il corpo di Gesù. È interessante che parli al plurale: hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto. È lo sconcerto della comunità che è rimasta sconvolta dalla morte di Gesù e ancora più sconvolta dal fatto della resurrezione. L’evangelista in questo quadro ci presenta Maria di Magdala nel ruolo del pastore che raduna i discepoli e prende come immagine i due discepoli presentati sempre in contrasto tra loro.

Chi ha l’esperienza dell’amore di Gesù - avere l’esperienza dell’amore di Gesù significa essere disposti a farsi pane alimento di vita per gli altri, essere disposti a mettersi al servizio degli altri affrontando anche la croce - chi ha questo, arriva prima degli altri e percepisce la presenza del Signore nella sua vita.

che era giunto primo al sepolcro e vide e credette. Già un’altra differenza, l’evangelista ci presenta i due discepoli sempre in opposizione tra loro: in opposizione alla cena dove uno era intimo di Gesù e l’altro rifiuta di farsi lavare i piedi; in opposizione alla cattura dove uno segue Gesù e l’altro lo tradisce e anche alla resurrezione sono in opposizione, entrambi vedono, ma uno solo, il discepolo anonimo e vide e credette. Se entrambi i discepoli scorgono i teli di lino che sono il segno della vita, solo del discepolo che è giunto per primo si dice che credette. Quel discepolo intimo nella cena, vicino alla croce, comprende per primo i segni della vittoria della vita sulla morte.

10 I discepoli ritornarono dunque di nuovo da loro. Stranamente i discepoli non vanno ad annunziare agli altri quanto hanno sperimentato. L’evangelista ci vuole fare capire e introdurrà la scena seguente, che per testimoniare la resurrezione di Gesù, non basta vedere un sepolcro vuoto e sapere che Gesù è vivo, bisogna sperimentarlo presente, come avverrà per Maria, nella scena che adesso vedremo. L’evangelista la cura in maniera particolare ed è importantissimo perché l’evangelista non è interessato soltanto alla resurrezione di Gesù, ma è interessato alla nostra resurrezione e a quella dei nostri cari.

13 Ed essi le dicono: “Donna - si rivolgono a Maria esattamente come Gesù l’aveva chiamata. Donna significa moglie, sposata, donna perché piangi?” Non è una richiesta volta a sapere perché piange, è una indicazione sull’inutilità del pianto. Dice loro: “Hanno preso il mio Signore e non so dove l’hanno posto.” Maria è talmente condizionata dall’idea della morte che continua ancora a pensare ad una scomparsa da parte di Gesù e il suo pianto non è tanto legato alla morte, ma alla sparizione del cadavere di Gesù.

14 E detto questo, ecco l’indicazione preziosa, catechetica per la comunità. Maria piange e guarda verso il sepolcro. Nonostante veda gli angeli che le dicono l’inutilità del pianto: perché piangi? Maria continua a piangere, ma incomincia la conversione. E detto questo si voltò indietro. Maria comincia a non guardare più verso il luogo della morte, comincia a guardare indietro e vide Gesù che stava in piedi, ma non sapeva che era Gesù. Vede Gesù, ma non sa che è Gesù. Com’è possibile? L’evangelista vuole dirci che questo è importante per noi, per entrare in comunione con un mondo che ci circonda, che però noi non riusciamo a vedere. L’altra volta l’evangelista ci invitava ad avere non soltanto la vista fisica, ma la vista della fede. Maria vede Gesù che è vivo, ma non sapeva che era Gesù. Era talmente forte l’idea della morte come fine di tutto che, pur vedendo Gesù, non lo vede. Questo per noi è molto importante e più volte lo abbiamo detto in questi incontri, la morte non interrompe la vita delle persone, ma permette loro di continuare in una forma nuova, piena, definitiva.

15 Le dice Gesù: “Donna – esattamente come l’avevano chiamata gli angeli perché piangi? Non è una domanda volta a sapere per quale motivo piangi, sottolinea l’inutilità di piangere: ma che stai a piangere,

poi le chiede Chi cerchi?” È importante. Cerchi un cadavere? Non è lì. Cerca il vivo, cerca Gesù, è la stessa domanda che Gesù ha fatto ai primi discepoli che lo hanno seguito: Chi cercate? ed è la domanda che Gesù ha fatto a coloro che volevano arrestarlo. Essa, pensando che fosse il giardiniere (Giovanni, cosa c’entra adesso il giardiniere?) l’evangelista descrive la scena della nuova creazione, un contesto d’amore che abbiamo visto nel Cantico dei cantici, che parla del giardiniere. Dio aveva creato Adamo nel giardino dell’Eden e lo aveva posto come giardiniere. L’evangelista presenta una nuova creazione con una nuova coppia Gesù e Maria di Magdala,

essa pensando che fosse il giardiniere gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le chiede chi sta cercando, se sta cercando un cadavere o un vivente. Se sta cercando un vivente non può certamente trovare nel luogo dei morti ed ecco il clou del racconto. 16 Gesù le disse: “Maria!” la chiama per nome. Tenete presente la cultura dell’epoca in cui gli uomini erano separati dal mondo femminile gli uomini non rivolgono la parola ad una donna. C’è una netta separazione perché la donna è considerata un essere inferiore. Dice il Talmud: È meglio che tutte le parole della bibbia brucino nel fuoco piuttosto che essere salvate da una donna. Nella tradizione ebraica si diceva che Dio non ha mai parlato con nessuna donna; lo ha fatto una volta, poi si è pentito e da quella volta non ha parlato più.... Se andate a vedere la bibbia è così.

Essa voltatasi – si era già voltata, adesso non è più soltanto un voltarsi fisico, finalmente si orienta verso Gesù, gli disse in ebraico: “Rabbuni!” che significa Maestro! Finalmente Maria quando smette di piangere e quando smette di guardare verso il sepolcro, non solo si volta - qui si volta per due volte, non si deve solo voltare le spalle alla tomba - ma deve orientare se stessa, orientare la sua vita verso il mondo dei vivi, si trova di fronte a Gesù. E lo riconosce chiamandolo rabbunì che non significava soltanto maestro, ma era un termine ossequioso con il quale i rabbini si rivolgevano a Dio stesso. Maria capisce finalmente che in Gesù c’è la pienezza della condizione divina. La prima tra tutti i discepoli. La prima in assoluto a fare questa esperienza della resurrezione.

17 Gesù le dice: “Non trattenermi, perché non sono ancora salito dal Padre, ma va dai miei fratelli e dì loro: Io salgo dal Padre mio e Padre vostro, Dio mio, Dio vostro.” Vediamo quello che si può capire. Maria finalmente riconosce Gesù vivo e lo vuole trattenere. Gesù rifiuta perché non è alla fine della missione che deve ancora continuare. Rifiuta questo atteggiamento di intimità con Maria perché dice non sono ancora salito dal Padre, ma va dai miei fratelli, per la prima volta Gesù parla dei discepoli come suoi fratelli e dì loro: Io salgo dal Padre mio e Padre vostro, poi dopo Dio mio e Dio vostro. Vediamo di non complicare ancora le cose. Gesù invita i discepoli a non chiamare Padre quello che conoscono come Dio, ma al contrario di chiamare Dio quello che già hanno sperimentato come Padre. È importante, non sono cronache, ma catechismo. Gesù dice: Io salgo dal Padre mio e Padre vostro, quindi viene prima il Padre e soltanto dopo parla di Dio.

18 Viene Maria di Magdala annunziando ai discepoli: “Ho visto il Signore!” e anche ciò che le aveva fatto. Anche questo va inserito nella cultura ebraica in cui Dio era lontanissimo e stava nell’alto dei cieli, inavvicinabile, era il più lontano dagli uomini. Era circondato da sette angeli che lo lodavano e glorificavano di continuo. Chi erano gli esseri più vicini a Dio? gli angeli, poi c’era tutta una scala: il sommo sacerdote, i sacerdoti, gli uomini e sotto questa scala, escluse, c’erano le donne che erano perciò gli esseri umani più lontani da Dio.

19 La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, il primo dopo il sabato è il giorno ottavo e il numero otto da sempre nella tradizione cristiana, è la cifra che rappresenta la resurrezione di Gesù. Tornando alle beatitudini in Matteo sono otto, e praticandole si ha dentro di sé una vita che è capace di superare la morte. Quindi il numero otto indica la resurrezione. E mentre erano chiuse le porte dove erano i discepoli per paura dei giudei, facciamo un passo indietro, l’ordine di cattura non era solo per Gesù, ma per tutto il gruppo. Quando consegnano Gesù al sommo sacerdote Anania, questo non si cura per niente di Gesù, non gli interessa la sua persona, è stato catturato, adesso vedono di farlo ammazzare in qualche maniera, ma le due domande del sommo sacerdote preoccupato sono sui suoi discepoli e sulla sua dottrina.

venne Gesù, stette in mezzo, siamo alle battute finali del vangelo. Ogni indicazione dell’evangelista è preziosa. Qui l’evangelista costruisce la narrazione sullo schema della liturgia eucaristica. Gesù si presenta, è interessante che in tutta la narrazione l’evangelista eviti il termine “apparizione” o il verbo apparire. Non sono apparizioni, sono “incontri”, non sono situazioni di privilegio che Gesù ha concesso, ma la normale situazione che c’è nella comunità cristiana. Venne Gesù e stette in mezzo, Gesù è al centro della comunità, è importantissimo questo. Gesù quando viene, in tutti i vangeli, si mette al centro perché il rapporto dei componenti con Gesù è identico, non c’è uno al di sopra degli altri.

a loro e disse: “Pace a voi!”. Non è un augurio, Gesù non dice: la pace sia con voi, augurio di pace, ma è un dono. La prima volta che si fa presente ai suoi discepoli, le prime parole che pronuncia, sono parole che vengono accompagnate da un gesto d’amore di un dono: pace a voi! Il termine “pace” nel mondo biblico è molto più ricco del nostro, non significa solo assenza di conflitto, significa tutto quello che concorre alla felicità dell’individuo. Il desiderio di Gesù, le parole che pronuncia alla resurrezione, nell’incontro con i suoi, è un dono di pace e di felicità delle persone, è importante. Anche se dopo tanti anni di pratica del vangelo certe cose le abbiamo imparate, ma abbiamo nel DNA certe tradizioni religiose di una spiritualità listata a lutto, e specialmente in quaresima si sentono parole di tutti i tipi come penitenza, sacrificio, mortificazioni.... Gesù desidera la felicità degli uomini e quando si incontra con i suoi non fa un augurio, ma un dono: siate felici. Non basta la formula verbale!, come si fa ad essere felici? Gesù lo dimostra ed ecco il motivo per cui potete essere felici.

 20 Detto questo, collega quello che aveva detto: pace a voi, è un dono, vi do la piena felicità, la piena pace, detto questo mostrò loro le mani e il costato e i discepoli gioirono nel vedere il Signore. Perché Gesù mostra le mani e il costato e perché i discepoli gioirono nel vedere il Signore? L’amore con il quale Gesù ha dato la sua vita per salvare i suoi discepoli, mentre poteva fare il contrario, (Pietro nell’ultima cena aveva detto: sono pronto a morire per te) non è svanito, ma continua. Gesù resuscitato porta le tracce della sua passione e della sua morte affrontata per amore. Quando Gesù dice ai discepoli pace a voi, non è un augurio, ma è un dono e poi lo dimostra: guardate, vedete l’amore che mi ha spinto a dare la mia vita per voi, rimane, continua.

24 Ma Tommaso, uno dei Dodici chiamato Gemello (Didimo), perché l’evangelista torna ad insistere su questo soprannome di Tommaso? Tommaso di chi è il gemello? Aiutandoci con altri testi non evangelici, ma apocrifi, si deduce che la somiglianza di Tommaso (essere gemello) era con Gesù. In altri testi si parla di Tommaso, il gemello di Gesù. Non gemello in quanto nati da stessa madre, gemello nel senso di assomigliante nel comportamento.

28 Rispose Tommaso e disse: “Mio Signore e mio Dio!”. Non è stato facile per la comunità e per Tommaso. Il crocifisso era considerato un maledetto da Dio. Ebbene Tommaso, nell’uomo che la religione considera maledetto da Dio, vede il suo Dio. Nell’uomo condannato come un malfattore, Tommaso vede il suo Signore. Tommaso non ha bisogno di mettere la mano, il dito, nelle ferite del Signore, ma riconosce in Gesù quel Dio che nessuno aveva mai visto. Qui Giovanni chiude la sua narrazione collegandosi con il versetto finale del Prologo 1,18 quando aveva scritto: Dio nessuno lo ha mai visto, solo il Figlio ce lo ha rivelato.

29 Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che senza aver visto credono!”. È il punto centrale di tutto questo episodio. L’evangelista sta dicendo qualcosa di importante. Non solo la situazione dei credenti di ogni tempo non è inferiore a quella dei discepoli di Gesù che lo hanno visto resuscitato, ma è superiore, perché quanti saranno capaci di credere senza vedere sono proclamati beati, immensamente felici, a differenza di quelli che hanno creduto perché hanno veduto.

CAPITOLO 21

1 Dopo questo, l’evangelista si riferisce all’incontro che Gesù ha fatto prima con i discepoli e poi con Tommaso, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. Lo ripeto: gli evangelisti sono grandi letterati e grandi teologi e non sprecano una virgola nella loro narrazione. Ogni parola che adoperano ha sempre un valore, un richiamo teologico. Qui per la terza volta, - e il numero tre che qui appare, ha sempre il significato di quello che è definitivo, completo - appare il termine Tiberiade.

2 E si manifestò così:, in una maniera particolare, erano insieme Simone Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, quelli di Zebedeo e altri due discepoli. C’è qualcosa che ci sembra strano. Nel brano che precede, Gesù si era manifestato ai discepoli e aveva detto: “Come il Padre ha mandato me così io mando voi”. Gesù li aveva incaricati di andare per il mondo a manifestare il volto del Padre. Un volto di amore dal quale nessuno si sente escluso e questi non hanno nessuna intenzione di farlo. Vedete che sono tornati in Galilea e hanno ripreso le loro occupazioni. L’evangelista fa comprendere la resistenza da parte della primitiva comunità cristiana di andare verso i pagani. Loro pensavano, e questa idea è dura a morire, che Gesù fosse venuto per stabilire il regno di Israele, non hanno ancora capito che Gesù non è venuto a restaurare il defunto regno d’Israele, ma ad inaugurare il Regno di Dio e per il Regno di Dio bisogna andare verso i pagani. Questi non ne hanno nessuna intenzione. L’elenco è di sette discepoli, non compaiono più i dodici; mentre i dodici rappresentavano il popolo d’Israele adesso la nuova comunità, quella della resurrezione è raffigurata dal numero sette che sappiamo indicare la pienezza, la completezza, quindi l’universalità.

3 Disse loro Simon/Pietro: io vado a pescare. Quello che distingue Pietro è la caratteristica di voler essere sempre il leader e di prendere sempre lui le decisioni, trascinando con se tutto il gruppo: io vado a pescare. Gli dissero: veniamo anche noi con te. Quindi Pietro ha questa immagine di leader, di colui che è alla guida del gruppo e tutto il gruppo va con lui. Allora uscirono e salirono sulla barca, ma quella notte non presero nulla. Quando l’evangelista da delle indicazioni, ripeto l’evangelista non sta raccontando un fatto di cronaca, ma sta dando indicazioni teologiche alla comunità, e quando in una comunità l’azione non è comunitaria, non è insieme, ma ha il protagonismo di una persona, è destinata al fallimento.

6 Egli disse loro: gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete. L’attenzione dell’evangelista non è tanto sul lato, si sapeva che il lato destro era la parte fortunata, ma l’evangelista non vuole accentrare l’attenzione su questo, ma tanto sulla parola di Gesù; una volta che la comunità accoglie la parola di Gesù e la mette in pratica, la pesca è abbondante. Ma qual è la parte destra? E questo è importante per noi oggi, La gettarono e non potevano più tirarla su per la grande, e qui c’è un termine strano che normalmente non si usa per le cose o in questo caso di pesci, ma soltanto per le persone, l’evangelista dice: non potevano più tirarla su per la grande moltitudine di pesci. Allora l’evangelista ci sta dando delle indicazioni preziose, quando la comunità accoglie la parola di Gesù e in base a questa parola orienta il suo lavoro, la pesca è abbondante e c’è una raccolta di una moltitudine di pesci.

10 Disse loro Gesù: portate un po’ del pesce che avete preso ora Gesù ha già preparato pane e pesce, ma desidera che anche i suoi discepoli portino ancora del pesce. Il pesce che i discepoli portano è il frutto e del loro lavoro e dell’amore di Gesù. L’evangelista sta qui indicando la dinamica dell’Eucarestia. L’Eucarestia è il momento prezioso, importante vissuto dalla comunità, quindi l’amore ricevuto da Dio viene accolto e si trasforma in amore comunicato agli altri.

11 Allora Simon/Pietro salì e trasse a terra la rete piena di 153 grossi pesci e benché fossero tanti la rete non si lacerò. Il verbo ”lacerare” anche questo l’evangelista lo ha adoperato al momento della crocefissione di Gesù quando i soldati si sono spartiti le sua vesti; il mantello indumento esterno era stato diviso in quattro parti, e indicava che il messaggio di Gesù doveva arrivare ai quattro punti cardinali, ma la tunica, scriveva l’evangelista, era tessuta tutta d’un pezzo e i soldati hanno detto: non laceriamola, ma tiriamola a sorte.

12 Disse loro Gesù: venite a mangiare quindi Gesù non dice portatemi da mangiare, ma venite a mangiare. E nessuno dei discepoli osava domandargli: chi sei? perché sapevano che era il Signore. Ormai nell’amore che si fa dono si percepisce la presenza del Signore. Fin dall’inizio l’evangelista ci sta dando delle indicazioni come riconoscere la presenza del Signore. Dove l’amore si fa dono e comunica vita lì c’è la presenza del Signore.

14 Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, risuscitato dai morti. I conti non tornano: la prima volta a Maria di Magdala; la seconda volta ai discepoli che stavano a porte chiuse; la terza volta di nuovo ai discepoli che stavano a porte chiuse con Tommaso, allora i conti non tornano non è la terza, ma in realtà è la quarta volta, perché? abbiamo detto tante volte: nei vangeli i numeri non hanno mai valore matematico, ma sempre figurato, il numero “3” significa quello che è completo, quello che è definitivo, allora l’evangelista vuol dire: questa è la volta definitiva della presentazione di Gesù.

Gesù dice a Simon Pietro: Simone di Giovanni, e lo chiama esattamente come lo aveva definito all’inizio: tu sei il figlio di Giovanni. Gesù lo chiama Simone di Giovanni. perché questo? Perché Simone era il discepolo di Giovanni Battista, ma non era presente quando Giovanni ha indicato Gesù come l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Allora lui è rimasto ancora con l’immagine tradizionale del messia vincitore, trionfatore, non quello che dava la sua vita e il suo spirito per il male estirpare, la tenebra che c’è tra gli uomini e Dio.

E gli chiede Simone di Giovanni, mi ami? Il verbo amare adoperato dall’evangelista è il verbo greco agapao da cui deriva la parola che conosciamo “agape”. Agapao è un amore che si dà senza attendere nulla in cambio, è l’amore generoso, è l’amore altruista. Ma Gesù non solo gli chiede se lo ama, ma gli dice: mi ami tu più di tutti questi? Gesù all’unico che lo ha tradito, rinnegato, e che lo vuol seguire, vuol essere un buon leader del gruppo, gli chiede se ha un amore più grande di tutti gli altri. Può rispondere Simone? Lo ha rinnegato, ma non lo ha rinnegato di fronte al sommo sacerdote, lo ha rinnegato di fronte a una servetta nella sera. Nella sera della passione, ricordate, Gesù che è legato come un salame è libero, Pietro che è libero è legato dalla sua paura. Allora Gesù gli chiede: Simone di Giovanni, mi ami tu più di tutti questi? Cosa può rispondere Simone? Gli rispose, Sì, Signore (attenti a quelli che vi rispondono sì signore perché poi vi fregano….) Dice Sì Signore, quindi Gesù gli ha chiesto: mi ami tu più di tutti questi? E lui dice: Sì Signore, quindi significa che lo ama più di tutti questi, ma non può dirlo! Allora dice: tu lo sai che ti voglio bene e l’evangelista adopera il verbo greco “voler bene” che in greco è “fileo” da cui la parola filosofia, filantropia, che significa un bene reciproco: io ti voglio bene perché tu mi vuoi bene. Quindi Pietro non può rispondere né che lo ama, e tantomeno che lo ama più di tutti gli altri, però .. Sì Signore, ti voglio bene, tu lo sai che ti voglio bene! Ebbene Gesù, accetta la risposta di Simone.

Allora gli dice Gesù: nutri i miei agnelli. Qui l’evangelista adopera il verbo che viene tradotto normalmente pascere, ma nutrire si adopera normalmente sia per gli animali che anche per le persone. Nutri i miei agnelli… gli agnelli sono gli elementi più deboli gli elementi più fragili della comunità. Gesù accetta la risposta di Pietro. Mi vuoi bene? Ebbene, il bene che mi vuoi non lo devi dimostrare a me, trasformalo in nutrimento, cioè comunicazione di vita agli elementi più fragili della comunità.

18 In verità, in verità (quando c’è questa affermazione solenne significa qualcosa di molto importante sulla quale Gesù richiama l’attenzione) io ti dico: quando eri più giovane ti mettevi una cintura e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, un altro ti metterà la cintura e ti porterà dove tu non vuoi. Le indicazioni che ci dà l’evangelista con questa frase di Gesù possono alludere al supplizio della croce, proprio quello che Pietro aveva cercato di evitare per il suo maestro. Perché? Perché non era semplicemente una condanna a morte, ma era una tortura terribile riservata secondo la bibbia ai maledetti da Dio.

19 Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. L’evangelista contrappone due cose che ci possono sembrare contrastanti: la morte e glorificare Dio. A Simone che si era dichiarato disposto a morire per Gesù (ricordate: sono pronto a sacrificare la mia vita per te) il Cristo risuscitato non lo invita a dare la vita per lui, ma a morire come lui. E perché l’evangelista.

22 Gesù gli dice: se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? E di nuovo con forte incisività: Tu segui me. Non è stato facile per Gesù. Pur avendo finalmente invitato a seguirlo, questo si volta ancora indietro e addirittura adesso che Gesù lo invita a seguirlo cerca di sgomitare, di farsi spazio, vuole un rapporto particolare. Ma con Gesù, e lo abbiamo visto nei racconti precedenti degli incontri di Gesù con la sua comunità, la particolarità di Gesù nella comunità è che Gesù ogni volta che si manifesta ai suoi viene definito che sta in mezzo oppure al centro. E’ importante questo, se Gesù si colloca in una determinata posizione questo crea una gerarchia. Se Gesù si colloca in alto crea una gerarchia che nella misura che sono in rapporto con lui sono diversificate, è chiaro che il numero uno è quello più vicino a Gesù.

lunedì 22 maggio 2023

OMELIA DOMENICA 28 MAGGIO 2023

 



PENTECOSTE 2023

At 2,1-11; Sal 103; 1 Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

 

Paolo Cugini

 

Il mistero dell’Ascensione ci ha condotto a riflettere sulla nuova forma della presenza del Signore. Gesù non sparisce, non abbandona i suoi, ma li invita a seguirlo in un modo diverso, a riconoscerlo, quindi, negli indizi che ha lasciato nella storia. Incontrare il Signore durante la vita è fondamentale per dare una direzione significativa alla nostra esistenza. Senza questo incontro la vita rimane priva del suo significato più profondo. Le letture del giorno di Pentecoste ci aiutano a riflettere sui benefici che lo Spirito Santo, che è lo Spirito del Signore, provoca nella vita di tutti coloro che l’accolgono. Vediamo.

E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? (At 2,8). Quello che avviene nel giorno di Pentecoste nella narrazione di Luca negli Atti degli Apostoli è un dato strano, che può essere interpretato in tanti modi: ne abbozzo uno. Chi accoglie lo Spirito Santo, impara ad entrare in dialogo con gli altri preoccupato non d’imporre la propria idea, ma di ascoltare in modo empatico. È il linguaggio dell’amore che diviene comprensibile a tutte le persone di ogni lingua e nazione. Un linguaggio che non viene spontaneo, ma che esige uno sforzo quotidiano di traduzione di ciò che accogliamo dallo Spirito Santo. Occorre aggiungere un aspetto che, a mio avviso, è molto importante. Quello che ci presenta il testo ascoltato, prima di essere una prassi, è un obiettivo che, per raggiungere il quale, dobbiamo lottare ogni giorno. Parlare il linguaggio dell’amore esige un lavoro costante di relazione con il Signore e di impegno quotidiano da mettere in atto nelle relazioni. Possiamo farcela, con l’aiuto dello Spirito Santo.

Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti (1 Cor 12,4). Lo Spirito Santo produce nella storia il dinamismo opposto di ciò che produce lo spirito del mondo. Se, infatti, quest’ultimo, spinge l’umanità in cammini di uniformità, per cui qualsiasi forma differente diventa un problema che può condurre alla violenza e alla costrizione, ben differente è lazione dello Spirito che, invece di stimolare l’uniformità produce la differenza. L’azione dello Spirito Santo permette ad ogni persona di realizzarsi come figlia e figlio di Dio, in cui il proprio specifico non viene vissuto in competizione con le diversità degli altri, ma elemento fondamentale per esprimere l’unità. Si coglie molto bene, ascoltando Paolo, la logica differente sottesa ai modelli di umanità che lo spirito del mondo e lo Spirito Santo producono. Mentre il primo non riesce a tollerare la diversità, perché la interpreta come minaccia al proprio potere di comando, che esige una sottomissione uniformata e silenziosa, al contrario lo Spirito Santo che lavora per l’Uno e l’unità, la diversità non solo non è un problema, ma una ricchezza e, per questo, la stimola. Lo Spirito Santo lavora dentro di noi per farci scoprire il senso della nostra esistenza, ne stimola le potenzialità che vengono attività non per andare in conflitto con gli altri, ma per contribuire in modo significativo alla comunione. La comunità, allora, in questa prospettiva è il luogo in cui si manifesta l’azione dello Spirito Santo.

“Venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco (Gv 20,20). Lo Spirito Santo mentre produce nel mondo il cammino dell’unità nella diversità, crea la pace. È la prima parola che i Signore risorto pronuncia La pace è il dono che Gesù risorta porta all’umanità. Dove c’è lo Spirito del Signore regna la pace, perché stimola cammini di amore, di comprensione, di accoglienza e condivisione. Quando accogliamo il suo Spirito non dobbiamo più temere nulla, perché gli altri non sono più una minaccia, ma diventano fratelli e sorelle. Le comunità cristiane che nascono dalla presenza del Signore sono spazi in cui ci esercitiamo alla pace. Non a caso Gesù subito dopo l’annuncio di pace mostra le mani e il fianco: perché? Sono il segno del prezzo pagato per portare la pace in un mondo pieno di tensioni e di odio. Essere operatore di pace significa essere disponibile ad affrontare l’arroganza e la violenza del mondo, che non accetta la diversità e fa di tutto per sopprimerla. Le mani e il fianco sono il segno tangibile dell’impegno di Gesù per realizzare il progetto di amore e di giustizia di Dio. La comunità cristiana mentre accoglie lo Spirito del Signore, invoca allo stesso tempo la forza per riuscire a stare in mezzo al mondo con lo stile di Gesù, senza lasciarsi travolgere dall’odio del mondo che provoca violenza. La pace del Signore Gesù sia sempre con noi. 

venerdì 19 maggio 2023

OMELIA DOMENICA 21 MAGGIO 2023

 



ASCENSIONE DEL SIGNORE

At 1,1-11; Sal 46; Ef 1,17-23; Mt 28,16-20

Paolo Cugini

 

Come fare in modo che questo testo parli a noi e possa dirci qualcosa sul nostro cammino? Come spogliarlo dei rivestimenti mitici tipici del linguaggio del tempo di Gesù? In questa prospettiva hanno ragione (in parte) i teologi che affermano la necessità di superare il modello teista utilizzato per secoli e passare ad un paradigma così detto post-teista, capace d’integrare nelle sue narrazioni i dati della scienza e, quindi, di renderle più comprensibili per le donne e gli uomini di oggi. Proviamo, allora questo percorso.

“Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero” (At 1,). Come si fa a leggere queste cose alla domenica, brani che hanno il sapore della mitologia, della narrazione che risente pesantemente dell’apparato culturale del tempo di Gesù, con concezione astronomiche e antropologiche ormai superate e, poi, al lunedì presentarsi al lavoro come se niente fosse? Avere il coraggio di smantellare le costruzioni mitologiche senza pensare che decostruire significhi negare una verità. Anzi, proprio perché cerchiamo quella verità manifestata dalla persona di Gesù, che procediamo nell’operazione di decostruzione delle categorie culturali del tempo per salvare, per così dire, il messaggio autentico. Uscire da ogni finzione che ci porta a parlare e a conversare di contenuti di una cultura che non ci appartiene più, per fare in modo che i nostri discorsi parlino di quei significati esistenziali che s’inseriscono nel nostro vissuto quotidiano, è il senso di un cammino che riesce ad integrare i contenuti religiosi nel linguaggio comune. Il testo ascoltato risente di una visione duale della realtà – cielo e terra, carne e spirito – che non c’entra nulla con la percezione di un mondo interconnesso, come ci stanno consegnando le varie discipline scientifiche, un mondo in cui tutto è in relazione. In questo nuovo con testo cosmologico dove andrebbe a finire il Gesù dell’ascensione?

Prendiamo, allora, dall’ascensione del Signore quei contenuti che possono dirci qualcosa per il nostro vissuto.

Il primo è di tipo educativo. Ogni relazione educativa che intenda essere generativa deve prevedere un momento in cui ci sia un’uscita di scena. Il figlio potrà diventare padre e madre se i genitori, ad un certo punto della vita, sanno uscire dalla loro scena. I discepoli e le discepole hanno potuto divenire maestri perché il Maestro è uscito di scena. Abbiamo la possibilità di crescere e sperimentare le nostre potenzialità, scoprire finalmente chi siamo, solo se le persone di riferimento che abbiamo intorno sanno sparire dalla scena. Chiaramente, ciò sarà possibile se durante la fase della crescita l’educatore – padre, madre, ecc. – ha saputo stimolare gli aspetti generativi della persona. Questo aspetto è ben visibile nella relazione che Gesù ha istituito con i suoi discepoli. A metà del suo cammino verso Gerusalemme li ha inviati a due a due ad annunciare il Regno (Lc 10). Uno avrebbe potuto obiettare che non erano ancora pronti, che la loro preparazione era difettosa. Gesù, senza dubbio, sapeva di tutto questo. Nonostante ciò, li ha inviati, gli ha permesso di fare esperienza, di mettersi in gioco, di sperimentare anche solo per qualche istante, il fascino dell’essere da soli dinanzi al mondo. Nel contesto dell’ultima cena narrata nella redazione di Giovanni, Gesù ad un certo punto afferma: “ho ancora molto cose da dirvi, ma per ora non siete capaci di portarne il peso” (Gv 16,12). Nonostante questa presa di coscienza, di una preparazione ancora molto approssimativa dei suoi discepoli, Gesù se ne va. Che cosa ci dice questo dato? Credo che la cosa più importante che emerge dalla relazione di Gesù con i suoi discepoli è l’aver stimolato in loro la dimensione generativa, la consapevolezza che il discepolo, la discepola devono divenire loro stessi maestri.

“Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). C’è anche u aspetto spirituale che ci viene comunicato dalla festa dell’Ascensione. Gesù rimane sempre con noi. Ci possiamo chiedere: in che modo sarà sempre con noi se non c’è più? C’è un modo nuovo che manifesta la presenza di Gesù non più nella carne, ma nello Spirito. Ce lo ha ricordato anche Papa Francesco, quando nella Laudato Sii arriva ad affermare: “lo spirito di Dio ha riempito l'universo con le potenzialità che permettono che dal grembo spesso delle cose possa sempre germogliare qualcosa di nuovo” (LS, 80). la presenza di Dio nel creato non è qualcosa di distinto da Dio “bensì comunicando la sua propria realtà divina ne fa il costitutivo del compimento della creatura”. Dio comunica se stesso al creato, cosicché lo spirito di Dio è immanente e intimo nelle creature. Gesù continua ad essere presente dentro la storia per permettere ad ogni persona di collaborare al progetto creazionale di Dio. Il processo di creazione, infatti, non si è mai arrestato, ma continua con noi e lo Spirito del Signore che agisce anche in noi permette tutto questo. Il mistero dell’Ascensione, dunque, non afferma la scomparsa del Signore, ma di una presenza nuova.

Durante la sua vita pubblica Gesù ci ha offerto alcune situazioni in cui si manifesta la sua presenza. Percepire la presenza del Mistero di Dio è fondamentale per coloro che desiderano vivere della Parola di Dio. E allora, dov’è Gesù? In primo luogo, lo troviamo nei poveri. Lo ha detto nel Lui: “avevo fame, mi avete dato da mangiare; avevo sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,32s). La nostra relazione con i poveri, prima che essere un dato sociologico è teologico, spirituale. Nei poveri incontriamo il Signore, la sua presenza misteriosa che ci riempi con il suo amore. Mentre doniamo gratuitamente, riceviamo più di ciò che abbiamo donato. Poi incontriamo Gesù nella comunità: “dove due o tre sono uniti nel mio nome io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Comunità che non s’identificano con le forme istituzionali, ma anche e soprattutto con l’incontro di persone che hanno conosciuto il Signore, amano la sua Parola e si trovano in famiglia. Riscoprire modalità nuove di essere comunità che sentono la presenza del Signore è una delle grandi sfide dell’epoca post-cristiana che stiamo accompagnando. “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri" (Gv 13, 34-35). Piccole comunità di persone che si vogliono bene, che si prendono cura gli uni degli altri rendono visibile la presenza del Signore nella storia.

Ascensione significa che il Maestro non è più in mezzo ai suoi discepoli e discepole in una forma materiale, ma in una forma nuova che ha tanti aspetti. Troviamolo e viviamolo.