lunedì 16 aprile 2018

IL BUON PASTORE




GIOVANNI 10, 11-18

Paolo Cugini

Il brano di Vangelo proposto dalla Liturgia di oggi ci stimola a riflettere sui modelli di maternità e paternità che adottiamo e, di conseguenza, sulla qualità delle relazioni che sappiamo instaurare. Che cosa significa essere padre e madre nella società sempre più liquida e post cristiana, società in cui non solo è sempre più difficile decidersi per qualcosa di definitivo, ma anche identificarsi?  Il teologo Armando Matteo, alcuni anni fa, faceva notare come la prima generazione incredula, vale a dire i diciottenni attuali, sono stati i primi ad avere dei padri e delle madri che non hanno trasmesso loro la fede. Invece, infatti, di preoccuparsi di dire Dio ai loro figli, hanno pensato a loro stessi, sono stati per così dire, utilizzando la metafora del Vangelo, dei mercenari. Lo psicoterapeuta Massimo Recalcati nei saggi: Le mani della madre e Il ritorno del padre, evidenzia la difficoltà che oggi gli adulti hanno di assumere il loro ruolo. Mentre la donna fa sempre più fatica ad identificarsi totalmente nel ruolo di madre (finalmente!) come avveniva un tempo, entrando a suo dire in derive di tipo narcisista; l’uomo, a sua volta, non riesce più ad imporsi come il garante familiare della Legge, scivolando in un tipo di relazioni deresponsabilizzanti, che non riescono più ad imprimere nel figlio un significato, le motivazioni di un vissuto. 
Senza dubbio, oggi facciamo più fatica a definire ruoli che un tempo, ma questa difficoltà non è tutta negativa. Più che avere dei riferimenti forti sui quali appoggiarci per tutta la vita, siamo stimolati cercare continuamente nel vissuto quotidiano il modo evangelico per incontrare l’altro, per tessere relazioni che aprano cammini di libertà. Come possiamo essere sicuri della bontà evangelica delle nostre relazioni? Come possiamo percepire la bontà della nostra maternità e della nostra paternità? Il Vangelo di oggi ci suggerisce un criterio: “E ho altre pecore che non provengono da questo recinto, anche quelle io devo guidare”. La paternità e la maternità che noi esercitiamo è autentica quando non si chiude in se stessa, ma si apre al mondo, a tutti coloro che Dio mette sul nostro cammino, quando cioè pensa a chi è fuori. Alzare lo sguardo, guardare al di fuori del recinto delle nostre vite, e pensare all’altro, a colui che non crede, a colui che è nel bisogno e che non è nel giro degli amici e dei parenti, non è qualcosa di normale, ma è il segno di una conversione, il segno che la Parola del Pastore è entrata in noi e sta squarciando il nostro cuore, il segno di un avvenuto riconoscimento reciproco. Quando il povero, l’affamato, chi ha perso casa o lavoro, chi è smarrito, chi è solo come un cane, chi è vittima di pregiudizi entra nel nostro pensiero e vi trova spazio, allora, caro mio, qualcosa di grande è avvenuto. Vengono in mente le parole di Papa Francesco dell’Evangeli Gaudium, quando esortava le comunità ad uscire da una pastorale di conservazione, per uno stile pastorale in uscita. 
Sentire la responsabilità di chi non è in mezzo a noi, di pensare a loro, di coinvolgere chi ci è vicino per uscire, significa essere padri e madri sullo stile del buon Pastore. Alzare lo sguardo per guardare al di là del recinto, del cancello: è il contrario che alzare dei muri per non vedere, per mantenere le distanze, per non sentire le grida dei disperati, la puzza dei poveri, la realtà dei rifiuti umani, come li chiamava Bauman. Mi viene da dire che, proprio in questo contesto culturale in cui sembra non esserci più nulla di definitivo su cui appoggiarci e avere la scusa per demandare a qualcuno più in alto le nostre responsabilità, siamo interpellati in prima persona da coloro che sono al di là del recinto delle nostre case, delle nostre chiese, dei nostri gruppi.
Paolo Cugini, parroco dell’Unità Pastorale Santa Maria degli Angeli-Reggio Emilia

lunedì 9 aprile 2018

ERANO UN CUOR SOLO - DOMENICA IN ALBIS






Il tempo di Pasqua è pieno di positività. La si respira nelle pagine dei vangeli in cui si parla di vita, di una vita che va al di là della morte, di una vita che diviene quindi motivo di speranza nel presente, nel vissuto quotidiano. I discepoli hanno la possibilità di dialogare con il loro Maestro, nonostante fosse stato crocefisso qualche giorno prima. E’ un dato incredibile perché non solo fa luce sull’identità di Gesù, ma soprattutto perché rivela la forza della sua Parola e come questa Parola possa rialzare chi è caduto, posso offrire un cammino. Basta credere in Lui; basta accogliere la sua Parola. E’ bello il tempo di Pasqua perché ci narra la bellezza delle prime comunità: quanta speranza! Erano così pieni di fede della presenza del Signore in mezzo a loro, che non solo si trovavano spesso insieme a pregare, ma le cose non esercitavano più nessuna attrattiva su di loro. E allora, chi aveva di più condivideva con chi aveva meno, affinché nessuno nella comunità vivesse nel bisogno. E’ la fede che s’incarna nella vita. Che voglia di vivere come loro! Don Paolo

giovedì 22 marzo 2018

IL QUARTO CANTO DEL SERVO DI JHWH




DON CARLO PAGLIARI

RONCINA 22 MARZO 2018

Sintesi: Paolo Cugini

I quattro canti del Servo sono stati determinanti delle comunità cristiane della prima ora. Comprendere la Pasqua non è stata una passeggiata per i primi cristiani. Gesù è morto da solo. Umanamente parlando la vita di Gesù è un solenne fallimento, perché con le sue scelte e con le sue parole non è stato capito. Proprio i dodici lo hanno lasciato nel momento più decisivo. Le stesse folle prima lo osannano, poi lo tradiscono. La Pasqua è il riconoscimento che la croce non è un fallimento, una sconfitta, ma una vittoria. La resurrezione è il riconoscimento che Dio ha innalzato il crocefisso. Capire questo non è facile, perché occorre passare per la morte, il fallimento. Il libro più citato dll’AT nel NT? E’ il libro dei salmi, perché è il libro che utilizzavano nella preghiera. E’ leggendo la Scrittura che la croce non è stata una sconfitta.

E’ impressionante la somiglianza del IV canto del Servo e quello che è accaduto a Gesù.

“Ecco il mio Servo avrà successo…” Ci sono qui i verbi che il NT utilizza per parlare della resurrezione, che è un innalzamento, è uno stare in piedi, ristabilito, glorificato. Con un doppio senso perché l’innalzamento vuole dire un vantaggio. Nel Vangelo di Marco l’unica professione di Fede la farà un centurione romano e pagano sotto la croce, un uomo che non aveva conosciuto Gesù. E’ sulla croce che si apre la strada del Regno: oggi sarai con me in paradiso (cfr. Lc 22).

“Molti si stupirono di lui, tanto era sfigurato il suo aspetto”. E’ una morte che serve per la salvezza di tutti. E’ accaduto qualcosa di sconvolgente. Qualcosa che non è affascinante. Gesù ha vissuto due condanne a morte, perché la flagellazione per i romani era una condanna a morte. I cristiani prima di disegnare la croce ci mettono tre secoli. Il salmo dice: è il più bello tra i figli dell’uomo. Pilato dice: Ecce homo. Questo è il paradosso. Dov’è questa bellezza? E’ una bellezza che non seduce. Non è uno che ti compra con l’apparente bellezza, con il suo fascino. Non è un manipolatore. Si tratta di cogliere la bellezza che appare se la cerchi in profondità e la percepisci dalla profondità delle sue scelte. E’ la bellezza di colui che non cede dinnanzi al male. Gesù ti mostra il costo dell’amore: è questa la vera bellezza che ti converte.

La croce è il nostro specchio. Quell’uomo sfigurato è la mia immagine ferita dal peccato. Tutto il male del mondo è rappresentato dai personaggi che circondano Gesù in quelle ore in cui scaricano su di lui quello che loro non vogliono vedere. Il crocefisso è quello che avviene nel peccato dell’uomo. L’innocente Gesù si fa carico dei peccati del mondo. Gesù sceglie la mitezza perché sia chiara la violenza che è su di lui. L’uomo sfigurato è il servo del Signore che diventa specchio della mia bruttezza. Eppure, quell’uomo sfigurato, è anche specchio dell’amore paziente e profondo del Dio che è capace di portare il peso degli alti. La croce è la narrazione di come è profondo l’amore di Dio. Gesù è la spugna contro il quale puoi scaricare la tua rabbia e ricevere perdono.

Dio non è assetato di sangue, ma la salvezza è conoscere il volto di Dio e il mio. Il Servo si fa carico di questa missione di liberazione. La mitezza, e il saper stare con forza in quella posizione sarà liberazione della violenza del mondo.

La realtà cambia nel momento in cui riconosciamo i nostri peccati. In tutti i Vangeli Pietro non ha vergogna di dire quello che ha fatto a Gesù, perché è un perdonato. Geremia dirà: quando saranno perdonati i vostri peccati conoscerete Dio.

giovedì 15 marzo 2018

IL TERZO CANTO DEL SERVO DI JHWH (Is 50,4-11)

DIOCESI DI REGGIO EMILIA E GUASTALLA - ZONALE OVEST






LECTIO DIVINA NEL TEMPO DI QUARESIMA

RONCINA – GIOVEDI 8 MARZO 2018


Con DON CARLO PAGLIARI


Sintesi: Paolo Cugini

Il terzo canto del Servo di JHWH descrive il servo quasi come un sapiente.
Il Signore mi dà una lingua da discepolo: il sapiente è colui che ascolta dalla sapienza che viene dall’alto e la vive nel concreto. Ricorda le indicazione che Mosè diede a Giosuè prima di entrare nella terra promessa. Stessa indicazione che JHWH dà al re Salomone. Il servo di JHWH di questo terzo canto segue quindi, il modello sapienziale.
Altra caratteristica: qui abbiamo la testimonianza in prima persona. Qui abbiamo la sua voce. Questo dà forza al testo. In questo canto veniamo a sapere il segreto della forza del servo. Veniamo a sapere che cosa pensa e vive nel momento della prova.

8-9: il servo manifesta una coscienza di sé molto forte. Vivere la mitezza, lo stile non-violento non vuol dire essere bonaccioni o dei deboli. Anche il servo è forte ma la sua non è una forza muscolare, ma interiore.

v. 4: Il Servo medita la Parola giorno e notte. La Parola corrobora la vita del Servo. Cfr. Maria che dà carne alla Parola, la somatizza. Maria è l’immagine del Sapiente che lascia che la Parola generi dentro di lei. Il discepolo ha una lingua nuova. Il servo di JHWH è discepolo in questa prospettiva, che viene dalla relazione con la Parola. Il segreto è ricordarsi di essere discepoli. Così come Gesù diceva: non do la vita da me stesso, ma il Padre. Essere talmente discepoli da riconoscere che tutto viene da Dio. Il dono ricevuto della Sapienza è data perché sia condivisa con gli sfiduciati.

Ogni mattina fa attento il mio orecchio: la preghiera migliore nella Bibbia è sempre quella del mattino. Alla sera è difficile pregare, è difficile ascoltare. Alla sera la preghiera rischia di diventare un monologo. La preghiera del mattino nasce quando tutto deve ancora cominciare stimola il silenzio, l’ascolto. Il discepolo conosce da dove viene la vita, per questo sta in silenzio e ascolta. I bambini cominciano a parlare ascoltando. Cfr. Salmo 27: se tu non mi parli io sono come colui che scende nella fossa. Se non ascolto qualche parola significativa, non ho parole significative. Se non ascolto non so dire nulla. Essere discepolo è la condizione normale dell’uomo e della donna. Ecco perché la preghiera è innanzi tutto silenzio e ascolto. Saper ascoltare è anche un saper vedere.

“Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e non ho posto resistenza”: c’è una sfumatura importante. È qualcosa presente anche nella letteratura profetica. Non è facile avere un rapporto con Dio. La prima resistenza l’abbiamo dentro di noi. Questo servo è servo fino al midollo. Si può resistere all’azione di Dio. La nascita è un’esperienza traumatica. L’esperienza della novità è dura da accettare, è dolorosa. Farsi aprire le orecchie è un’esperienza dura. Chi ha imparato a lottare con il Signore e a prenderlo sul serio, la stessa forza che ha maturato con il Signore la vivrà nella realtà.

Ho presentato il dorso ai flagellatori: qui c’è un’opposizione. Ci sono persone violente che vogliono umiliare e fare del male. La flagellazione è una punizione. Questi non si limitano a ferire il corpo, ma anche l’anima. Qui i nemici vogliono colpire la dignità. Qui c’è la forza del Servo che rimane in piedi in una situazione di grande umiliazione. Come rimanere in piedi in un simile contesto?

Il Signore Dio mi assiste: qui è il punto centrale. La vera forza la si trova in una disciplina interiore. Resistere alle umiliazioni è molto difficile. Si rimane in piedi se si ha la forza che vien da Dio. Il Servo non reagisce. Il Servo non vacilla perché la sua forza interiore gli rivela la sua identità. Il Servo sa che la violenza è il segno di una debolezza. Aggredire l’altro non è segno di forza. La vera forza è indurire il volto e rimanere fermi nella sua dignità. Il Servo sa che cosa è il male e il bene. Chi usa la violenza non ha capito che cos’è il bene. Questo Servo non cade nell’inganno perché è forte dentro di sé. E’ la forza che viene da Dio, dalla consapevolezza della vera sapienza.

Gesù non è uno sprovveduto quando abbraccia la croce. Gesù la sa più lunga di tutti noi. Questo lo ha capito chi lo ha visto morire. Gesù è libero nell’abbracciare la croce. La sua forza è che nonostante le violenze e le umiliazioni subite, i tradimenti dei suoi amici, Gesù non ha risposto con la stessa moneta, perché ha continuato ad agire come agisce Dio. Non ha permesso che il suo cuore si macchiasse di rancore, di gelosia, di rabbia. Il segreto del Servo è che ogni giorno, ogni mattina ha lasciato che la Parola forgiasse la sua umanità.

Sapendo di non restare confusi: Chi cresce nella confusione si logora presto. Siamo di fronte ad una umanità logorata. L’appello che fa il Servo è di ascoltare per prendere forza dal Signore.
10-11: Chi semina nel fuoco brucerà nel fuoco che semina. Morirete nelle frecce che avete acceso. Queste parole sono il frutto dell’esperienza del Servo. Chi usa la spada morirà di spada. Nella passione Gesù rimane progressivamente in silenzio perché sarà l vita stessa a parlare, sarà il suo stile a parlare. La vera battaglia non è mostrare muscolarmente chi è più forte, ma si tratta di far vedere chi non cede al male. Gesù in questo suo silenzio è spettacolare.


domenica 11 marzo 2018

PIETRA DI SCARTO




RITIRO SPIRITUALE DI QUARESIMA PER GIOVANI E ADULTI
UNITA' PASTORALE SANTA MARIA DEGLI ANGELI-RE


Paolo Cugini
Premessa al ritiro: credere nella Parola. Credere che la Parola di Dio sia luce sul nostro cammino. Credere che Dio ci parla, mi parla attraverso di Lei.

Salmo 118 (117): racconta un viaggio di liberazione, la trasformazione dell’ansia e della sconfitta in gioia. Prosperità, vittoria.
Nella mia angoscia invocai il Signore (v. 5): il fedele è bloccato in una situazione angusta, in cui si è bloccati e confinati[1].
Attorno al protagonista c’è gente ostile che lo aveva accerchiato, circondato.
Il protagonista era convinto di morire, eppure invoca il Signore che lo porta in salvo

v. 17: racconterò le opere del Signore: l’esperienza della propria salvezza diviene motivo per annunciare le opere del Signore

v. 22: la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta pietra angolare: è il salmo che racconta la parabola del cambio della sorte dell’uomo: prima è rigettato e poi viene salvato da Dio e gli viene affidato un importante incarico.

Il salmo narra una situazione che nelle scritture è paradigmatica: colui o colei che è scartato, viene scelto da Dio per portare avanti la storia di salvezza.
Il riferimento in sottofondo è il popolo d’Israele. Si ritiene, infatti che sia un salmo post-esilico e che alluda al ritorno in Patria degli esuli.

Vv 1-4: sono convocati coloro che temono il Signore
Secondo Ravasi la pietra è un simbolo polisemico indicando il popolo scartato ma ora riabilitato. Il tempio che ha condiviso la sorte del popolo nonché lo stesso JHWH che aveva intrecciato il proprio destino con quello d’Israele.
Pietra è quindi un simbolo allusivo al tempio, a JHWH stesso o anche al povero scartato dagli uomini e recuperato da Dio per il suo progetto salvifico[2].

Due elementi sono significativi:
a.      La riabilitazione del popolo e il suo riorno dall’esilio è opera di Dio
b.      Il movimento di libertà che spezza le catene è faticoso ma inarrestabile. Il cammino verso il Tempio diventa un itinerario verso Dio.

Struttura del salmo:
1.      1-4 introduzione
2.      5-24: esperienza del salmista
3.      25-29: preghiera di benedizione e di ringraziamento

Il Contesto
Com’è nato questo Salmo? “Apritemi le porte della giustizia” (v. 19): sono le porte del Tempio di Gerusalemme, là dove si manifesta la giustizia di Dio. Dio ha salvato e il Tempio, dove il Signore abita, ne è il segno. Il Salmista è qualcuno che ha sperimentato la giustizia di Dio e vuole entrare nel Tempio per esprimere la sua riconoscenza. Non si tratta, però di un ringraziamento privato, ma tutto Israele è convocato. Si forma una processione che giunge fino agli altari degli olocausti.

IL racconto
E’ un invito rivolta ad Israele, a tutti quelli che temono il Signore, un invito perché si riconosca che il Signore è buono, la sua misericordia è eterna. Affermare che la misericordia del Signore è eterna significa capire che se anche tutto passa e cambia, la fedeltà e la misericordia di Dio la troviamo sempre.
Corpo del salmo: Il protagonista racconta quello che gli è capitato: nell’angoscia ho gridato al Signore.

v. 10-12: Il salmista si è sentito solo contro tutti. Che cosa sia successo realmente non è dato saperlo. In ogni modo è chiaro la situazione di pericolo e di solitudine che il salmista ha avvertito. Bello è il ritornello che viene ripetuto: Ma nel nome del Signore li ho sconfitti. L’ansia del salmista è sparita grazie all’intervento di Dio. C’è la percezione della presenza del Signore per questo la preghiera del salmista è serena. Viene in mente il passo di Davide quando affronta GOLIA: cfr. 1 Sam 17,45

v. 13-19: nella difficoltà e nella debolezza tendiamo ad affidarci a chi abbiamo vicino o a cercare rifugio nei potenti. Il salmista scopre che anche loro sono deboli. È meglio rifugiarsi nel Signore…

v 14: canto di ringraziamento. È mia forza perché mi ha liberato; è mio canto perché mi ha messo in cuore la voglia di cantare.

17-18: viene fuori il motivo dell’esperienza del salmista. La prova che ha dovuto affrontare era al limite delle possibilità umane. Per questo c’è stata la trasposizione nel NT alla Pasqua di Gesù, perché c’è la narrazione di una vittoria definitiva sulla morte.

22-24: da pietra scartata che non vale nulla, a pietra che sorregge l’edificio. È la narrazione di una trasformazione. Quello che non sembrava valere nulla, il Signore lo ha valorizzato in un modo sorprendente.
Ringraziamento: abbiamo sperimentato la salvezza
Alla fine v. 28 c’è la professione di fede del salmista

La pietra scartata nel Nuovo Testamento
Il v. 22 compare 5 volte nel NT e 3 di queste nel contesto del tempio di Gerusalemme. Cfr. Mc 12,9-11. Due elementi importanti appaiono in questo brano. Il primo è che Il salmo viene citato in un contesto fortemente segnato dalla polemica religiosa che ha luogo nel Tempio.
Il secondo elemento importante del brano è che le autorità religiose si rendono perfettamente conto che Gesù li sta identificando con i cattivi vignaiuoli. Se essi sono i cattivi allora la pietra scartata è lo stesso Gesù. Questa interpretazione è confermata da Atti 4,10-11.

Il percorso di Gesù dalla periferia della Galilea lo ha portato al simbolo centrale del potere religioso: il Tempio di Gerusalemme. In quel contesto continua la polemica con i farisei che aveva caratterizzato tutto il viaggio di Gesù (Cfr. Mc 7 controversia sul puro e l’impuro.
Tempio: rappresenta la visione religiosa basata sull’inclusione di alcuni e l’esclusione di altri. Il Tempio escludeva alcune persone: donne, stranieri, persone con malformazioni fisiche. Una gran parte della religiosità rappresentata nel Tempio era costruita sulla distinzione di puro e impuro.
Gesù accusa i capi religiosi di essersi allontanati dal cuore della fede d’Israele. Anteponendo al cammino di salvezza per tutti precetti escludenti. Matteo porta a termine questa sezione con i guai: cap 23.

Identificandosi con gli esclusi e le escluse, Gesù stesso è escluso dal Tempio. Nelle tre versioni sinottiche si legge: lo presero e lo cacciarono fuori. Dopo il confronto nel Tempio Gesù sarà arrestato, processato, condannato e condotto fuori dove sarà crocefisso. Cfr. Eb 13,12-13.

1 Pt 2,4-5:
·         La pietra scartata è vivente. La storia di Gesù non termina fuori dal tempio, sulla croce: Egli risorge.
·         Il divenire pietra vivente non è circoscritto a Gesù, ma è una possibilità offerta a tutti. Paolo scrive che noi siamo il Tempio del Dio vivente (2 Cor 6,16; 1 Cor 3,16).

Osservazioni generali: Nel salmo 118 il nostro versetto era pronunciato dopo l’ingresso al Tempio. Per Israele, tornato dall’esilio, la salvezza passa sempre dal centro. La pietra scartata viene sì riabilitata, ma il viaggio che si compie rimane quello dalla periferia o dai margini, al centro, dall’esilio al nuovo tempio di Gerusalemme. La salvezza, come ritorno al centro, era ritualizzata dal salmo.
Con Gesù accade qualcosa di nuovo: il centro (ossia una religione basata sull’inclusione di alcuni e l’esclusione di altri) rappresentato dal Tempio è scardinato. La pietra scartata salva tutti e tutte, dentro e fuori, ma non fa mai più ritorno al centro (cfr. il dialogo con la Samaritana sul culto e gli adoratori che cerca il Padre) e perciò non produce una proposta di fede che opera esclusioni.






[1] Cfr. RAVASI, G. Il libro dei Salmi, Vol III, EDB, Bologna 2002 p. 424
[2] Cfr. RAVASI, cit. p. 422

giovedì 8 marzo 2018

I CANTI DEL SERVO DEL SIGNORE- ZONALE OVEST- QUARESIMA 2018




DIOCESI DI REGGIO EMILIA E GUASTALLA - ZONALE OVEST


LECTIO DIVINA NEL TEMPO DI QUARESIMA

RONCINA – GIOVEDI 8 MARZO 2018


Con DON CARLO PAGLIARI



Sintesi: Paolo Cugini

I canti del servo del Signore sono un’ottima preparazione alla Pasqua e un’ottima occasione per entrare dentro la storia e la vita di Gesù.

Contesto. Il libro di Isaia è diviso in tre parti, che corrispondo a tre fasi storiche. Nella seconda parte, chiamata il Deutero-Isaia, si trovano i canti del Servo. In questa seconda parte si parla di una consolazione per il ritorno dall’esilio. Questi quattro canti sono sempre stati misteriosi. Parlano di un servo sofferente, ma non si è mai capito di chi stia parlando l’autore quando parla di questo servo sofferente. Qualcuno l’ha identificato con il re Giosia. Però Giosia viene sconfitto in battaglia e non sembra la fine di un santo. Qualcuno, invece, dice che il servo è Ciro, perché è lui che fa riportare il popolo in Esilio verso Gerusalemme.

E’ stato nel Nuovo Testamento che la prima comunità cristiana ha identificato questo servo con Gesù. Un passo interessante in questa prospettiva si trova negli Atti degli Apostoli al capitolo 8. In questo brano, Filippo si avvicina ad uno straniero che stava leggendo Is 53, ma non capiva chi era il personaggio citato nel testo. Sarà Filippo che lo aiuterà a comprendere il significato del testo.

Isaia Capitolo 42: primo canto del Servo di JHWH. Il canto si apre con parole che gli evangelisti usano per descrivere il battesimo di Gesù. Ci viene presentata una figura che ha su di sé la predilezione di Dio, la sua elezione. La predilezione è un modo di constatare che, in quella persona, risplende in modo particolare la sua esperienza con Dio. Vedendo quella persona si vede in modo trasparente il modo di amare di Dio. Questa è l’elezione. Il concetto di elezione non è mai esclusivo, ma inclusivo. Israele è posto come segno perché anche gli altri possano rendersi conto com’è bello stare con il Signore. Il Servo è un giusto che con le sue scelte risplende la bellezza di Dio. Tutti siamo eletti.
Appare sulla scena il servo del Signore: è colui che è sostenuto da Dio, perché cammina insieme. Su di lui c’è lo Spirito del Signore, il suo modo di pensare, di agire, i suoi gusti, i suoi desideri, la sua logica. Quando uno scopre di essere amato da Dio, si scopre anche che cosa si può fare assieme a Lui. Il sì che diciamo al Signore cambia la vita di una persona. L’azione di Dio tutti i giorni è quello di liberare.
Quali sono le caratteristiche di questa missione del Servo? Il mondo ha un criterio funzionale, utilitaristico. Il Servo ha armi opposte, usa armi deboli. Le armi del mondo sono la violenza, la forza. Le armi di Dio sono la bontà, la mitezza, il silenzio, la voce bassa, la debolezza. C’è una sproporzione fra i criteri di Dio e quelli del mondo.
Il Servo non si spezza, non sarà debole. Come stile il Servo cerca il bene anche più piccolo. Il Signore cerca nel cuore dell’uomo di allearsi anche con un piccolissimo bene. Riconoscere dove c’è bisogno di vita senza farsi ingoiare.
Gesù ha salvato le canne incrinate senza incrinarsi Lui.
La mitezza, la bontà è la capacità di non incrinarsi mettendosi al passo degli incrinati ed esige molta forza. E’ questa l’onnipotenza di Dio.

Secondo canto del Servo. Qui il servo parla in prima persona. Sembra simile a Geremia, che infatti ha vissuto il dramma della persecuzione. Il Servo ha la percezione di sentirsi amato e chiamato da sempre. Essere conosciuti per nome: è il massimo dell’amore. Ti chiama per nome chi ti conosce. Questo Servo ha qualcosa da dire a tutte le nazioni. Udite: il Signore mi ha amato. Anche Gesù fece così. La mia bocca è come una spada affilata. La bocca del Servo dice le stesse parole di Dio. Il Servo percepisce di essere strumento del Signore. Ho risposto: ho faticato in vano. Ho consumato invano le mie forze. Vivere pienamente la missione significa fare esperienza dell’inutilità, della vanità, della poca significanza. E’ strutturale alla missione questo sentimento. La missione sembra inutile perché gli strumenti sono deboli. Vivere nel mondo la logica di Dio significa fare esperienza di un’opposizione forte.

Dio lo abbiamo davanti agli occhi continuamente in questo suo apparente non reagire, non fare niente. Anche Gesù capisce che il Figlio dell’uomo non farà una bella fine. Chi lo vuole seguire deve prendere la sua croce, vale a dire seguire lo stile del Signore, che è al contrario del modo. Inoltre, i criteri di Dio non sono i nostri. Amare come ama di Dio è un’altra cosa. Per questo sentiamo tutta la nostra fragilità e inadeguatezza. Siamo troppo concentrati a cercare resultati. “La mia ricompensa è presso il mio Dio”. Cfr. Gv 4: qualcuno semina e qualcun altro raccoglie. Il seminatore semina su quattro terreni, ma solo su uno funziona (cfr. Mc 4). Gesù è comunque sereno perché basta che un seme caschi in un terreno, che quel seme può portare frutto cento volte tanto. E’ questa la forza del servo: la forza del suo lavoro è che la ricompensa è in Dio. Il Servo resta sempre con le mani vuote. Seminare rimanendo con le mani vuote. E’ Dio che si prende cura della semente. La missione è di Dio. Il frutto è di Dio ed è Lui a farlo crescere. E’ questa è la ricompensa.


domenica 4 marzo 2018

LA FINE DELLA RELIGIONE DEL TEMPIO




Paolo Cugini

Bisogna capire come mai queste letture sono state proposte in questo contesto liturgico, vale a dire la terza domenica di quaresima. Nella prima, Gesù era nel deserto tentato da satana, indicando l’esperienza interiore di preghiera come cammino privilegiato per conoscere Dio e se stessi. Nella seconda, domenica scorsa, Gesù è sul monte con Pietro Giacomo e Giovanni dove viene trasfigurato. Nella terza domenica, che è il centro della quaresima, Gesù è nel tempio, ed è una visita critica, polemica. Il centro del cammino quaresimale è il nostro rapporto con la religione del tempio: come ci stiamo, che cosa ci facciamo, in che modo ci relazioniamo con Dio?

La critica radicale di Gesù alla religione del tempio, che nel Vangelo di Giovanni esplode sin dall’inizio, vale a dire al capitolo 2, sarà approfondita nel capitolo 4 nel dialogo con la samaritana. Il Tempio, invece di essere il luogo dell’incontro con Dio, con il tempo è divenuto il suo contrario, vale a die un ostacolo. Perché?
Ci sono alcuni passaggi del Vangelo di Giovanni che ci aiutano a capire il problema:
“Si avvicinava, intanto, la Pasqua dei Giudei”. Passaggio che dice già il tono della polemica: non è più la pasqua di Dio, il suo passaggio che salva il popolo, ma la Pasqua dei Giudei, vale a dire dei capi del popolo, come si evince poi dal contesto del brano. C’è stato nell’arco dei secoli un cammino di trasformazione in negativo. La Pasqua non è più la Pasqua dell’Esodo, ma de regime giudaico, è divenuta uno strumento di dominio, una pasqua a beneficio di pochi che curano i propri interessi. La Pasqua è divenuta motivo di guadagno anche alle spalle dei poveri.
“Ai venditori di colombe disse…” le colombe sono gli animali che i poveri potevano utilizzare per offrire sacrifici. Ebbene, il disastro morale era arrivato al punto che i mercanti lucravano anche sui poveri. Sembra di ascoltare la voce dei profeti, in modo particolare il profeta Amos che inveiva contro i ricchi del suo tempo perché sfruttavano i poveri, vendendoli per un paio di sandali (cfr. Os 2,6). Quando si arriva a sfruttare il povero significa che il livello sociale di un popolo ha veramente toccato il fondo. La cosa peggiore è che ciò avviene nel tempio. Come può una religione avere perso di vista così tanto il suo punto di riferimento da compiere tali delitti? La cosa peggiore è che ciò viene fatto nel tempio di IHWH, che ha sempre avuto un’attenzione particolare per i poveri.

“Non fate della casa del Padre mio un mercato”. Se c’è una cosa che è antitetica al Dio d’Israele è il mercato. Infatti, Dio è donazione totale di sé, è gratitudine, attenzione ai piccoli. Al contrario, il mercato è interesse, modellato sull’egoismo, che schiaccia i piccoli. La critica di Gesù al tempio raggiunge il parossismo. Come può un tempio divenire il luogo del mercato e delle sue logiche?
“Distruggete questo tempio”. Gesù è venuto per distruggere il tempio, quel luogo che nel tempo è divenuto simbolo di disuguaglianza e ingiustizie sociali. E’ questo l’obiettivo della quaresima: uscire dalla religione negativa, dalla religione che fa male, che invece di essere stimolo per l’uguaglianza diviene spazio per ogni forma d’ingiustizia e discriminazione. Il tempio come luogo di diseguaglianze. Infatti, già nel libro del Levitico ci sono molte prescrizioni cultuali che proibiscono l’accesso alle persone in situazione d’impurità. Lebbrosi, malati, donne mestruate: tante persone non possono accedere al Tempio.
“Ma egli parlava del santuario del suo corpo”. In una cultura platonica che vedeva il corpo come prigione dell’anima, la dichiarazione di Gesù è esplosiva. Il corpo non è una prigione, come intendeva il platonismo e come è entrato in una certa mistica cristiana. Gesù è venuto a portare la novità: la fine delle istituzioni dell’Antico Testamento. Gesù eliminando il Tempio, cambia il concetto di Santuario. Un tempo non tutti potevano andare. Il Dio di Gesù è un Dio che ad ogni credente chiede ad essere accolto nella sua vita; non è un Dio che chiede, ma che dona. E’ un Dio che è intimo e non lontano dagli uomini. Il credente diventa la dimora di Dio.

Dio sacralizza l’uomo. Non esistono ambiti sacri. Dio non è più lontano dall’uomo. L’intimità con il Padre rende superfluo la mediazione. Dio non chiede che l’uomo vive per lui, ma di Lui. Fare della propria vita un dono.
Uscire dalla logica del tempio è l’obiettivo della Quaresima. E’ questo che le letture proposte in queste prime tre settimane ci vogliono dire. Uscire dalla religione della discriminazione e della disuguaglianza, per entrare nella sequela del Signore Gesù che non è venuto per i giusti, ma per i peccatori; non è venuto per i sani, ma per gli ammalati. E per questo i ripete continuamente: non voglio sacrifici, ma misericordia. E’ proprio questo il Vangelo.

sabato 10 febbraio 2018

LIBERARE L’UMANITA’ DALLA LEBBRA DELLA FALSA RELIGIONE




Paolo Cugini

Leggendo il Vangelo e osservando con attenzione l’azione di Gesù nella storia, nel vissuto quotidiano degli uomini e delle donne del suo tempo, è palese il significato del suo operato, che può essere racchiuso in questa espressione: liberare l’umanità dalla lebbra della falsa religione. Ciò è ben visibile nel Vangelo di oggi: Mc 1,40-45. E’ un Vangelo pieno di stranezze. Perché, infatti, il lebbroso non chiede di essere guarito, ma di essere purificato? E’ molto strano questo fatto. Per quattro volte in pochi versetti viene ripetuta la parola purificare. E’ chiaro il riferimento a quella teologia sorta probabilmente all’epoca dello Javismo, in cui la malattia è interpretata come segno del peccato. Come sappiamo, sarà questo non solo un tema che ritroviamo spesso nei salmi, ma anche il tema centrale del libro di Giobbe.

C’è in queste prime righe il dramma della persona lebbrosa che non solo è messa ai margini della società, ma anche dalla religione. Se l’esclusione dal contesto sociale è comprensibile, molto meno lo è quella religiosa. Che Dio è, ci possiamo chiedere, quello che esclude l’emarginato? Dov’è la sua misericordia? Come possiamo avvicinarci ad un Dio così? A chi si rivolge l’emarginato se anche Dio lo fustiga? Senza dubbio quello che  è qui presentato non è il Dio della rivelazione, ma il dio degli uomini, il dio dei potenti, che hanno interesse a mantenere soggiogati gli uomini e le donne. Sino a quando, infatti, gli uomini avranno bisogno di presentarsi al sacerdote, significa che il potere religioso e politico potrà controllarli. C’è tutta una religione, la falsa religione che schiavizza l’uomo e la donna, rendendolo prigioniero di norme e di riti.

Gesù purificando il lebbroso libera l’umanità dalla falsa religione, dai falsi idoli, dalla religione dei precetti, dalla falsa teologia, quella teologia che nasce dal potere politico e religioso per controllare la vita degli uomini e delle donne. Gesù guarisce il lebbroso e lo lascia libero. Purificando il lebbroso Gesù dichiara che quella teologia che indica la malattia come segno di peccato non viene da Dio, ma dagli uomini. In questo modo Gesù mette in guardia l’umanità dalla falsa religione, dalla falsa teologia.

Come si fa a capire se stiamo seguendo la falsa teologia o la vera? Come possiamo capire se siamo ingannati? Il lebbroso appena è purificato va via libero, contento del suo nuovo stato di vita. Prima, quando era lebbroso, doveva nascondersi, era rifiutato, veniva escluso dalla vita sociale e religiosa. Chi vive soggiogato dalla falsa teologia ha paura di esprimersi, di dire la verità. La libertà che Gesù porta nel mondo, che smaschera le logiche di morte dalle presunte teologie e dai presunti idoli, rende l’uomo e la donna desideroso di libertà e di comunicare a tutti la sua nuova situazione. E’ questo il criterio di discernimento tra l’aderenza alla vera o falsa teologia: la libertà di dire a tutti ciò che si vive.

Perché il lebbroso non si presenta al sacerdote e se ne infischia delle prescrizioni di Mosè, così come gli aveva ordinato Gesù? Perché non ha più bisogno, ora è libero e, di conseguenza, non deve rendere conto a nessuno, ma solo a Dio. Gesù liberando il lebbroso dalla sua malattia e dalla sua schiavitù, spezza il sistema religioso e politico oppressivo. Saranno questi gesti a provocare l’ira dei farisei, dei sadducei e dei dottori della legge. Sarà il cammino di liberazione dell’uomo e della donna dalla falsa religione, dagli idoli e dalla falsa teologia oppressiva che condurrà velocemente Gesù sulla croce. so dalla sua malattia e dalla sua schiavitù, spezza il sistema religios e politico oppressi e politico. Gesù liberando il lebb

Alla fine la situazione si capovolge. E’ Gesù che ha purificato e guarito il lebbroso che non può più entrare pubblicamente in una città. E’ Gesù che è diventato lebbroso. Perché? E’ il prezzo che si paga divenendo suoi discepoli, annunciatori della verità che fa liberi, della verità che smaschera l’ipocrisia, gli interessi di potere. E’ di questo Vangelo che abbiamo bisogno se desideriamo vivere in modo autentico, non passando tutta la vita chiusi nel nostro cuoricino per paura del mondo, ma liberi di gridare a tutti la bellezza della vita in Cristo.

domenica 7 gennaio 2018

BATTESIMO DEL SIGNORE





ASCOLTATE E VIVRETE
Paolo Cugini

La festa del Battesimo del Signore ci permette di riflettere sul senso di questo rito e sul significato del nostro battesimo. Ci sono due aspetti importanti che la liturgia di oggi sottolinea a proposito del Battesimo: la Parola e lo Spirito Santo.
1.       “Ascoltate e vivrete” (Is 55,3)
Ascolto della Parola quotidiano significa disponibilità a mettersi in discussione, a cambiare. Può fare questo chi si è abituato a vivere nel presente della storia, chi ha imparato a lottare contro le nostalgie del passato e le illusioni del futuro. Solo chi ha i piedi piantati per terra è disposto ad ascoltare, perché è attento al presente.
Ascoltiamo la Parola per liberarci dai pregiudizi, per vedere la realtà così come la vede Dio, per purificarci da tutte le forme d’ignoranza che assimiliamo nel tempo.

Ascoltare la Parola significa disponibilità a camminare, perché è questo che produce in noi e dentro di noi la Parola: ci rimette in piedi per il cammino della vita. Ci distoglie dal torpore, dal sonno che la vita comoda produce in noi, che anestetizza i centri vitali, che ci fa perdere il significato autentico della vita, perché la vita comoda ci lega alle cose, ci fa pensare materialmente. La Parola ascoltata ci ricorda che c’è qualcosa d’altro, che siamo chiamati non solo per mangiare e dormire e poco altro, ma che c’è dell’altro sulla nostra vita che solo noi possiamo scoprire. Lo scopriamo se ci fermiamo ad ascoltare, se ci fermiamo e facciamo silenzio attorno a noi e in noi, se la smettiamo di identificare la nostra vita con le cose che facciamo, se siamo disposti a lasciarci guidare dalla voce che viene dal cielo.
La Parola è una semente di eternità, che penetra nelle profondità del cuore umano e nessuno può resisterle. Una volta lasciata entrare la Parola di Dio porta frutto: “Così è della mia Parola uscita dalla mia bocca: non tornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che io desidero” (s 55, 10).

2.     “Non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e il sangue. Ed è lo spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità” (1 Gv 5,6).

C’è dunque anche il tema dello Spirito Santo. Che cosa significa il battesimo nello Spirito? Perché è così importante e, soprattutto, che cos’è? Mi vengono in mente le parole di Gesù dette a Nicodemo di notte nella narrazione di Giovanni capitolo 3:
“Se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel Regno di Dio” (Gv 3). Acqua e Spirito è un tema decisivo di tutto il Nuovo Testamento. C’è un principio visibile che è l’acqua e uno invisibile che è lo Spirito: è il riferimento all’evento della predicazione e del Battesimo. Il battesimo sigilla l’evento dell’accoglienza della predicazione. Dove c’è accoglienza della Parola predicata c’è il Battesimo. Il riferimento alla Spirito è alla forza divina, un’energia che vivifica la Parola e la fede dell’uomo. Cfr. Ez 36: valle piena di ossa aride. Potranno queste ossa rivivere? Solo il Signore può ridare vita a delle ossa inaridite. Mentre il profeta profetizza le ossa rivivificano. Due interventi: quello dalla Parola che dà una forma umana. E poi lo Spirito. La Parola senza lo Spirito è una forma inerte. Lo Spirito senza la Parola è un’energia informe. Gesù Cristo è una forma precisa, ma senza lo Spirito è un uomo del passato, di 2000 anni fa. E’ nello Spirito che il Cristo è vivente e operante oggi. 
Ci vuole l’acqua (la predicazione) e poi lo Spirito. Nello Spirito quella Parola della predicazione diventa una forma ricca di energia. Questo vuole dire nascere dall’acqua e dallo Spirito.


venerdì 5 gennaio 2018

EPIFANIA: IL CAMMINO DALL'ORIENTE A GERUSALEMME





Paolo Cugini

La dimensione missionaria della fede ha una duplice direzione. La prima, che è quella che solitamente è intesa come missione in senso stretto, è un movimento che va dal centro all’esterno. La prima accezione dice quindi, di un movimento in uscita, di un annuncio che viene portato fuori, all’esterno. Il secondo movimento della missione è al contrario, vale a dire, dall’esterno all’interno. Si tratta di un movimento di attrazione. E’ proprio questo movimento di attrazione che viene descritto dalla liturgia dell’Epifania. Il testo del Vangelo dice che: “I Magi vennero da oriente a Gerusalemme” (Mt 2,1), realizzando in questo modo la profezia di Isaia ascoltata nella prima lettura che diceva: “Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere” (Is 60, 3). Che cosa significa questo movimento da Oriente verso Gerusalemme? Che cosa c’è dietro all’attrazione che Gerusalemme provoca nei confronti delle nazioni straniere? Che cosa questo movimento dice di significativo a noi, alla nostra Chiesa?

In primo luogo, Che cos’è che attrae i popoli verso Gerusalemme? E’ un bambino appena nato percepito dai Magi d’oriente come colui che realizza le profezie. E’ dunque un bambino che dice di una Parola che viene da lontano. Senza la Parola non ci sarebbe movimento dall’oriente verso Occidente, perché mancherebbe il significato della nascita di quel bambino. E’ la Parola che spiega il senso di un cammino ed è quindi la Parola che mette in movimento coloro che sono alla ricerca della verità.
 Anche la profezia di Isaia dice qualcosa di simile ma, forse, in modo più profondo. Isaia dice che le genti cammineranno alla ricerca di una luce che è su Gerusalemme. “La gloria del Signore brilla sopra di te”. Per due volte, in pochi versetti, viene identificata la luce su Gerusalemme che attira i popoli con la gloria del Signore. Che cos’è questa gloria? Nella Bibbia tutte le volte che Dio si manifesta nella storia viene descritto con il termine di gloria. La manifestazione di Dio nel mondo è una gloria tale che esprime una luce così forte da richiamare l’attenzione di tutti i popoli. Dio si è manifestato in una forma suprema in Gesù Cristo, la cui luce ha attratto i Magi dell’Oriente. In che modo la luce di Cristo risplende oggi nella storia? Lo ha detto Gesù stesso agli apostoli nell’ultima cena narrata da Giovanni: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,34).  La luce di Dio che si è manifestata in Gesù risplende nel mondo ogni volta che le persone si amano, si perdonano, si accolgono con misericordia, si trattano bene con rispetto. Quando questo avviene la gloria di Dio si manifesta e diventa luce per il mondo, che si dirige verso l’origine della luce. Gerusalemme, allora, non è più un luogo fisico, ma indica un evento in cui si manifesta la presenza di Dio, nello stile offerto da Gesù Cristo. Dove c’è amore, giustizia, pace, misericordia, perdono lì c’è la nuova Gerusalemme che dice della presenza del Signore che attira tutti i popoli.


In secondo luogo, Il movimento che da Oriente porta verso Gerusalemme dice qualcosa dell’uomo e della donna. La luce di Cristo che esce da Gerusalemme incontra il desiderio di verità e di amore iscritto nel cuore di ogni persona, lo risveglia, per così dire. E’ come se desse ragione a Geremia quando, in una delle sue profezie, arriva ad afferamre: “Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore” (Ger 31,34). E’ questa idea che il Concilio Vaticano II riprende nel documento Gaudium et Spes al numero 16 quando afferma: “L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro di al suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo”. La luce di Cristo, che splende nella storia ogni volta che qualcuno vive ciò che Lui ha detto e fatto, tocca il cuore dell’uomo, la sua sete di verità e di giustizia, provocando un cammino verso la luce. 

E’ questo il grande messaggio dell’Epifania per tutti noi. Non esistono più barriere o luoghi per coloro che desiderano scoprire il senso della vita. C’è una forza, un’energia che Dio ha impresso nella storia nell’evento di Gesù Cristo e che lo Spirito Santo può continuamente realizzare in tutte le persone che accolgono con docilità la sua Parola. Questo cammino è alla portata di tutti, perché in tutti i cuori Dio ha posto la sua fiamma d’amore. Sta a noi risvegliare nei cuori dell’umanità questa fiamma d’amore di Dio, vivendo ciò che il Signore ha detto.