giovedì 9 novembre 2017

LA GLORIA DI DIO NELLA CROCE DI CRISTO



VII MEDITAZIONE

CAPITOLO 12,20s

E’ la conclusione del libro dei segni e apre la sezione successiva del libro dell’ora. Arrivano a Gesù attraverso Filippo e Andrea. La risposta di Gesù è sorprendente. “E’ giunta l’ora che sia glorificato del figlio dell’uomo”. La gloria si è già vista a Cana, anche se era stato indicato che quella non era la sua ora. Cap 17: Padre, è giunta l’ora. Glorifica il tuo Figlio. L’ora è la manifestazione gloriosa del Padre e del Figlio insieme nella Pasqua di Gesù. Sul volto umano di Gesù rifulge la bellezza divina e nell’esperienza della conversione Dio illumina il cuore dell’uomo perché vede e possa entrare in rapporto con la Gloria di Dio sul volto di Cristo. I segni sono il confronto dell’amore di Dio con i limiti dell’uomo, tra i quali la morte. I segni sono rivelatori della gloria di Dio, del suo amore. Dio vuole la vita dell’uomo. Si può affermare che tutto quello che entra nella logica del far vivere l’uomo ha qualcosa del segno che manifesta la gloria di Dio. Tutto ciò che aiuta all’uomo a vivere meglio entrano nella logica del segno, anche se non sono il segno di Gesù. Questo è da valorizzare perché si colga come la glorificazione di Dio s’inserisce nella trama normale dell’esistenza dell’uomo. I segni preparano l’ora di Gesù, che prepara il confronto con il male, con il potere diabolico. Nel capitolo 13: quando già il diavolo aveva messo nel cuore a Giuda di tradirlo… La croce che Gesù affronterà è lo strumento concreto che Dio ha scelto per vincere il male del mondo, il peccato, con tutto ciò che comporta, può essere vinto solo attraverso la croce. Il male attraverso la croce non produce altro male, ma viene trasformato in amore. La crocefissione di un innocente è la manifestazione suprema del male del mondo. Però, è anche manifestazione di un amore definitivo, fino al compimento. Ciò che è proprio della glorificazione di Gesù, è che il male da Lui subito diventa compimento pieno dell’amore verso gli uomini. E’ la metamorfosi più creativa che si possa immaginare. Il peccato è malvagità, odio, amore per la morte, un patto con la morte (cfr. Isaia). La croce è sorgente di vita, contiene il dono dell’amore, della riconciliazione.

 Gesù parla del chicco di grano per spiegare la croce. Il chicco di grano che possiede in sé una straordinaria potenza di vita per essere fecondo, deve marcire, deve morire. L’involucro deve squagliarsi, deve lasciare che la potenza della vita emerga e questo richiede una morte. Quello che avviene nel chicco di grano, ed è avvenuto nella vita di Gesù. Ad un certo punto le difese dell’uomo cedono di fronte ad un dono più grande. Prendere la propria croce (sinottici). Se la croce è l’ora della glorificazione di Dio allora si capisce che il portare la croce non è solo angoscia, è invece un autentico compimento del cammino di maturazione dell’uomo verso la capacità dell’uomo di amare. Maturazione: in tutto il cammino di crescita dell’uomo, deve manifestarsi la capacità di rischiare la perdita, di fare qualcosa per il quale non ho un ritorno, per il quale il bilancio è in rosso. Quello che è in passivo qui viene saldato da Dio. La croce è la fine del compimento di una vita di amore, e nell’amore c’è anche la perdita. C’è un cammino da compiere in questa prospettiva.

Episodio del Getsemani: ora l’anima mia è turbata. C’è il turbamento davanti alla morte. C’è per due volte il richiamo al Padre. C’è il riferimento all’ora e la richiesta in qualche modo di evitare la sofferenza. C’è anche sia fatta la tua volontà. La differenza è che nei sinottici la preghiera del Getsemani è raccontata come un processo, uno sviluppo. Fanno immaginare i Sinottici che attraverso la preghiera Gesù abbia assunto la volontà del Padre come sua decisione. Il discorso di Giovanni è che toglie l’aspetto del processo, dello sviluppo. E’ il sì che Gesù dice consapevolmente davanti alla volontà del Padre. Gesù compie la sua missione di rivelatore in questo. Padre (glorifica) santifica il tuo nome. Chiediamo che si riveli la santità di Dio, la bellezza di Dio nel mondo. E’ la richiesta di una vita, di una storia che siano tali da diventare trasparenti al mistero di Dio. Quando c’è un evento di misericordia e di bontà, lì il nome di Dio è santificato.

Ora è il giudizio di questo mondo. Nei sinottici i racconti di esorcismo hanno una grande importanza. San Giovanni non ha raccontato esorcismi, però ha chiarissima la visione del mondo che è sotto il potere del maligno. E l’attività di Gesù è un esorcismo: liberare il mondo dal potere del male. Il racconto di Giovanni si può intendere come un contrasto tra Gesù e il mondo che proclama la sua autosufficienza rispetto a Dio, è considerarsi un sistema completo e autonomo. Il mondo accusa Gesù di essere un estraneo, perché rovina quell’autosufficienza che il mondo è convinto che sia la sua propria legge. Il mondo si difende dall’amore di Dio perché il mondo ha le sue leggi. La presenza di Gesù è una minaccia per il mondo, toglie la forza ai valori mondani e li sottomette ad un giudizio. Nella croce il mondo espelle Gesù. In realtà con questa scelta il mondo si è illuso di poter vincere il confronto con Lui, di esistere senza la presenza di Dio. Il mondo, della croce vede solo la dimensione mondana. In realtà la croce è l’irruzione nel mondo dell’amore di Gesù. Il Cristo risorto non muore più e attira tutti a sé. Non c’è più forza mondana che possa eliminare l’esistenza del risorto, che possa bloccare la forza che il risorto è capace di operare dentro il mondo. E’ il potere di satana che è stato scalzato. Mondo: non è l’insieme delle creature di Dio, ma pensato come autonomo, senza rapporto con Dio. L’ultima Parola è di dio e non del mondo. Si può vivere nel mondo senza essere mondani. Questa vita è di pienezza. E’ quello che dice Paolo: non ci sia altro vanto che la croce di Cristo, perché il mondo non è più capace di fargli paura. La croce toglie il pungiglione alla paura che il mondo usa per sottomettere l’uomo e renderlo mondano. Il risorto è vittorioso ed è elevato da terra e attirerà tutti a sé. C’è l’idea del pellegrinaggio celeste di Isaia 2.

Abbiamo così, dei criteri per capire il senso della passione di Gesù, così come la intende Giovanni. L’innalzamento sulla croce è segno della gloria di Dio. La vittoria sul mondo è l’altro aspetto.
E’ difficile ingoiare la croce in modo profondo. Il messia deve esprimere una vittoria dentro la storia. Il discorso è come interpretiamo la vittoria. Se la interpretiamo come rivelazione, allora la croce è vittoria di Dio. E’ questa la luce che Gesù ha portato agli uomini e che devono utilizzare per vivere nel mondo, per uscire dall’incanto che il mondo sia tutto. In realtà, Gesù dimostra che il mondo non è tutto.
Conclusione del libro dei segni. Non credevano in Lui. Anche se qualcuno ha creduto. La risposta generale alla rivelazione di Gesù è l’incredulità. Cfr. Prologo. Il rifiuto sembra dominante, ma non è totale. C’è un piccolo resto che ha iniziato il cammino della fede. Possibile che la rivelazione di dio si scontri con un rifiuto globale da parte del mondo? E’ un problema radicale perché la rivelazione di Dio dev’essere accolta dal suo popolo. Il rifiuto degli uomini pone un problema serio. La soluzione è dire che anche questa incredulità entra nel disegno di Dio. Isaia serve a Giovanni a comprendere e a percepire il rifiuto del mondo e di Israele come un rifiuto che non blocca l’azione di salvezza di Dio, ed entra nel disegno di salvezza di Dio. Questo apre la possibilità alla speranza.

Nei segni si comprende come le parole di Gesù non sono sue ma vengono dal Padre. Nell’attività che Gesù ha compiuto si è realizzata la missione di Dio. 

GESÙ E' LA LUCE DEL MONDO



ESERCIZI SPIRITUALI PRESBITERI DIOCESI DI REGGIO EMILIA-GUASTALLA
MAROLA 6-10 NOVEMBRE 2017
MONS. LUCIANO MONARI

Sintesi: Paolo Cugini

VI MEDITAZIONE
GIOVANNI 9

L’episodio si colloca nella festa delle capanne e nel contesto della luce. Era una festa e qui Gesù afferma: Io sono la luce del mondo. Il segno della guarigione del cieco nato realizza ciò che il prologo aveva annunciato: la vita era la luce per gli uomini. Questa luce è la vita stessa, la vita con la v maiuscola. E’ il tema dominante del Vangelo: trasmettere la vita di Dio attraverso la fede in Gesù. La luce è effetto di questa vita che entra nel mondo e entrando nel mondo la illumina.

C’è Gesù, i discepoli, i vicini, i genitori, i farisei: tutti questi gruppi entrano in scena due a due.
Gesù e i suoi discepoli. L’incontro con il cieco nato è lo stimolo per porre una questione teologica. Un cieco nato pone un interrogativo, perché non può avere peccato visto che è nato così. Forse paga il peccato dei genitori. Gesù risponde spostando l’ottica, che è la manifestazione dell’opera di Dio: in che modo le opere di Dio possono manifestarsi in un cieco nato? E’ un problema di rivelazione e non teologico. Il modo concreto è quello che Gesù mette subito in atto curando il cieco. Gesù prende l’iniziativa e la sua azione provoca una guarigione. E’ un miracolo raccontato in modo breve. Deve lavarsi dalla piscina di Siloe, e fa riferimento ad un inviato che allude all’identità di Gesù. Infatti, è la parola Siloe che rimanda al significato di inviato. Gesù ha il compito di rivelare al mondo la Gloria di Dio, che è Lui. La piscina di Siloe allude alla persona di Gesù che s’identifica con la missione che ha ricevuto dal Padre. Ciò provoca varie reazioni:

I vicini. E’ la reazione dei mass media. Siamo davanti alla reazione della curiosità, un fatto di cronaca. C’è tanta curiosità nella narrazione. Sono gli spot dei nostri mezzi di comunicazione, dove le cose vengono amplificate per pochi giorni e poi si sgonfia tutto. La curiosità può essere uno stimolo, ma rimane nell’ambito del superficiale. La fede richiede la fatica e il coraggio di porre domande impegnative, nelle quali il soggetto è coinvolto. Le domande della fede coinvolgono colui che le fa. La curiosità si ferma al primo ostacolo. Viviamo molto di frammenti di vita, di piccole esperienze, che però non durano. Le cose a cui ci attacchiamo sono generalmente cose a breve scadenza. Invece la fede ha bisogno di un cammino di speranza che deve coinvolgere tutta la vita.
I farisei. Non sono superficiali: vogliono capire le cose. Devono dare una valutazione religiosa corretta. Il problema è che la guarigione è avvenuta nel giorno di sabato e la ricerca dei farisei s’incaglia su questo problema. Fra i farisei nasce uno scisma, una spaccatura. Di fronte a Gesù questo fenomeno dello scisma nel Vangelo di Giovanni capita spesso. Il cieco afferma che Gesù è un profeta. E’ un passo avanti rispetto alla definizione di prima, nel dialogo con i vicini, dove affermava che non sapeva chi era. I farisei non sono contenti.

I genitori. Giovanni interpreta l’atteggiamento dei genitori come un modo di tirarsi fuori dalla questione, perché può diventare pericolosa. I genitori sanno che il potere si trova nelle mani dei giudei. Se si espongono troppo, il potere dei farisei può fare paura attraverso la scomunica, l’espulsione dalla sinagoga, che voleva dire essere emarginati, fuori dalla convivenza sociale. L’isolamento è una delle paure più profonde dell’uomo. C’è un prezzo troppo alto da pagare, per questo rimandano tutto al loro figlio. I farisei appaiono agli occhi dei genitori come giudici inflessibili. Per questo alla fede non ci arrivano, perché la fede costa e può significare dal punto di vista sociale un prezzo da pagare, soprattutto nei primi tempi.

Il cieco. L’interrogatorio comincia con un’affermazione perentoria: sappiamo che quest’uomo è un peccatore. Quando un peccatore riconosce i suoi peccati, dà gloria a Dio, perché significa dar ragione a Dio. Il giudizio è già stato dato su Gesù da parte dei farisei. Il giudizio pone fine su tutta la ricerca. La risposta del cieco è interessante. E’ un richiamo alla realtà, al fatto, all’esperienza. I fatti avranno bisogno d’interpretazione che però dovrà tener conto dei fatti. C’è un punto fermo che dev’essere tenuto in considerazione: l’evento reale. Questa realtà è la struttura di ogni testimonianza cristiana. Possiamo parlare di Gesù solamente a partire dall’esperienza. L’incontro con Gesù ha migliorato la mia esperienza umana: è questo il punto di partenza. Il cieco non cade nella trappola dell’interrogatorio dei farisei che s’inaspriscono. Il cieco manifesta che i farisei stanno cercando d’incastrare Gesù, alterando i dati di fatto. Non si tratta più di fatti, ma di appartenenze diverse. Il cieco spiega che la guarigione c’è stata e quindi viene da Dio. La conclusione è scontata, vale a dire la contrapposizione radicale dei farisei contro il cieco nato: lo cacciano fuori dalla comunità d’Israele.

Gesù e il cieco. La guarigione piena è alla fine, quando il cieco riconosce il Figlio dell’uomo come colui che l’ha guarito. La guarigione diventa l’occasione per aprirsi alla Vita. Io sono venuto nel mondo per giudicare: per discernere, per separare. La venuta di Gesù pone un punto di separazione tra gli uomini. Nella rivelazione di Gesù c’è un’opera di capovolgimento. Quelli che vedono non colgono la luce nuova e non riescono a percepire il nuovo che ha cominciato a rispendere e allora diventano ciechi nei confronti della luce nuova. Non accettare la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù, la cecità diventa voluta e quindi un peccato. E’ la condizione dei farisei, che non riconoscono Gesù e la Vita che viene da Lui. La condizione dell’uomo è di essere senza vita, mentre il dono di Dio in Gesù è proprio la vita.

Il Vangelo di Giovanni è un grande processo dove la rivelazione di Dio si confronta con l’autosufficienza dell’uomo. Alla fine occorre prendere posizione. Il capitolo 9 presenta alcune posizioni dinanzi a Gesù e alla sua proposta.


LE DIECI VERGINI


Paolo Cugini


Siamo alla fine dell’anno liturgico e le pagine di Vangelo che ascoltiamo ci spronano ad una verifica del nostro cammino di fede.

Le dieci vergini sono una metafora del Regno dei cieli, e cioè dicono qualcosa del nostro cammino di sequela dietro al Signore che stiamo realizzando qui sulla terra. Regno dei cieli, che non è la Chiesa, se no Gesù avrebbe detto proprio quella Parola. Gesù ha detto Regno dei cieli, che fa riferimento a quel progetto di vita visibile nello stile di Gesù, nelle sue scelte e nei suoi gesti. Regno dei cieli, allora, significa ampiezza di vedute, volontà di salvare tutti, capacità di vedere in ogni uomo e in ogni donna un fratello e una sorella da amare. Vuole dire anche fame e set di giustizia, desiderio immenso affinché non vi siano discriminazioni e che ogni persona possa percepirsi come amata dal Signore. Regno dei cieli è ben visibile in Gesù, nel suo dare la vita per gli altri, nel morire per i suoi amici. Ebbene nella nostra vita di fede ci sono giorni in cui questo desiderio di vita piene è molto forte, e altri che quasi scompare. Per questo, a mio avviso, non bisogna separare le cinque sagge dalle cinque stolte, perché l’immagine, la somiglianza le tiene insieme. E vuole dire che, nonostante tutti gli sforzi, il nostro cammino rimane segnato da un po’ di stoltezza, da quell’egoismo che è la radice di tutti i mali e che è dentro di noi e ne condiziona il cammino. Allo stesso tempo, però, c’è una parte sana, quella parte che desidera continuamente aprirsi al Signore, fare spazio a Lui e alla sua Parola, che crede che sia Lui la fonte della vita e che la Sua Parola sia la porta per entrare nel suo Regno.

Proviamo ad interpretare, allora, la parabola per tentare di coglierne in profondità il messaggio. Chi sono queste dieci vergini e a che cosa si riferiscono? Lo dice la stessa parabola, vale a dire siamo in un contesto di nozze. Era così che veniva immaginato e profetizzato l’avvento del Regno di Dio e del suo messia: come un banchetto di nozze di grasse vivande e di vini eccellenti (cfr. Is 24). Siamo, allora, in un contesto biblico di aspettative messianiche, dove il Signore, lo sposo è già in mezzo a noi nella notte della nostra vita e si aspetta che lo attendiamo e accogliamo. Come fare a camminare nella notte della vita per andargli incontro? Ci sono le lampade, che come sappiamo simbolizzano la Parola di Dio che, come dice il Salmo: Lampada per i miei passi è la tua Parola, Signore. Il testo enfatizza il fatto che non basta avere la lampada in mano, vale a dire, non basta ascoltare la sua Parola, avere la Bibbia sul comodino: occorre osservarla e metterla in pratica. E’ proprio questo che Gesù nel Vangelo di Matteo diceva a chiusura del discorso delle beatitudine: “Non chiunque mi dice Signore, Signore entrerà nel Regno dei Cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7, 21). La stessa idea è visibile nella narrazione della Vocazione di Pietro narrata dall’Evangelista Luca, in cui Pietro sollecitato dal Signore a gettare le reti, fa esattamente quello che il Signore gli chiede nonostante avesse pescato tutta la notte. “E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci” (Lc 5, 6). E’ perché fa quello che il Signore gli chiede che Pietro vede il Signore e la sua gloria. E, allora, se la lampada della Parola ci viene donata da Dio, l’olio della pratica dobbiamo mettercelo noi.


La Verità contenuta nella Parola che rivela il senso del cammino della nostra vita, lo scopriamo non imparando a memoria i versetti, ma vivendo quello che ascoltiamo. Sembra semplice, ma non è proprio così facile. Siamo, infatti, continuamente disturbati dalle tante parole che ascoltiamo e, soprattutto, sedotti dalle proposte delle parole del mondo, che colpiscono l’immediatezza dei nostri sensi, che lentamente lasciamo in secondo piano la Parola di Dio. Ci appare con l’andare del tempo qualcosa che riguarda il passato, che non ha più nulla da dire di vero alla nostra storia presente e ci lasciamo così lentamente riempire dal vuoto delle parole del mondo, che però non soddisfano mai completamente i desideri. Abbiamo continuamente bisogno di soddisfare i nostri desideri con ciò che il mondo ci propone. La Parola di Dio, invece, esige pazienza e, in un certo senso cresce con noi perché rispetta i ritmi della nostra vita. Non solo ci mostra il cammino e soddisfa una volta per tutte la fame dei nostri desideri, ma ci fa diventare sorgente di vita in modo tale da avere parole di vita per le persone che abbiamo attorno a noi. E’ questo che ci ricorda il Vangelo di Giovanni: “Se qualcuno ha sete venga a me e beva chi crede in me. Come dice la scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo grembo” (Gv 7,37-38). 

mercoledì 8 novembre 2017

GESÙ E' IL DONO DI DIO PER L'UMANITÀ







ESERCIZI SPIRITUALI PRESBITERI DIOCESI DI REGGIO EMILIA-GUASTALLA
MAROLA 6-10 NOVEMBRE 2017
MONS. LUCIANO MONARI

Sintesi: Paolo Cugini

V MEDITAZIONE


Giovanni 4.
E’ un brano con un significato cristologico. La Samaritana fa un cammino per cogliere Gesù come il Salvatore. Questa rivelazione avviene attraverso una serie di temi.
Gesù deve passare per la Samaria. In realtà non è una necessità, ma deve passare per la Samaria perché è un territorio semi pagano. E’ significativo che questa figura della Samaritana rappresenti la terra della Samaria. I cinque mariti dicono di un’infedeltà, che rappresenta il cammino d’Israele.

 Il primo tema è quello dell’acqua. Il pozzo di Giacobbe. L’acqua del pozzo è preziosa perché necessaria per la vita. Però, nel corso del dialogo si sottolinea il fatto che toglie la sete solo per un po’, la rimanda, ma non viene tolta. Non è capace di togliere il bisogno che l’uomo ha di vita. E’ un’immagine significativa perché dice della condizione dell’uomo, la cui vita è fatta di desiderio, che diventa soddisfazione, che poi passa e si ricomincia daccapo. Non c’è una ricchezza che soddisfi del tutto. Ciò vale anche per le emozioni. Dice Gesù: chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete. E’ un’acqua magica, capace di soddisfare la sete per sempre, anzi è capace di trasformare l’uomo in una sorgente. E’ un’acqua che viene dal di dentro e produce vita. Si tratta di allargare il desiderio, di cogliere nell’acqua del pozzo un’allusione a qualcos’altro. C’è un’acqua con capacità di pienezza. In Gv questo discorso ritorna più volte. Esempio è l’immagine della luce.

Il tema del dono. “Se tu conoscessi il dono di Dio e colui che ti dice dammi da bere”. Il dono è una dimensione che attraversa tutta l’esperienza di fede. Il desiderio può essere soddisfatto solo dal dono. Il perdono, la vita, l’amore non si possono comprare, ma solo accogliere. L’uomo ha bisogno di amicizia, stima, fraternità se vuole vivere umanamente: questo è l’ambito del dono. Il dono può essere fatto di cose materiali, ma non sono mai solo materiali quando entra in gioco il dono. Nel dono c’è sempre il donatore. Se un dono è il dono dell’amico, nel dono c’è sempre anche lui. Il dono di Dio vuole stabilire un legame con noi. Gesù è il dono di Dio per noi. Gesù è capace di darci dell’acqua che zampilla per la vita eterna. Gesù s’identifica con il dono perché quando dona, dona se stesso, il suo amore, la sa vita, i suoi segni, la sua parola. Stabilisce un legame di pienezza. Devi conoscere il dono e il donatore. Conoscere solo il dono non basta. Il donatore si consegna nel dono.

Tema dell’inquietudine umana. La donna chiede quell’acqua miracolosa. Gesù risponde cambiando prospettiva introducendo un tema nuovo. Viene fuori tutta l’inquietudine di questa donna. E’ passata dall’inquietudine senza trovare pace. L’uomo ha bisogno di felicità. L’uomo però riesce a raggiungere solo dei frammenti di felicità, che gli danno l’impressiona di essere felice, ma non dura. Questa condizione della donna Gesù la conosce. Gv 2: Gesù conosceva tutti. Sapeva quello che c’è in ogni uomo. Questa conoscenza di Gesù è frequente nel Vangelo di Gv. Non c’è nessuno che si nasconda agli occhi del Signore. Cfr. sal 139. Questa conoscenza è di rivelazione che Gesù ha in quanto rivelatore del mistero stesso di Dio. La Samaritana riconosce a Gesù che è un profeta, che sente quello che sente Dio, condivide il mondo interiore di Dio.

 La donna pone la domanda: dov’è il luogo in cui bisogna adorare? C’è il problema dell’autenticità del culto. Il problema è: c’è la possibilità per l’uomo d’incontrare realmente Dio? C’è la possibilità che l’uomo possa incontrarsi con la pienezza di Dio. La risposta di Gesù: i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità. Perché Dio è Spirito. E’ giunto il momento della rivelazione. Gesù parla di Padre: siamo davanti alla rivelazione della paternità di Dio. In Spirito e Verità. Il vero luogo di Culto è ormai lo Spirito e la Verità. Nel Vangelo di Giovanni la Verità è Gesù. Gesù è re, esercita una sovranità su coloro che hanno la loro origine nella Verità, che è la rivelazione del mistero di Dio. E’ il ministero dell’amore di Dio che Gesù rende visibile con la sua vita, la sua opera e le sue parole. La Verità è che Dio è luce e amore. Sono le uniche definizioni di Dio che troviamo in Gv. Il luogo del culto è la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo. Non c’è possibilità di adorare il Padre se non in Gesù. Lo Spirito: essere nella Verità non significa avere delle convinzioni religiose corrette, ma essere mossi dallo Spirito di Dio, dal suo amore e dalla sua santità. La misura dello Spirito è quella dell’amore di Dio. Il culto vuole arrivare lì. Attraverso il culto l’uomo impara a fare ciò che Dio vuole. Lo Spirito è quell’impulso di origine divina che stabilisce nel cuore la sintonia con Dio. Lo Spirito scruta ogni cosa (cfr.Rom 8). E’ in questo Spirito che è possibile adorare Dio realmente.

Tema dell’attesa dell’uomo e della risposta di Dio. Il mistero del culto nuovo va oltre la localizzazione sarà sciolto dal messia. Il discorso raggiunge il tema dell’attesa biblica. La vita d’Israele ha la sua origine in un’opera di salvezza che tende all’attesa di un intervento definitivo di cui il Messia è lo strumento concreto. Gesù si presenta come la risposta concreta dell’attesa d’Israele. 
Sono Io: è anche la risposta all’attesa dell’uomo. L’uomo vive anche di quello che spera. In Gesù si compie il contenuto dell’attesa dell’uomo. Nel cammino dell’uomo non si va oltre Gesù Cristo, un’esistenza che sia amore oblativo per gli altri. Sono Io: il Gesù c’è la pienezza che non può essere superata. Gesù è la forma suprema dell’umanità, è la risposta alla speranza dell’uomo.

La donna lascia la brocca. La brocca è il simbolo del desiderio umano che non aveva ancora un contenuto preciso. La donna in realtà cercava l’acqua della vita. Nella città la donna diventa testimone raccontando la sua esperienza.

C’è anche il tema del cibo. C’è un cibo che i discepoli sono andato a procurarsi, ma c’è un cibo vero. Il cibo è ciò di cui si vive. Il cibo vero è il fare la volontà di Dio. Gesù è venuto per fare la volontà del Padre. Gv 6,38: che io non perda nulla di quanto Egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Il tema della volontà può essere riassunta nel fatto che Dio vuole che l’uomo viva. Gv. 17: io ti ho glorificato compiendo l’opera che tu mi hai dato: dia la vita eterna a tutti coloro che tu mi hai dato.

Professione di fede degli uomini di Samaria: credono in Gesù a motivo della testimonianza della donna. Quando questi uomini hanno la possibilità di realizzare un contatto con Gesù, credono per la Parola che hanno ascoltato.
Esercizio: rivedere i nostri desideri e dilatarli. Vedere l’incontro con Gesù come manifestazione dei desideri che abbiamo nel cuore. Possiamo anche immedesimarci nei discepoli.


RINASCERE DALLO SPIRITO





ESERCIZI SPIRITUALI PRESBITERI DIOCESI DI REGGIO EMILIA-GUASTALLA
MAROLA 6-10 NOVEMBRE 2017
MONS. LUCIANO MONARI

Sintesi: Paolo Cugini

IV MEDITAZIONE
Giovanni capitolo 3.

 E’ un dialogo tra Gesù e Nicodemo. Quello che vien fuori è una rivelazione unica. Nicodemo è considerato maestro di Israele. Nicodemo ha grande considerazione di Gesù. Ha visti i segni e li considera tali. Gesù risponde sul tema della salvezza. “Se uno non nasce di nuovo non può entrare nel Regno di Dio”. E’ l’unica volta in Giovanni che viene accennato il tema del Regno. Che cosa vuole dire entrare nel Regno di Dio? Fare esperienza della sovranità di Dio sulla propria vita. Il Regno di Dio c’è dove Dio comanda. Se uno vuole che la sua vita sia sottomessa realmente alla sovranità di Dio deve rinascere, nascere di nuovo. Qualcosa di simile c’era nei sinottici. Cfr. Mt 18: se non diventerete come i bambini non entrerete nel Regno dei Cieli. Giovanni è però più radicale. Matteo aveva ricordato anche la palingenesi che sarà la conclusione della storia della salvezza. La nuova creazione in Giovanni dev’essere anticipata nella nuova nascita. San Paolo: se qualcuno è in Cristo è una creatura nuova.

L’uomo può cambiare tante cose, ma non può nascere: è questo ciò che Nicodemo obietta. Rinascere è metafisicamente impossibile. L’uomo si costruisce poco alla volta con le sue scelte e da quella forma deve partire e migliorare, ma rinascere no, perché non è nelle sue possibilità. La nascita è un dono che si riceve. “Se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel Regno di Dio”. Acqua e Spirito è un tema decisivo di tutto il Nuovo Testamento. C’è un principio visibile che è l’acqua e uno invisibile che è lo Spirito: è il riferimento all’evento della predicazione e del Battesimo. Il battesimo sigilla l’evento dell’accoglienza della predicazione. Dove c’è accoglienza della Parola predicata c’è il Battesimo. Il riferimento alla Spirito è alla forza divina, un’energia che vivifica la Parola e la fede dell’uomo. Cfr. Ez 36: valle piena di ossa aride. Potranno queste ossa rivivere? Solo il Signore può ridare vita a delle ossa inaridite. Mentre il profeta profetizza le ossa rivificano. Due interventi: quello dalla Parola che dà una forma umana. E poi lo Spirito. La Parola senza lo Spirito è una forma inerte. Lo Spirito senza la Parola è un’energia informe. Gesù Cristo è una forma precisa, ma senza lo Spirito è un uomo del passato, di 2000 anni fa. E’ nello Spirito che il Cristo è vivente e operante oggi. Ci vuole l’acqua (la predicazione) e poi lo Spirito. Nello Spirito quella Parola della predicazione diventa una forma ricca di energia. Questo vuole dire nascere dall’acqua e dallo Spirito.
Nella prospettiva di Giovanni, l’anima dell’uomo è carne, è l’uomo nella sua dimensione mondana. Lo Spirito è l’uomo nella sua apertura al dono di Dio. Cfr. Is 31: E’ inutile cercare aiuti in Egitto perché è carne, è uomo e non un Dio. I suoi cavalli sono carne e non Spirito, cioè sono debolezza. E’ inutile che andiate a cercare sostegni in quello che è carne, che non hanno energia di salvare. I pensieri dell’uomo sono carne. L’uomo può diventare partecipe dello Spirito di Dio.

Nascere dallo Spirito. Il termine vento in greco è lo stesso che il termine Spirito. Il vento è l’immagine dello Spirito. C’è un mistero nel vento. Non si sa da dove viene e dove finisca. C’è un mistero di qualche cosa che non riusciamo a percepire. L’uomo nato dallo Spirito c’è e si vede, ma non si sa da dove viene e dove va. E’ il mistero di Gesù. Si vede Gesù e i suoi segni, ma non si sa da dove vengono i segni, che vengono da oltre il mondo. Gesù è l’uomo mosso dallo Spirito. Lo Spirito Santo si è fermato su Gesù. Che è una carne mossa dallo Spirito. Da dove venga la potenza che agisce in Gesù rimane un mistero. Vale per Gesù e per chiunque rinasce dall’alto. Vale per i santi. Nei santi ci sono ei gesti che non sono riconducibili al mondo, alle dinamiche mondane, che sono quelle del successo. Quando padre Kolbe si consegna alla morte al posto di un padre di famiglia, questo gesto dal punto di vista mondano non ha senso perché è un gesto in perdita. Da dove viene un gesto di questo genere? Viene da qualcosa che non appartiene al mondo, ma dallo Spirito. Lo stesso vale per San Francesco quando bacia il lebbroso. C’è un’energia he viene da fuori del mondo che ci conduce dentro delle logiche nuove.

Come può accadere questo? Come può avvenire una nuova nascita? C’è una generazione nuova che nasce dall’ascolto della Parola e dalla forza dello Spirito. Che la carne mondana dell’uomo non possa entrare nel Regno di Dio è evidente. E’ la percezione del nostro limite. Il Regno di Dio è al di fuori della morte. Quello della nuova nascita è n aspetto che supera la percezione dell’uomo. E’ possibile entrare nella nuova logica solo dalla testimonianza che viene dal cielo. E’ possibile vivere della vita stessa di Dio solo se si accoglie la volontà di Dio. La vita terrena di Gesù termina con il suo ritorno al Padre, non termina con la morte.
Quell’uomo Gesù di Nazareth veniva da Dio, per questo poteva testimoniare una nuova nascita che Dio offre all’uomo. C’è una presenza di Dio attiva attraverso Gesù che permette all’uomo di vivere non condannato dalle logiche del mondo. Di questa vita nuova Gesù è il testimone.
Il serpente innalzato nel deserto. E’ a morte e la risurrezione di Gesù. Morte e risurrezione in Giovanni sono due facce di un unico evento.

Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo ma perché il mondo si salvi. Il senso è che la condizione dell’uomo mondano è una condizione di morte. Il senso della rivelazione di Gesù è la salvezza che Dio offre a questo uomo. Viene offerta una vita nuova che è dallo Spirito, e quindi non è sottomessa al peccato e alla morte. E’ una vita in pienezza, è un dono offerto a tutti. Se uno accoglie il dono passa dalla morte alla vita. Il rifiuto dell’amore ha in sé qualcosa di oppressivo per l’uomo. Chi non crede è già stato condannato. La sentenza di condanna sta nella scelta di rifiutare la vita che viene da Dio.
Gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce. Perché l’amore di Dio è rifiutato? Questo è il problema al quale tenta rispondere Giovanni. Perché la luce è rifiutata? Non ha senso. San Giovanni dice che è comprensibile, perché alla luce l’uomo è costretto cambiare il suo stile di vita. Se c’è una chiarezza di fronte alla mia situazione di orgoglio è che devo cambiare. Ci sono delle tenebre nella nostra vita che nascono da noi, sono i nostri tentativi di nascondere i nostri peccati.

Esercizio: riflessione su noi stessi, sugli ideali della nostra vita per verificare quanto dei nostri comportamenti c’è di nato dallo Spirito o di carne, di mondano, del nostro attaccarci al mondo.


IL LIBRO DEI SEGNI





ESERCIZI SPIRITUALI PRESBITERI DIOCESI DI REGGIO EMILIA-GUASTALLA
MAROLA 6-10 NOVEMBRE 2017
MONS. LUCIANO MONARI

Sintesi: Paolo Cugini

III MEDITAZIONE

Charles Harold Dodd chiama la prima parte di Gv come libro dei segni. Siccome sono segni rivelano l’identità di Gesù e il mistero inconoscibile del Padre. Per questo sono dei segni, e per comprenderli occorre essere attenti a Lui che compie queste opere e riconoscere che queste vengono dal Padre che lo ha mandato.

Al cap. 4 c’è il secondo segno, la guarigione del figlio di un funzionario. Per due volte c’è il riferimento alla morte. All’espressione di pericolo viene contrapposta la Parola di Gesù: va, tuo figlio vive. Gv vuole sottolineare la forza della Parola di Gesù capace di trasmettere la vita. Alla Parola occorre rispondere con la fede.

Nel cap 5 c’è il caso di una malattia cronica. Un paralitico bloccato da 38 anni. E’ significativo il dialogo tra Gesù e il malato. Gesù chiede: vuoi guarire? E’ una domanda fondamentale. Potrebbe sembrare una domanda superflua. Non è detto però che un malato voglia guarire. La malattia può diventare una condizione di rassegnazione. Dopo 38 anni di malattia è difficile sperare un cambiamento. La malattia ha anche un significato di rifugio dalla responsabilità. L’uomo può cercare nella malattia una protezione. Il rifugio nella malattia è una risposta negativa, ma reale nell’uomo. Desiderio di pienezza della vita. Siccome la vita spirituale è un cammino di conversione continuo, il bisogno di rinnovamento sono permanenti. La conversione è una crescita, il passaggio da una condizione di debolezza a una di forza. Però la conversione è faticosa e costa, perché vuole dire rinunciare, per cui può venire la tentazione di dire: convertimi, ma non adesso (cfr. Sant’Agostino). E’ il presente la condizione di conversione. Il passaggio di Gesù è quella possibilità che viene offerta e che non deve passare; è il Kairòs. Il passaggio di Gesù è un kairòs, se lo lasci passare non lo puoi più afferrare. Ecco che la domanda di Gesù vuole suscitare il desiderio di guarire. Il segno, l’azione di Gesù è accompagnata da un discorso che lo interpreta. Il discorso è che Gesù compie la guarigione in giorno di sabato e che spiega il perché di questa guarigione con un’affermazione azzardata: il Padre mio opera sempre e anch’io opero. Gesù pretende di poter operare nel modo in cui il Padre opera. Siamo dinanzi ad un mistero. Gesù spiega il perché di questo suo comportamento attraverso due affermazioni. La prima: sottomissione assoluta al Padre. Gesù non può fare nulla se non quello che vede fare dal Padre. Le opere che Gesù compie non vengono da Lui. Proprio perché da sé non può fare nulla, può fare tutto in virtù del suo rapporto con il Padre. Il Padre gli fa vedere tutto. Non c’è nulla che Gesù non possa fare. Gesù dà la vita a chi vuole. Proprio la sottomissione radicale al Padre, rende Gesù potente, della potenza che viene dal Padre. Il padre che è in me compie le sue opere. Questa dimensione in Gv è fondamentale. I segni di Gesù possono essere compresi come opere del Padre. Per questo Gesù può dire che le sue opere gli danno testimonianza. Nelle sue opere c’è la testimonianza del Padre stesso.

Al capitolo 6 c’è il quarto segno: la moltiplicazione del pane. C’è la condizione della fame come bisogno fondamentale dell’uomo. C’è un luogo sulla terra dove c’è una ricchezza di vita tale da poter trovare il pane per una grande folla. Questo luogo è Gesù Cristo. Mettendo insieme tutto quello che l’uomo ha, troviamo cinque pani e due pesci. Questa cosa piccola, messa nelle mani di Gesù diventa una grande cosa che abbonda. E’ certamente un segno che anticipa l’Eucarestia. Anche questo segno dev’essere interpretato e capito. Occorre passare dal dono al donatore. Gv 6,26: mi cercate perché vi siete saziati. Cercate il cibo che dura per la vita eterna. Se ti fermi al pane puoi godere di un dono, ma è provvisorio. Il pane ti sfama per qualche ora e poi devi mangiarne dell’altro. Ciò di cui l’uomo ha bisogno è un cibo che duri per la vita eterna e che risponda al desiderio di vita dell’uomo. Il figlio dell’uomo è in grado di donare un pane che dura per la vita eterna. E’ capace di fare questo è perché il Padre ha messo il suo sigillo. Non ci si può fermare alla soddisfazione della fame. Gesù è Lui il pane della vita che può dare la vita eterna. “Io sono il pane della vita”. Quel pane che Gesù dona e trasmette la vita all’uomo è Lui, il suo amore, la sua amicizia. Lui è il pane della vita. Si tratta allora, di andare a Gesù, percorrere un cammino che è il cammino della fede. Non è possibile andare a Gesù se non si è attirati dal Padre. Non è possibile venire a Gesù se non attratti dal Padre. Dal punto di vista dell’esperienza dal momento in cui la persona viene in contatto con Gesù attraverso la sua Parola, in quella Parola c’è il Padre che attira. I segni sono opere che il Padre realizza attraverso Gesù. Nel segno c’è il Padre che opera. Se Gesù è il pane della vita è perché Gesù ha fatto della sua vita un dono, è perché Gesù ha offerto la sua vita. La Parola che Gesù ha detto è la Parola che ha compiuto sulla croce.
 Mangiare e bere il sangue di Gesù: è un riferimento all’Eucarestia. All’origine c’è il dono reale di Gesù, il fatto che Gesù non ha vissuto per sé ma per Dio. Nell’amore umano di Gesù si vede l’amore del Padre he si rivela.

Cap 9: Guarigione di un ceco nato. I capitoli 7 e 8 preparano la guarigione del cieco nato. Descrivono la presenza di Gesù alla festa delle capanne. Israele ha mantenuto nel suo codice genetico una dimensione di nomadismo legata all’esperienza del deserto. Nel contesto della festa delle capanne ci sono due temi: l’acqua, simbolo della vita. E poi c’è il tema della luce; nel suo cammino Israele è stato condotto dalla luce di Dio nella notte del deserto. Questi due temi diventano i temi della rivelazione. Nell’ultimo giorno della festa Gesù Grida: chi ha sete venga a me; fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. E’ Gesù la sorgente di acqua viva. Venga a me e beva chi crede in me. Gv 8,12: io sono la luce del mondo; chi segue me avrà la luce della vita. Il simbolismo è chiaro, la luce che permette di discernere il cammino che va verso Dio. L’esperienza del buio è preoccupante per l’uomo, perché non sa dov’è. Nelle tenebre non è possibile di orientarsi. La luce permette di muoversi e quindi di vivere. La Parola di Dio per questo è la luce. Quello che per Israele era la legge, quello è Gesù, perché è la Parola che si è fatta carne. Quell’esistenza concreta che è Gesù è luce nel discernimento del bene. Proprio per questo la luce diventa un simbolo della vita realizzata. Che la vita dell’uomo si muova nella dinamica del conflitto tra luce e tenebra, fa parte della nostra esperienza. La vita ha una dimensione di conflitto. Tra Gesù e il mondo c’è un contrasto radicale. Gesù condanna il mondo. E’ il confronto tra il mondo e la rivelazione di Dio che è Gesù. E’ il confronto tra la luce e le tenebre. Anche la dottrina di Gesù viene dal Padre. Chi è docile a io riconosce questo fatto. Gv: la credibilità delle parole di Gesù si riconosce attraverso la propria docilità a Dio. Quando uno vuole solo la volontà di Dio, allora il suo cuore riconosce che la dottrina di Gesù viene davvero da Dio. L’atto di fede diventa una scelta dell’uomo, quando l’uomo pone la volontà di Dio al di sopra di ogni altro interesse. Allora percepisce che Dio lo aiuta a fare la volontà del Padre. Ci sono due domande che vengono ripetute nei capitoli 7 e 8: da dove viene e dove va Gesù? I giudei dicono che viene da Nazareth. In realtà l’origine di Gesù è più profonda. Dove va Gesù? Immaginano che vada dai pagani. In realtà va verso il Padre. Quando Gesù dona la vista al cieco nato, gliela dona materialmente e spiritualmente. Quando riconosce in Gesù la volontà di Dio: in questo modo ha la vista.
Giovanni 11. Resurrezione di Lazzaro. Gv sottolinea l’amore di Gesù per Lazzaro. Quella resurrezione ha il suo fondamento in questa amicizia. Alla radice dell’azione c’è la manifestazione di un legame di amore, che è rivelazione dell’amore di Dio nei confronti del mondo. Questa risurrezione è rischiosa. Quando Gesù decide di tornare a Betania, i discepoli lo avvisano che è rischioso. La giudea è un territorio pericoloso per Gesù. Però la decisione per Gesù è ferma e consapevole. Alla fine del capitolo 11 si dice che la resurrezione di Lazzaro è la scintilla che muove il sinedrio a decidere di fare fuori Gesù. La morte di Gesù trasmette la vita al mondo. Gesù dona la sua vita. “Io sono la risurrezione e la vita”. La resurrezione di Lazzaro allude alla Risurrezione di Gesù. Gv 10: Gesù è il buon pastore che dona la vita per le pecore. Non solo si preoccupa del loro benessere, ma dona la sua vita per loro. Qui i segni sono portati a compimento. Gesù è la vita autentica nella pienezza.
 Ripercorrendo il Vangelo si trova quella formula: Io sono. Per sette volte si trova questa formula: luce, vita, resurrezione, la via, il buon pastore, la vita vera, porta. Quello che risponde al bisogno di vita che l’uomo si porta dentro il cuore e al quale cerca di soddisfare in tanti modi, ebbene il pane della vita è Gesù. In tutto quello che fa l’uomo cerca la vita. Anche nel degrado morale, in qualche modo l’uomo cerca la vita in modo sbagliato. Gesù è colui che realizza pienamente questo desiderio. Occorre prenderne coscienza per diventare liberi rispetto agli altri desideri. Ciò ci permette d’interpretare i comportamenti più degradati dentro una prospettiva di fede e disperanza. C’è sempre nel cuore dell’uomo la fame e sete di Vita. L’uomo può ingannarsi sul dove si trova la vita. Il genio pastorale è quello di farlo emergere, è fare vedere che c’è. Questo è possibile quando noi stessi troviamo nel Signore la pienezza della nostra vita.


IL SEGNO DI CANA






ESERCIZI SPIRITUALI PRESBITERI DIOCESI DI REGGIO EMILIA-GUASTALLA
MAROLA 6-10 NOVEMBRE 2017
MONS. LUCIANO MONARI

Sintesi: Paolo Cugini

II MEDITAZIONE
Giovanni 2
Gesù fece questo inizio dei segni in Cana di Galilea. Inizio (archè): il primo in una successione. Il termine archè vuole dire anche l’origine di uno sviluppo. C’è un progetto che si sviluppa a partire da un inizio, come una cellula che contiene il codice genetico e a partire da ciò avviene lo sviluppo. Cana è un gesto di Gesù, un segno che dà origine ad uno sviluppo successivo dove il mistero sarà rivelato sino alla sua pienezza. Ecco perché è importante capire bene Cana e per capirla occorre sapere ciò che è venuto dopo. Azioni che cambiano qualcosa nel mondo e rivelano in questo modo la gloria di colui che le operano. Occorre guardare chi compie un segno di questo genere. La domanda è capire chi è quel Gesù di Nazareth che compie questi segni. La gloria dice lo splendore di Dio, la luce, la forza di Dio, la sua santità. La gloria di Dio si riflette su quell’uomo che a Cana cambia l’acqua in vino.
D. Mollat: occorre sottolineare le stranezze di questo testo. La prima è che in una festa di nozze viene a mancare il vino.

 La gioia appartiene all’era messianica e la pienezza di Gioia si lega al vino. Cfr. Is 24: banchetto di grasse vivande e di vini eccellenti e raffinati. Il compimento dell’era messianica avviene in una festa di nozze. La conclusione della narrazione del segno è nelle parole che pronuncia il capo delle nozze: tu hai conservato fino ad ora il vino buono. La meraviglia è sul fatto che questo vino è migliore di quello che c’era prima. Questo vino viene dall’acqua per le purificazione dei giudei. Sorprendente è la quantità di vino: 720 litri. Giare riempite fino all’orlo. Il segno si compie su una quantità immensa perché è così che era stato annunciato: Amos (il vino nuovo cola giù per le colline). Gioele riprende la stessa immagine. Anche in Genesi: Giacobbe benedice Giuda: Egli lega alla vite il suo asinello. S’inaugurano i tempi messianici, tempi di gioia sovrabbondante. Gv 10,10. Questo è il tema di tutto il Vangelo: il patrimonio d’Israele è destinato a venire meno.
E’ venuta meno la gioia la capacità di sperare: non hanno più vino. Il dono di Dio è un dono senza misura. Fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Dentro questo segno c’è la condizione dell’uomo nel mondo. La vita dell’uomo conosce una moltitudine di bisogni. Dietro ad ogni bisogno sta la possibilità della carena, che quel bisogno non venga soddisfatto. C’è un sottofondo di timore che accompagna ciascun bisogno. Non hanno più vino: a metà della festa è venuta meno la gioia.
Ciò che cambia la situazione è la presenza di Gesù. Fate quello che vi dirà (Gen ). Gesù è il primo ministro di Dio e la sua Parola dà accesso al patrimonio di Dio, la vita eterna. Bene, si tratta di quello: Gesù è in grado di comunicare agli uomini la vita stessa di Dio. Che quello che può fare vivere il mondo è solo l’amore di Dio. Si tratta di attingere a questo amore.

Non è ancora venuta la mia ora: la sua ora non è quella di fare i miracoli. Miracolo e ora sono su due dimensioni diverse. S’inaugurano i tempi messianici che si compiono in tutta la vita di Gesù. L’ora di Gesù è quella del compimento della sua vita, della sua glorificazione. Gv 12: E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo. Quella cena e la Pasqua è esattamente la sua ora, perché lì si compie in pienezza la sua missione. La missione è l’identità che Gesù è, e la sua missione si compie lì, alla Pasqua, di passare da questo mondo al Padre. Questo è il significato dei tempi messianici: far passare il mondo nella vita di Dio.

Dialogo con Maria. Che ho da fare con te o donna? Occorre andare alla fine del Vangelo, cap 19. Donna ecco tuo figlio. Maria si trova all’inizio e alla fine. Sapendo che ogni cosa era stata compiuta: l’ora è stata realizzata. Non solo l’ora di Gesù, ma anche quella di Maria, della sua maternità, dove la sofferenza è trasformata in gloria. L’ora della donna è la sua maternità, ma la sua maternità è solo in vista della seconda, la croce, nel momento in cui perde il figlio, lo dona. Maria porta a compimento la sua maternità nel dare la vita ad un uomo.

Nel momento in cui c’è una Parola di Gesù tutto si trasforma in abbondanza. Da dove? E’ un avverbio di luogo. (Gv 2;6). Nel vangelo di Gv alcuni avverbi di luogo hanno un significato teologico. C’è un luogo in cui la gloria di Dio si rivela. Il riferimento a quel luogo è importante: Da dove viene l’acqua? Da dove viene il pane che dà da sfare a tante persone? Il da dove fa riferimento all’umanità di Gesù. E’ da quella carne che può venire la vita, la pienezza di gioia. I miracoli sono segni, non sono la salvezza: occorre ricondurre i miracoli alla persona di Gesù.

Il segno di Cana a cosa serve? Capita nella nostra vita che abbiamo la percezione che sia venuto meno il vino. Abbiamo iniziato con entusiasmo. Poi capita nel corso della vita che ci sono una serie di insuccessi. Il quotidiano corrode una serie di immagini rosee. Si tratta di vedere se è stato invitato anche Gesù nella nostra esperienza. Fate quello che vi dirà. Raccogli dell’acqua: basta questo affinché il vino diventi migliore di quello di prima. C’è qualcosa di meglio proprio nel momento in cui ci siamo resi conto che siamo arrivati all’osso, ma lì la Parola di Gesù rimane come sorgente di una consolazione della gioia.
Ritrovare l’esperienza che abbiamo fatto della vita e ritrovare la capacità di ascoltare la Parola di Gesù e di fare ciò che Lui ci dice. La sua Parola ci è comunicata; il fate quello che vi dirà è una possibilità che si rinnova in ogni momento.


DIO HA TANTO AMATO IL MONDO DA DONARE IL SUO FIGLIO







ESERCIZI SPIRITUALI PRESBITERI DIOCESI DI REGGIO EMILIA-GUASTALLA
MAROLA 6-10 NOVEMBRE 2017
MONS. LUCIANO MONARI

Sintesi: Paolo Cugini

PRIMA MEDITAZIONE

Il senso della nostra vita è poter annunciare le meraviglie del Signore. Lasciare che le opere del Signore ci entrino dentro.
Gv 3,16: Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia ma abbia la vita eterna.
Dio nei confronti di questo mondo si è rivelato come sorgente di Luce e di salvezza. Il mondo, l’umanità intera, lasciato a se stesso è destinato alla morte. Se Dio non interviene questo modo decade in un destino inevitabile di morte. Giovanni non ha un quadro tragico della condizione del mondo come Paolo alla lettera ai Romani. L’uomo per Paolo, pensato senza il riferimento alla salvezza di Dio, chiuso in se stesso è spiritualmente schizofrenico, perché conosce il bene e il desiderio di realizzarlo, ma in concreto l’uomo compie il male. L’uomo sperimenta una lacerazione dentro se stesso. Giovanni Battista presenta Gesù come colui che toglie il peccato del mondo, sembra un peccato che racchiuda tutta l’esistenza del mondo, che sembra essere dentro una situazione di schiavitù. L’uomo è dentro l’ira di Dio e per sua natura sarebbe condannato alla morte se non ci fosse un intervento di Dio. Cfr. Gv 5,24: chi ascolta la mia Parola passa dalla morte alla vita. Tutto il mondo giace nel potere del maligno
1 Gv 2: tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza… Viene dal mondo. La condizione del mondo è una condizione di condanna a morte.
Però Dio ha tanto amato il mondo. Invece di essere in un giudizio di condanna a motivo del suo peccato, il mondo è sotto un giudizio di amore che conduce alla vita. L’atto di amore si sviluppa in una decisione a favore della vita dell’altro. L’amore di Dio per il mondo: Dio dice che è bene che il mondo esista e prende posizione a favore della sua esistenza. Ciò è visibile sin dalla creazione del mondo. Dio disse: sia la luce e la luce fu. Questo atto di volontà è accompagnato da un giudizio di valore: era cosa buona. Questo significato è presente anche dentro la storia dell’uomo. Il diluvio non è l’ultima parola di Dio, ma provvisoria. Infatti, Dio promette di non maledire più il suolo e aggiunge una benedizione che riguarda Noè e i suoi figli.

Voglio che l’uomo viva. E’ un giudizio che si trova anche nella storia d’Israele. C’è un atto di amore efficace. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito. C’è un punto culminante dell’amore di Dio. La creazione parla dell’amore di Dio, ma non ha una sua libertà e un suo cuore e quindi non può dire tutto dell’amore di Dio. Ciò vale anche per l’uomo. Però l’amore dell’uomo è ambiguo, perché è mescolato con situazioni di rifiuto dell’altro. L’amore di Dio nel suo Figlio unigenito è il culmine della creazione. Il dono di Dio è il dono che Gesù fa di se stesso nella croce, è il compimento definitivo e completo. Quando l’amore arriva a donare la vita, l’amore è totale, perché non rimane più nulla. Quando la vita si dona sino alla morte diviene un gesto rivelatore. E’ l’amore definitivo, che rimane per sempre e non può essere cancellato dall’uomo. Nel dono di Dio ci sta la vita eterna, cioè che non finisce. Risponde alla condizione dell’uomo, che è una condizione di mortalità. Anche il mondo è destinato a morire. E’ a questa condizione che Dio risponde con il suo amore. La resurrezione di Gesù risponde di questo amore. Gesù è fatto di carne e ossa come noi. Nella resurrezione un pezzetto di mondo entra nella vita di Dio. La nostra condizione è una condizione mortale. Cfr. Eb.: il diavolo si serve della paura della morte per rendere l’uomo schiavo per tutta la vita. L’uomo che entra in questo mondo non è sicuro di nulla. Il futuro esce dal controllo dell’uomo e questa situazione pesa. La vecchiaia è un inizio della morte, fa percepire il senso della morte. E così anche la malattia. La paura ce la portiamo dietro e anche l’uomo di oggi si porta con sé le paure. Il diavolo, dice la lettera agli Ebrei, si serve di questa paura. L’uomo dominato da questa paura si aggrappa al mondo, alle sicurezze che il mondo offre. L’idolatria del mondo nasce così. L’uomo s’illude di trovare nel mondo la risposta il suo bisogno di vita. La promessa di vita eterna permette di superare la paura della morte.
Gv 3,14: chiunque crede in Lui abbia la vita eterna. Il deserto è l’immagine del tempo intermedio tra un’esperienza di salvezza e una speranza di salvezza da raggiungere. Nel deserto Israele deve credere che Dio porterà a compimento la sua opera di salvezza, nonostante un presente pieno di disagi, fatto di sete, fame, nemici: tutte esperienze di limite. Israele deve dimostrare che non si abbatte davanti ai limiti. Israele ad un certo punto comincia a dubitare, a rimpiangere l’Egitto, dove la vita anche se era da schiavi era più sicura, ci si poteva adattare. Israele nutre il desiderio di fuggire dalla salvezza di Dio, che è grande, ma è molto impegnativa. Vivere in pienezza la vita è un coinvolgimento di tutti i pensieri e azioni. Mosè fa un serpente di bronzo, il cui scopo è quello di sciogliere l’incanto d’Israele, che vede solo il mondo e il deserto con i suoi pericoli e non riesce a sollevare lo sguardo verso Dio. Camminare nel deserto non da avvilito: ci riusciamo quando guardiamo al Signore, quando alziamo lo sguardo. Vedere nel crocefisso l’amore di Dio: solo così possiamo vivere nel mondo da persone libere. Vincere le seduzioni della vita: questo è il dono di Dio. Nella croce il male è trasformato in amore e obbedienza. C’è nella storia umana un luogo di trasfigurazione della storia, un luogo in cui il male può essere trasformato e vinto.

Sacrificio d’Isacco Gen 22. Abramo è chiamato a sacrificare il figlio dal quale deve avere una discendenza. Isacco non è un figlio sostituibile perché è il figlio della promessa. Abramo deve credere in Dio contro ogni speranza, facendo quello che Dio gli sta chiedendo ma che gli impedisce ogni speranza. Dovrebbe credere nella risurrezione di Isacco. Abramo deve credere in Dio anche quando appare incoerente con se stesso. L’uccisione nella croce appare disumano. Dio crede nell’uomo anche quando l’uomo è disumano. Si tratta di credere nell’amore di Dio, che vuole dire anche amare il mondo. La fede nell’amore di Dio significa che all’origine del mondo c’è il giudizio dell’amore di Dio. Occorre uscire da sentimenti da delusione o di risentimento e tristezza. Spesso passiamo attraverso momenti di tristezza. Può venire la tentazione di una critica amara. Possibilità di amare tutto in Dio, di amare Dio nella creazione e anche nella nostra storia, riconoscendo nella nostra storia la riconciliazione di Dio. Non significa guardare il mondo con occhi ingenui. La gravità del male è fuori discussione perché genera la morte. Però esiste la croce di Cristo che trasforma la morte in amore. La croce ci permette di amare il mondo.

Obiettivo: vedere la mia realtà e farla diventare oggetto di amore. Perché Dio in Cristo ha amato questa realtà concreta. 

sabato 4 novembre 2017

DICONO MA NON FANNO






Paolo Cugini

Nel Vangelo che oggi è proclamato c’è un richiamo contro l’ipocrisia dei farisei, vale a dire contro la loro ricerca di visibilità. Cercano visibilità perché l’obiettivo del loro cammino non è il Padre, ma se stessi. Hanno bisogno del parere egli uomini e delle donne per sentirsi qualcosa, sentirsi apprezzati. E’ il prezzo che si paga quando si vive riempendosi di materia, che crea il vuoto, il nulla. Siccome sono concentrato su di me e la molla dei miei pensieri e dei miei gesti è la proiezione del mio io nel mondo, che nasce dall’istinto di sopravvivenza, che si manifesta nell’attaccamento a se stesso, allora cerco il parere degli altri. E’ il prezzo che si paga quando si lega la propria identità a ciò che si è materialmente e allora diviene fondamentale avere, più che essere. Il Signore ci mostra che il cammino verso l’autenticità si manifesta nell’essere figlie e figli di Dio e, di conseguenza, quando questa percezione avviene, smettiamo di cercare di piacere agli altri, perché la nostra unica consolazione sta nel Padre.

Nel Vangelo di oggi c’è anche un richiamo all’uguaglianza. Siamo tutti fratelli e sorelle: questo è il punto di partenza del discorso di Gesù. Non ci può essere nella comunità cristiana una logica di casta. Non ci può essere nella comunità cristiana una dinamica di carriera, di volere essere migliore degli altri, perché siamo tutti fratelli e sorelle. Nessuna diversità che possa umiliare il fratello e la sorella. Questa uguaglianza, che è dono dello Spirito Santo e che siamo chiamati a viver nella comunità, dev’essere ben visibile nella liturgia, perché è lì che facciamo memoria del Signore “finché Egli venga”. Quando nella comunità viviamo il principio di uguaglianza voluto dal Signore, lo rendiamo visibile affinché gli altri vedendo possano crede. Del resto è stato Lui sesso che, nel contesto dell’ultima cena narrata da Giovanni, disse: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). Comunità di fratelli e sorelle nasce quando il Signore è riconosciuto come l’unico maestro, l’unico che vale la pena seguire. Significa anche uscita dalla religione individualista e narcisista, che spinge l’uomo e la donna ad isolarsi a cercare un modello di perfezione basato sullo sforzo personale più che sull’accoglienza del dono di Dio manifestato in Gesù.

La verità dell’assimilazione dello stile del Signore del voler essere come Lui sta nell’umiltà, che sgorga dal principio dell’Incarnazione. Più si diventa simili a Lui, sia come frutto dell’impegno personale d’imitarlo, che come accoglienza del dono che è Lui e che operano in noi che lo seguiamo, meno ci perdiamo nei fronzoli della vita. Se c’è una cosa che accomuna i discepoli e le discepole del Signore è la chiarezza e la fermezza nel cammino. L’umiltà richiesta da Gesù ha anche questo risvolto nella vita pratica. 

domenica 22 ottobre 2017

DATE A DIO QUEL CHE E' DI DIO


Paolo Cugini


Mostratemi la moneta del tributo… Questa immagine e l’iscrizione di chi sono?” (Mt 22, 20)
Bellissimo questo testo che mostra il modo di procedere di Gesù. Parte sempre dalla realtà, per evitare qualsiasi forma di pregiudizio. Il Vangelo è un dono che viene dall’alto ma, allo stesso tempo, sboccia dalla terra. I cristiani non sono coloro che applicano il Vangelo alla realtà come se avessero in mano un codice o un manuale, ma sono invitati a seguire l’esempio di Gesù, ad ascoltare la realtà, a capirla, ad incarnarsi. Ascoltare la realtà significa credere nella presenza del Padre in tutto ciò che vive. La realtà è sempre diversa, in movimento ed esige persone attente, capaci di adattarsi. Vivere bene significa vivere con i piedi per terra. Si può dire qualcosa a qualcuno solo dopo aver conosciuto la sua realtà, Solo dopo averlo ascoltato. E’ questo che c’insegna Gesù. Del resto, la discesa del Verbo dice proprio di questo elemento fondamentale della dinamica della salvezza attuata da Gesù: l’incarnazione. Si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. E’ venuto a toccarci e si è rivestito di una carne simile alla nostra: ha assunto la nostra condizione umana. Ci si rende conto del problema solamente toccandolo con mano. Niente discorsi a tavolino. Nessuna riflessione sulla realtà a prescindere dalla stessa. La proposta di Gesù è agli antipodi di ogni idealismo, di ogni pensiero sviluppato senza l’immersione nella realtà. Ascoltare la realtà è il primo e basilare esercizio spirituale per esercitare l’anima a non riempirsi di falsità. Quanti pensieri fasulli e quante dottrine sballate sono state diffuse e spacciate per verità, confondendo il sano rapporto con il Padre!
E poi Gesù si fa consegnare la moneta e chiede: quest’immagine e l’iscrizione chi sono? Gesù non fa finta di ascoltare, non fa finta d’immedesimarsi per poi dire una cosa scontata, preconfezionata, già pronta. Gesù fa davvero. Gesù cammina con le persone e ha una parola significativa per ognuno di loro perché ascolta la loro storia. Non ha sempre la stessa idea e la stessa indicazione per tutte le stagioni e per tutte le persone. Per questo le folle assetate di verità e di autenticità lo seguivano, perché si accorgevano che quella che Gesù donava non era una verità bell’e fatta, dall’alto verso il basso, ma era adeguata alla loro realtà e al loro cammino. Credo che questo atteggiamento di Gesù sia un grandissimo insegnamento per ogni genitore e per ogni persona che ha una funzione educativa nella società. Se vuoi che qualcuno ti ascolti e ti segua, ascoltalo tu per primo, mettiti al suo livello, abbassati, fatti toccare, immergerti nella sua realtà, fatti sentire vivo. Non consegnarli delle verità triturate, bell’e fatte, ma fresche e vive, frutto di una relazione vera. Gesù c’insegna che la Verità del Vangelo la troviamo vivendo pienamente la nostra esistenza nelle relazioni con le persone che pone sul nostro cammino.

Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”      

Sulla realtà che ha ascoltato Gesù esprime questo giudizio. Si possono offrire due livelli di riflessione su quest’affermazione. C’è un primo livello, il più superficiale e il più battuto che dice che Gesù insegna a collaborare con lo Stato come con a Chiesa, come se fossero due mondi autonomi, separati l’uno dall’altro. Quest’impostazione apre il cammino a tutti coloro che sostengono che la Chiesa non deve immischiarsi nella politica e in problemi sociali, perché un cristiano deve stare in Chiesa e basta. Se si analizza la frase di Gesù più in profondità, ci si accorge che la verità sta altrove. Infatti, se c’interroghiamo sulla seconda parte della sua affermazione e ci chiediamo: a Dio che cosa dobbiamo dare? La risposta immediata e inconfutabile è che a Dio dobbiamo dare tutto, perché tutto viene da Lui e da Lui riceviamo tutto. E allora se a Dio dobbiamo dare tutto viene spontaneo affermare che a Cesare, cioè allo Stato, non dobbiamo dare un bel niente. In realtà allo Stato dobbiamo dare quel Dio dal quale abbiamo ricevuto tutto. Chi ha la coscienza di aver ricevuto tutto da Dio, ha il dovere e, allo stesso tempo il desiderio di donare al mondo, alla società, alla politica, Dio. Non una parola vana tra le tante, ma lo stile di Dio ricevuto e assimilato meditando il Vangelo di Gesù, meditazione che poi diviene sforzo quotidiano di vivere come Lui. E’ di questo che il mondo ha bisogno, che la politica necessità, che la società desidera: un modo nuovo e più autentico di vivere la realtà, un modo più profondo di mettersi in relazione con gli altri.