domenica 29 gennaio 2017

BEATITUDINI



Paolo Cugini

Il bambino dipende senza riserve, dall’esistenza della madre, come non accade in nessun altro legame umano. Il volto della madre, per il bambino, è la prima apparizione del mondo” (Massimo Recalcati, Le mani della madre).

Che cosa sono le Beatitudini di Gesù, che cosa esprimono? Non rappresentano alcuna teoria, alcuna riflessone filosofica. Sono invece, nient’altro che il frutto della riflessione di Gesù, di quello che Lui aveva capito della vita. E da chi l’aveva capito? A me sembra che le beatitudini, oltre ad esprimere i tratti fondamentali dell’umanità di Gesù, quei tratti che poi lo Spirito Santo tenta di formare in coloro che si rendono disponibili alla sua opera, esprimono quello che aveva assorbito dai suoi genitori, da sua madre e da sua padre. Infatti, è stato il modo in cui è cresciuto il grande prodigio, il modo in cui è stato amato la grande risorsa della sua esistenza. Da dove ha preso Gesù tutta quella libertà se non dalla fiducia che sua madre Maria aveva per Lui? E dov’ha preso Gesù tutta quella forza e quella fermezza, che ha espresso tante volte nella vita adulta, se non nella coscienza di essere stimato ed amato da Giuseppe? Potrebbe essere questo il prodigio: una madre che crede fino in fondo nel suo figlio, un padre che dà fiducia senza riserve al figlio. Genitori e figlio che agiscono secondo le leggi che Dio ha iscritto in noi. Un bambino ha solo bisogno di suo padre, sua madre e della sua famiglia. Il resto lo dirà il tempo. Le parole di un uomo dicono qualcosa della madre. I pensieri di un uomo, rivelano il volto del padre.

La prodigiosa persona di Gesù proviene non solamente dall’alto, ma dalla relazione di paternità e maternità. È per come è stato educato che è venuto fuori così. È per come è stato amato che ha potuto esprimere con libertà il suo pensiero. Sono la qualità delle relazioni che viviamo nell’infanzia che ci umanizzano o disumanizzano. C’è un DNA educativo che forma la personalità, plasma l’identità, lasciando dei segni indelebili. Noi siamo il volto di nostra madre, siamo il cuore di nostro padre.

E allora nelle beatitudini Gesù esprime ciò che h assimilato dalla sua famiglia. Chi era infatti, più povero in spirito di suo padre e sua madre, di Giuseppe e Maria? I poveri di spirito nella tradizione biblica che troviamo ad esempio in Isaia e Sofonia, sono coloro che hanno fatto della loro vita un totale servizio al Signore, una totale donazione a Lui. Sono gli anawim, i poveri di IHWH. Che cosa sono stati Maria e Giuseppe se non degli anawim, dei poveri di IHWH, nel senso più vero del termine?

Dove ha trovato Gesù l’ispirazione per definire beati i puri di cuore? Possiamo chiederci: ma chi ha avuto nella storia dell’umanità il cuore più puro di Giuseppe? Per dirigersi a lui Dio Padre non ha avuto bisogno di pensare a grandi strategie, ma gli è bastato apparirgli in sogno.

Dove ha trovato, Gesù, la fame e sete di giustizia, se no dalla condizione di povertà che viveva la sua famiglia. Solo che sente sulla pelle i problemi, le ingiustizie causate dai potenti di turno, può capire la realtà e sente il desiderio di cambiarla per riportarla nell’orizzonte voluto dal Padre. Per questo, poi Gesù, chiama tra i suoi discepoli non dei ricchi, collaboratori dell’impero del male, ma dei poveri pescatori che sentivano sulla loro pelle le ingiustizie dei prepotenti del mondo e che capivano che cosa voleva dire portare il peso di una ingiustizia.

 Come si fa, poi, a non essere dei miti con un padre come Giuseppe, con una madre come Maria? Quante volte Gesù avrà visto suo padre rispondere senza severità e durezza alle provocazioni dei prepotenti. Quante volte avrà osservato tutta la delicatezza dei gesti e dei modi di sua madre Maria? L’ambiente ci plasma, quello che assimiliamo nell’infanzia dalle persone che ci circondano modellano la nostra umanità.
Beati noi, allora, se sapremo anticipare le parole con dei gesti che le spiegano. Tutto diventerà più semplice.



domenica 22 gennaio 2017

SI RITIRO' NELLA GALILEA




Paolo Cugini
Non è facile ascoltare questo brano e cogliere quello che vuole dire, visto che è stato brutalmente deturpato da secoli di predicazione faziosa, di predicazione clericale che si è indebitamente impossessato di questo testo attribuendogli significati che non sono suoi. Come se la chiamata riguardasse solamente i preti e le suore, come se la vocazione appartenesse solamente a coloro che entrano in seminario. Questa lettura distorta dei brani che narrano la chiamata di Gesù nei primi discepoli rivela l’idea di Chiesa che c’è sotto, vale a dire la chiesa che s’identifica con la gerarchia, con il clero, in una parola la Chiesa clericale. Ascoltare questo brano senza cadere nelle trappole dello spiritualismo vuoto, necessita di uno sforzo di studio e di attenzione. Proviamoci.

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao , sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti!(Mt 4,12)

perché è così importante questa indicazione geografica per la storia della salvezza? È da dove viviamo che si formano le nostre idee, la nostra concezione del mondo. Una cosa è guardare il mondo da un castello. Tutta un’altra visone la si ha se si vive in una casetta povera o in una grotta, nell’indigenza. La realtà precede l’idea. Questo pensiero che il papa Francesco ha espresso nella Evangeli Gaudium offre una chiave di lettura della scelta che sta dietro al fatto che Dio ha deciso di trascorrere i primi trent’anni della vita in Galilea. E allora che posto è questo? Nazareth era talmente un non-luogo che anticamente non si trovava nella lista dei villaggi di Zabulon Ebbene, la cosa misteriosa e, allo stesso tempo straordinaria, è che Gesù ha trascorso i suoi primi trent’anni proprio in questo non-luogo, in questa terra dimenticata e ricolma d’ingiustizie.       La Galilea ai tempi di Gesù era una terra estremamente feconda e, allo stesso tempo e paradossalmente pieni di poveri. Infatti tutto quel ben di Dio era nelle mani di pochi latifondisti. Tranne qualche piccolo proprietario terriero la maggior parte della popolazione andava a lavorare a giornata o era mendicante. Nelle parole di Gesù sentiremo i frutti di questa esperienza dura che lui stesso visse e vide di persona. E poi c’era la pressione fiscale sia dei romani che dei politici locali e, soprattutto del tempio, Anche i piccoli agricoltori soffocati da questa pesante pressione erano costretti a vendere i loro terreni e rimanere così schiacciati dalla morsa dei debiti. Gesù ha respirato a pieni polmoni quest’aria piena d’ingiustizie e oppressione e ne ha fatto tesoro, desiderando ricostruire il mondo di giustizia del Padre

Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino»

Che cos’è il Regno dei cieli? È Gesù stesso. Nell’umanità di Gesù non è la terra che conta, ma il cielo. Gesù ha trascorso la sua adolescenza e la sua giovinezza in ascolto della realtà circostante e verificandola alla luce della Parola di Dio e del suo rapporto con il Padre. Il regno dei cieli è il progetto di amore del Padre, quello che è stato creato all’origine del mondo, che l’umanità ha deturpato a causa dell’egoismo e che Gesù ha ricostruito lasciandosi guidare dall’amore del Padre. In Gesù non c’è un atomo di terra, ma tutto è cielo. Ecco perché la prima predicazione è un invito alla conversione, al cambiamento, che consiste nel fare spazio al cielo nella nostra vita.

Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono.


Che cos’è un pescatore nella terra di Zabulon se non un poveraccio? Gesù chiama una coppia di fratelli pescatori, che senza dubbio ne sapevano qualcosa della vita, della vita segnata dall’ingiustizia. Certamente non poteva chiamare i figli di Eroe, o i figli dei nobili della Galilea, i figli di coloro che erano la causa del disastro sociale d’Israele. Solo chi ha nella carne i segni dell’ingiustizia sente il desiderio della giustizia. Gesù questo lo sapeva bene e per questo chiama questa coppia di poveri pescatori per aiutarli a ricostruire il mondo così come l’aveva pensato Dio all’inizio.

venerdì 13 gennaio 2017

L'AGNELLO DI DIO






L’AGNELLO DI DIO CHE TOGLIE IL PECCATO DEL MONDO
Paolo Cugini
Iniziamo l’anno liturgico ripartendo da un punto, che è per eccellenza il punto di partenza in assoluto del cammino spirituale: il deserto. Giovanni è la voce che grida nel deserto. Il deserto è il non luogo, lo spazio del nulla. È importante ripartire da qui, per sentire il nulla della nostra vita, per avere la possibilità di capire che cosa stiamo mettendo dentro ad essa e cogliere che cosa vale davvero la pena d’investire con le nostre forze.  Nel deserto veniamo messi a contatto con la nostra nudità, con la nostra identità di figli e figlie amati dal Padre, dove ciò che conta non sono le cose che abbiamo o che facciamo. Nel deserto siamo costretti ad ascoltare il nostro nulla. In questa situazione di vuoto assoluto che cosa ci viene detto?

Eco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. Il primo dono che ci viene offerto nel deserto della nostra vita, che ci chiama a deporre le nostre maschere e le nostre false identità, è che siamo immersi in una situazione che non riusciamo a vincere da soli. Il mondo, che è quella realtà nella quale noi viviamo e che è caratterizzata da una forza invincibile di autoaffermazione è dominata dal peccato, cioè dall’egoismo. Nel mondo avvolto dal peccato la condizione esistenziale è quella dello schiavo e non della persona libera. C’è un’apparenza di libertà che il mondo vuole venderci attraverso gli unici strumenti che possiede, che sono la superficialità della vita istintiva, la forza persuasiva del piacere immediato, ma che non lascia traccia di nulla, se non di una insoddisfazione che con il tempo diventa percezione del nulla, conducendo l’esistenza verso il baratro del non senso. Ebbene Giovanni Battista ci dice che d’ora innanzi non dobbiamo più temere di rimanere schiavi, perché è arrivato in mezzo a noi ed è fra di noi colui che può renderci liberi, perché capace di togliere lo strumento della schiavitù. Come fa Gesù a liberarci dal peccato del mondo? In primo luogo lo toglie dalla sua stessa umanità. È questo il cammino che Gesù ha percorso e che siamo invitati a seguire. Non è stata, infatti, un’operazione esterna a noi, dall’alto al baso, un insegnamento cattedratico. Al contrario, il peccato del mondo è stato tolto prima di tutto da un’umanità come la nostra. Gesù è dunque l’unico pezzetto di umanità come la nostra in cui il mondo non è riuscito ad esercitare il suo fascino. Il mondo non è riuscito a sedurre Gesù perché nella sua umanità c’era spazio solo per l’amore del Padre. È proprio questo che Gesù ha manifestato durante la sua vita pubblica facendo della sua esistenza uno sguardo continuo diretto al Padre. Possiamo tranquillamente dire che Gesù ha guardato il mondo a partire da questo sguardo d’amore con il Padre. Ci ha amato con quell’amore che riceveva dal Padre. Il mondo non ha trovato, così, nessun varco, nessuna breccia nell’umanità di Gesù e, in questo modo, Il mondo è stato sconfitto dall’amore di Gesù.

C’è un altro insegnamento importante che troviamo nei versetti del Vangelo che abbiamo ascoltato e che possono essere utili per il nostro cammino di fede di quest’anno. Giovanni, infatti, dice per ben due volte che non conosceva colui che sarebbe stato il nostro salvatore. È una affermazione allo stesso tempo strana e curiosa, perché tutti sappiamo che Gesù era cugino di Giovanni e quindi i due si conoscevano molto bene. Giovanni, però, ci dice in questi versetti, non sapeva che suo cugino sarebbe stato il salvatore. L’ha scoperto nel momento del battesimo. “Chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: l’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo”. E poco prima aveva detto: “Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui”. Che insegnamento contiene una simile storia? Che cosa c’insegna Giovanni che può essere utile a noi nel nostro cammino di fede? Credo che l’episodio narrato ci voglia insegnare a vedere in alcune situazioni umane, in alcuni eventi storici, la presenza misteriosa del signore. Togliendo tutte le interpretazioni posteriori, che cos’è accaduto realmente quel giorno nel battesimo di Gesù? C’era un uomo vicino al fiume Giordano e un altro dentro il fiume sul quale è sceso una colomba. Giovanni ha visto in quella scena la presenza dello Spirito Santo. Come ha fatto a vederla in quel modo, com'ha fatto ad interpretare quella colomba come segno della presenza dello Spirito Santo? In virtù della sua stessa esperienza spirituale personale. “Chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto”. Senza una storia personale con il Signore, senza un cammino profondo di fede non riusciremo mai a vedere negli eventi storici la presenza misteriosa di Dio e saremo condannati a vivere un’esistenza materiale, ed essere così facile preda dei desideri del mondo e delle sue seduzioni.


L’ultimo aspetto che vale la pena sottolineare di questa pagina del Vangelo e che ci vale come un ulteriore insegnamento per il nostro cammino di fede, è che senza una guida, senza qualcuno che c’insegni ad interpretare gli eventi della storia, faremo fatica a riconoscere la presenza del Signore in mezzo a noi. È stato Giovanni Battista, infatti, ad indicare ai discepoli che stava passando l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo. Non è facile oggi trovare una guida spirituale e questo per tanti motivi. Primo fra tutti è che per essere una guida spirituale una persona dev’essere in un certo senso rapita da Dio nel deserto, dev’essere passata attraverso quel cammino che ti conduce a morire a te stesso, per fare spazio al Signore, al suo amore. Occorre pregare molto e chiedere che il Signore ci faccia incontrare questo tipo di guida, un tipo alla Giovanni Battista: rude, aggressivo e, allo stesso tempo, pieno dell’amore di Dio. 

sabato 17 dicembre 2016

GIUSEPPE, LO SPOSO DI MARIA



Paolo Cugini

-      nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore (Rom 1, 2)

-      la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele (Is 7)


-      sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo (Mt 1)

-      “il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù”.

-      Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa "Dio con noi" (Mt 1)

Giuseppe: padre di tutte le vocazioni. Ha rinunciato a sé stesso, ad essere padre come lo sono tutti per fare spazio al piano di Dio. Si vive una sola vota e si ama una sola donna con la quale si vuole generare una vita. Ha continuato ad amare Maria, rinunciando ad esercitare la paternità secondo la carne per viverla in un altro modo. Come si fa a dire che Giuseppe ha amato Maria? Perché la sua attenzione era su di lei e non su di sé. L’amava a tal punto da sacrificare il suo desiderio di paternità per salvare la vita a Maria.

Ci sono arrivati dopo a pensare che Gesù non fosse il figlio carnale di Giuseppe. Ci sono arrivati dopo la resurrezione di suo Figlio a pensare, a capire che non esiste uomo sulla terra che possa generare un figlio così; non esiste seme mortale che possa generare un Dio. Ci sono arrivati dopo perché sin che Gesù era in vita pensavano fosse semplicemente che fosse il figlio di Giuseppe e di Maria. Infatti, Giuseppe e Maria avevano mantenuto per loro il segreto del concepimento misterioso del figlio, anche perché nessuno avrebbe potuto comprenderli. Ascoltando attentamente Paolo si capisce che nemmeno lui aveva ancora compreso il senso della nascita di Gesù. Infatti dice Paolo nella lettera ai Romani: “nato dal seme di Davide secondo la carne”. In realtà, Gesù non è nato dal seme di Davie, ma dal grembo di Maria, perché è stato concepito per opera dello Spirito Santo. Per questo Matteo, la cui redazione è realizzata circa vent’anni dopo dal testo della lettera ai Romani, quando descrive la genealogia di Gesù, dopo aver fatto la lista di coloro che erano stati i precursori di Gesù citando solamente uomini, quando Giunge a Gesù dice: “Giacobbe generò Giuseppe lo sposo di Maria dalla quale è nato Gesù” Mt 1,16). C’è quindi una lenta percezione del mistero della nascita di Gesù, Verbo del Padre, percezione che avviene dopo la sua risurrezione. Osservando poi i testi del Nuovo Testamento assieme agli scritti dei primi Padri della Chiesa, ci si accorge che la ricerca sulla nascita di Gesù arretra sempre più man mano passano gli anni. Non a caso Giovanni nel suo Vangelo non sente l’esigenza di descrivere gli eventi della nascita del Figlio di Dio, ma parla della sua preesistenza: “il Verbo era presso Di, il Verbo era Dio” (Gv 1,1).

In questa prospettiva Giuseppe rischia di essere una figura di secondo piano, un rincalzo messo lì per far numero, per far in modo che l’apparenza della famiglia sia salvaguardata. In realtà non è così. Se infatti, è vero che Gesù è nato dal seme dello Spirito Santo, è altrettanto vero che Giuseppe ha amato Maria ed ha assunto responsabilmente la paternità di Gesù. Ce lo dice il testo del Vangelo di Matteo 1. Occorre, allora, fare un passo ulteriore per scoprire il valore e la profondità della figura di Giuseppe nel piano della salvezza.

Giuseppe non ha potuto condividere con nessuno il mistero della sua vita, della sua originalissima e unica vocazione. Questo è uno degli aspetti importanti della storia di Giuseppe che ci può insegnare qualcosa. La prima è che nella vita dobbiamo maturare spiritualmente ed esistenzialmente al punto da saper portare il peso da soli delle nostre scelte. Non possiamo pensare di rimanere tutta la vita sotto il faro dei riflettori. Ci sono dei momenti nei quali siamo chiamati a realizzare delle scelte che si rivelano irreversibili e che non potremo mai cancellare. Anche perché il tempo passa e nulla può tornare indietro. Sono queste scelte che hanno una portata significativa non solo per noi, ma anche per le persone che ci sono accanto che richiedono non solo una mente fredda, ma soprattutto un cuore caldo. È l’amore che ci porta a mettere in conto nelle nostre scelte non solo il nostro interesse, ma soprattutto quello degli altri. Rinnegare sé stessi per gli altri: è questo che ha fatto Giuseppe quella notte. Ha pensato a Maria, più che a sé stesso. Sapeva che accettando quell’idea non avrebbe mai più potuto realizzare il suo sogno, quello di essere padre di figli. Un sacrificio enorme, spaventoso. Ebbene Giuseppe ha saputo rinunciare a ciò che per un ebreo è la cosa più importante, vale a dire la possibilità di essere padre. Non si fanno scelte così se dietro non c’è la logica dell’amore, che ti porta a guardare al di là di sé stessi.
Che Giuseppe amava Maria in un modo impressionante, che il suo amore era immenso per lei lo dimostra il fatto che non l’ha ripudiata, non l’ha consegnata alla lapidazione, andando contro una tradizione secolare. Non è facile andare contro le tradizioni: ci riesce solo chi è molto libero e chi ama molto, come Gesù che le ha capovolte tutte.

Che cosa c’insegna la storia di Giuseppe?
C’è un tempo, un giorno e un’ora che tocca a noi, che tocca a me, che Dio mi presenta il conto, il suo conto, la sua richiesta, quello che Lui ha pensato per noi. Spesso questo conto non corrisponde alle nostre aspettative.
Giuseppe c’insegna che ci sono cose nella vita che te le devi tenere dentro e non le puoi comunicare a nessuno. Il cammino spirituale deve aiutarci a portare il peso delle nostre scelte, soprattutto nei periodi che ci sembrano assurde, incomprensibili; soprattutto nei periodi in cui vorremmo non averle fatte quelle scelte, in cui vorremmo tornare indietro. Il cammino spirituale alla luce degli eventi della storia di Giuseppe è fondamentale per rimanere attaccati alla memoria dalle motivazioni, al ricordo di ciò che ci ha condotto a fare delle scelte definitive. Più le scelte sono radicali e senza ritorno, maggiore è la necessità di un’intensa vita spirituale, soprattutto per non farsi travolgere dalla forza poderosa della vita materiale, dalle logiche contrarie. E allora Giuseppe c’insegna che senza quella vita spirituale che si coltiva nel silenzio, si cade nella frustrazione.

Tutta l’umanità è passata per quella notte. Tutta l’umanità ha trattenuto il fiato per sapere che cosa facesse, che cosa decidesse Giuseppe. E la cosa sbalorditiva è che tutto è avvenuto in un sogno. Paradosso di Dio e delle sue Verità. È come se Dio si prendesse gioco di noi, delle nostre ansie e paure. È come se Dio volesse giocare con noi che veneriamo le verità, che adoriamo le belle parole dai grandi significati. Ebbene Dio ha nascosto tutto questo in un sogno, il sogno di Giuseppe. E poi ha avvolto questo sogno nel silenzio più totale di Giuseppe che, dopo questi eventi strabilianti, è uscito letteralmente di scena.

Maria e Giuseppe: le persone più silenziose della Bibbia. Giuseppe ancora di più di Maria. Non parla mai. Dopo gli eventi della nascita di Gesù sparisce totalmente dalla scena. Che cosa c’insegna questo stile di vita? C’insegna che la vita è una sola e uno solo è il progetto di vita che Dio ci chiama a realizzare. Occorre essere pronti a coglierlo e a rispondere. Giuseppe c’insegna che nella vita non importa l’apparire, ma l’essere; non importa quello che fai, ma quello che sei. Giuseppe, soprattutto, c’insegna che proprio questo modo essenziale e autentico di stare al mondo, non s’improvvisa, ma ci si prepara con cura.


lunedì 28 novembre 2016

IL SOGNO DI ISAIA





Che cosa esprime il testo d’Isaia 2? Il sogno dell’Umanità, di ogni uomo e donna di ogni tempo, vale a dire un mondo di armonia e di pace, dove tutto sarà trasformato in amore. È questo che il profeta Isaia tenta di esprimere con la sua visione. È il desiderio di un modo di uguaglianza, dove non esistono differenze di grado. È il mondo nel quale le persone sanno cosa devono fare, perché c’è un cammino comune, un senso nella vita. È il mondo che desideriamo. È bello iniziare in questo modo l’anno liturgico, perché il testo d’Isaia ci ricorda che il cammino della storia è nelle mani di Dio. La vita, in questa prospettiva, va vissuta con fede, ponendo fiducia nella proposta di Dio. Solo in questo modo, infatti, riusciamo a spezzare la nebbia di un mondo chiuso in se stesso che ci propone il mondo. Ci sono due realtà diverse che si scontrano. Quella del mondo che si costruisce sull’egoismo e che ha come teatro la realtà sensibile. È quello che i nostri sensi toccano e vedono. C’è però, un altro livello di realtà, che è quella che cogliamo con l’anima, con i sensi spirituali. È a questo livello di realtà che si pone la Parola di Dio e si poggia sui senesi spirituali, sulla vita interiore. E la Parola di Dio immette dentro di noi i sogni di Dio, la sua realtà. Perché è così e cioè quello che noi chiamiamo sogni o utopie oppure ideali, cose lontane da raggiungere, sono la realtà di Dio, che l’uomo ha distorto. E allora mentre noi camminiamo nel tempo realizzando i nostri progetti mondani, ci alimentiamo della realtà di Dio, per inserirla all’interno della storia, per fare in modo che le logiche di Dio dominino su quelle del mondo. Questo dominio di realtà non avviene con la forza, ma con l’assimilazione quotidiana e con l’impegno personale e comunitario.

Il testo d’Isaia dice anche che saranno i popoli ad affluire al monte del Signore. Il regno di Dio, il sogno che esce dal suo cuore, non si realizza con la forza e la costrizione, ma con l’amore che attrae. È questa, forse, una dei significati più profondi della visione, perché è in contrasto con le modalità del tempo, anzi di tutti i tempi. Che cos’è che attira i popoli verso la cima del monte del Signore? La motivazione che viene data è la seguente: “Perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare sui suoi sentieri”. È un popolo che cerca un cammino, una direzione, un senso da dare all’esistenza. Un popolo che percepisce nella Parola di Dio un contenuto che può offrire le risposte che cercano. Da dove viene questa Parola? Da Gerusalemme, o meglio, dal monte Sion sul quale è situato il tempio di Gerusalemme. La tradizione dei Padri ha individuato in questo luogo la persona di Gesù. Infatti, Gesù Cristo è morto fuori dalle mura di Gerusalemme e la sua Parola è ancora oggi fonte d’ispirazione per molte persone di molti popoli.


Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci, non si eserciteranno più nell’arte della guerra”. È una Parola che contiene una promessa di pace: è l’aspirazione di tutti i popoli. Una promessa di pace come conseguenza del desiderio di vita. La promessa, infatti, della profezia, è che gli strumenti di guerra siano trasformati in strumenti per produrre cibo e quindi vita. Questa dev’essere la preoccupazione di ogni persona: fare di tutto affinché la vita sia protetta e favorita. 

lunedì 31 ottobre 2016

ZACCHEO





Paolo Cugini



C’è un cammino che l’umanità deve compiere per incontrare il Signore e per lasciarsi incontrare da Lui. Zaccheo, protagonista del Vangelo di oggi, è il simbolo di questo cammino. Innanzi tutto, c’è uno sforzo che occorre compiere, un salire in alto, una ricerca costante del bene, della verità e della giustizia come spazio necessario che permette a Dio di trovare dimora dentro di noi. Inoltre, è importante durante questa ricerca, che non è né semplice né facile, incontrare una guida, qualcuno che abbia già realizzato il percorso spirituale della vita e che ci possa prendere per mano e indicare il vero Signore della vita. È questo a mio avviso, il simbolo del Sicomoro, la pianta che Zaccheo utilizza per salire.  Quando il Signore c’incontra nei sentieri della vita, ci chiede di scendere, di metterci al livello della gente, soprattutto dei più poveri. “Oggi per questa casa è venuta la salvezza”. Incontriamo il Signore nello spazio in cui viviamo, perché è Lui a venire al nostro incontro. Prepariamo questo incontro cercando il bene, condividendo quello che abbiamo con i fratelli e le sorelle più bisognose, facendo di tutto per uscire dai cammini dell’egoismo.

martedì 27 settembre 2016

SIAMO SERVI INUTILI



Paolo Cugini

Chi avesse un’idea troppo alta di sé, il Vangelo di oggi lo sistema per bene. Il Signore ci ricorda che siamo dei servi inutili, nel senso che quello che abbiamo fatto o facciamo, lo potrebbe fare un altro. Nessuno è insostituibile anche perché, come diceva quel tale, i cimiteri sono pieni di gente indispensabile. Questo discorso ci vuole invitare a considerare il valore della nostra esistenza non per le cose che facciamo o produciamo, ma per la nostra relazione con il Padre. Se siamo e valiamo qualcosa è perché siamo figli e figlie di Dio e, di conseguenza, siamo amati dal Padre.
 Se la nostra esistenza si fonda su questa relazione vitale, allora vivremo sereni e felici. Se invece, il rapporto con il Signore ci sembra poca cosa, vivremo nello stress di dover riempire la nostra vita di cose, persone, impegni. È il rapporto con il Signore che ci conduce a scoprire che il tesoro della nostra vita, lo spazio della nostra salvezza sta nel nostro vissuto quotidiano, con le persone che il Signore ci pone accanto. 
Viviamo, allora, il presente con riconoscenza per quello che il Signore ci dona, perché è nel presente della nostra vita che incontriamo il cammino che ci conduce a Lui. 

sabato 24 settembre 2016

GUAI AGLI SPENSIERATI DI SION




 Paolo Cugini


Nel Vangelo di oggi Gesù continua la riflessione iniziato domenica corsa sul rapporto dell’uomo con i beni materiali. La parabola racconta di due uomini, uno ricco e uno povero chiamato Lazzaro. Gesù dice che nella vita eterna le sorti s’invertono: chi ha trascorso il tempo nella terra cercando il lusso e una vita spensierata, nella vita eterna vivrà nelle pene. Al contrario, chi in questo mondo ha vissuto nelle sofferenze, vivrà di allegria nel cielo. Quando il ricco dopo la morte percepisce questa realtà che la fede ci comunica, vorrebbe mandare qualcuno sulla terra per allertare i propri figli, affinché non vivano come lui ha vissuto. La risposta di Gesù è molto significativa: “hanno Mosè e i profeti: ascoltino loro”. Ciò significa che l’unica possibilità che abbiamo per fare in modo che il nostro cuore non si attacchi alle cose vane è l’ascolto attento e assiduo della Parola di Dio. Ed è questo anche il compito della Chiesa: annunciare l’unica Parola capace di aprire il cuore degli uomini e delle donne affinché si convertano al Signore. 

giovedì 15 settembre 2016

INTELLIGENZA E FEDE




Paolo Cugini
Il Vangelo di oggi propone due riflessioni significative legate tra loro. Nella prima Gesù ci ricorda che la religione, il rapporto con Dio non è cosa per creduloni e fatalisti, ma coinvolge tutto l’essere della persona, compreso l’intelligenza. “Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza”. Occorre usare l’intelligenza per assimilare la proposta del Signore e portarla nelle scelte della vita quotidiana e fare in modo che contagi i nostri pensieri, le nostre relazioni con i fratelli e le sorelle. Ci vuole intelligenza per fare in modo di non essere sopraffatti dal male e non essere ingannati. Lo stesso vale per la seconda parte del Vangelo dove Gesù ci consiglia di: “farvi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne”. Il denaro che accumuliamo ha un valore solamente se lo condividiamo con i poveri, perché saranno loro a giudicarci alla fine dei tempi. Gesù ci ricorda che nella vita siamo chiamati continuamente a scegliere e, se volgiamo seguire Lui, non c’è spazio per altri padroni. Pensiamo bene, allora, alle scelte che facciamo. Chiediamo lo Spirito del Signore affinché illumini la nostra intelligenza e ci conduca sempre nel cammino da Lui tracciato.

PERDERSI PER RITROVARSI




Paolo Cugini

Le tre parabole che ascoltiamo in questa domenica hanno un comune denominatore: il perdersi. Se è vero che il cammino del discepolato è entusiasmante perché ci offre un senso dell’esistenza, è altrettanto vero che, nonostante tutto, è possibile perdersi durante il cammino. Quando ciò avviene il problema è ritrovare la strada perduta. Le tre parabole offrono alcune soluzioni al problema. La prima e la seconda mostrano il caso di qualcuno che si accorge della sparizione (di una pecora, di una moneta). È un chiaro riferimento alla comunità che diventa soggetto responsabile dei fratelli e delle sorelle che ad un certo punto perdono il cammino. Andare alla loro ricerca diviene, allora, il segno di un’appartenenza e, allo stesso, tempo dice del valore dei rapporti personali che s’instaurano all’interno della comunità. C’è però anche un altro modo di tornare al Signore. È quello che ci vuole dire la terza parabola il cui protagonista, una volta smarrito, riesce a rientrare in sé stesso e trovare il cammino del ritorno a casa. Aiutiamo le persone a non sentirsi sole. Chiediamo al Signore il dono del Suo Spirito affinché sappiamo costruire comunità fatte di persone attente gli uni degli altri, comunità autentiche che riflettono nelle relazioni personali l’amore del Signore che riceviamo.