sabato 12 dicembre 2020

SIATE SEMPRE LIETI- TERZA DOMENICA DI AVVENTO/B

 



Paolo Cugini

 

 

 Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l'anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell'abito da lutto, canto di lode invece di un cuore mesto (Is 61, 1-3).

Quando penso al Vangelo e alla proposta specifica di Gesù, mi vengono alla mente le parole del profeta Isaia proclamate nella prima lettura di oggi. Il Vangelo per me è questa ventata di libertà, questo cammino di liberazione per tutti coloro che vivono situazioni di schiavitù e di oppressione. Il Vangelo è una proposta per i poveri del mondo, per gli esclusi, gli emarginati, gli indeboliti, per tutti coloro che dalle logiche del mondo vengono ogni giorno massacrati, umiliati, messi ai margini. Il Vangelo è la certezza che c’è qualcuno da qualche parte, che pensa a tuta questa umanità afflitta, che poi è la stragrande maggioranza, ma che viene messa ai margini da una minoranza di persone che pensano solo a loro stessi. Ecco perché il Vangelo è come un balsamo, un aroma profumato, una ventata di aria pura, un soffio di speranza. Il Vangelo ridà dignità a coloro che ogni giorno vengono calpestati nei loro diritti, che vengono umiliati con la prepotenza dei violenti senza scrupoli. Non a caso Gesù, nel Vangelo di Luca, legge proprio questo brano di Isaia e lo fa suo, identificandosi con questa proposta. In questo tempo di avvento, che stiamo vivendo in preparazione del Natale, è importante recuperare l’origine della proposta di Gesù, assaporarne la bellezza e, allo stesso tempo, la forza e la determinazione. Gesù è l’amore del Padre che è venuto sulla terra, prendendo dimora in mezzo a noi e dicendoci chiaramente senza mezzi termini e lisciate diplomatiche da che parte sta, vale a dire, dalla parte degli ultimi, degli impoveriti, di tutti coloro che sono umiliati. Gesù è venuto per dire a coloro che vivono il peso insopportabile dell’umiliazione quotidiana che Lui sta dalla loro parte, è con loro, li rialza e li fa sedere alla sua mensa. Questo è il senso autentico dell’eucarestia che, prima di essere un rito, indica uno stile di vita, un modo nuovo di stare al mondo. La Chiesa, allora, dovrebbe incarnare questo respiro grande, questa presa di posizione chiara. Dovrebbe essere evidente al mondo che la Chiesa è sulla terra per continuare il cammino di liberazione degli schiavi inaugurato da Gesù. Chi entra in una comunità cristiana alla domenica mentre celebra l’eucarestia, dovrebbe percepire lo stile da tenda da campo, per dirla alla Papa Francesco, che si china a curare le ferite dei cuori spezzati e a ridare dignità agli afflitti, più che curare gli orpelli o i turiboli.



 E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Chi sei tu?».  Egli confessò e non negò, e confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Che cosa dunque? Sei Elia?». Rispose: «Non lo sono». «Sei tu il profeta?». Rispose: «No».  Gli dissero dunque: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?».  Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia» (Is 1, 19-23).

Con che sicurezza e prontezza Giovanni Battista risponde ai sacerdoti e ai leviti che lo interrogavano sulla sua identità! È un aspetto che merita di essere considerato. Giovanni Batista, che viveva nel deserto, con quello stile di vita sobrio e essenziale che faceva ricordare il profeta Elia, sa molto bene chi è, ha chiara la propria identità e, per questo, è un punto di riferimento così chiaro e cristallino, che dalla città di Gerusalemme la gente esce per dirigersi a lui. Giovanni Battista è, in primo luogo, colui che sa chi è, che conosce il proprio cammino, che non può essere confuso con altri. Da un punto di vista spirituale, potremmo dire che, il primo effetto significativo del tempo di avvento, dovrebbe consistere nella possibilità di recuperare la chiarezza con noi stessi, la nostra identità, il nostro cammino. Giovanni Battista c’insegna che il silenzio e una vita sobria e essenziale sono strumenti importanti per questo percorso di recupero della propria identità che, prima di essere un concetto rigido, è una conquista di una vita docile alla Parola del Signore e, soprattutto, espressione di quell’amore a sé stessi, così importante per essere poi capaci ad amare gli altri. Tempo di avvento come tempo propizio per darsi tempo, per prendersi dei tempi e dei momenti per curare la propria anima, sull’esempio di Giovanni Battista e, poi, del Signore Gesù.



 State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie… Il Dio della pace vi santifichi interamente (1 Ts 5, 16.23).

Se Dio è tutto per noi, se il Vangelo ci riempi la vita con la sua proposta di speranza, perché essere nell’angustia? Le parole di Paolo sono il più bell’augurio per tutte le comunità cristiane che, ogni giorno, assimilano il Vangelo e cercano di viverlo creando relazioni non fondate sullo spirito di sopraffazione sull’altro, ma sulla gratuità e il dono di sé. Siate sempre lieti: è l’augurio che oggi Paolo ci fa nella seconda lettura. Togliamo, allora, ogni tristezza dal nostro volto; riempiamoci dell’amore che lo Spirito del Signore ci dona gratuitamente per donarlo alle persone che abbiamo vicino e che incontriamo nel nostro cammino. Siate lieti!

sabato 5 dicembre 2020

CONSOLATE CONSOLATE IL POPOLO MIO! SECONDA DOMENICA DI AVVENTO B

 



Paolo Cugini

 

Egli preparerà la tua via” (Is 40, 3). C’è una proposta di grande speranza nelle letture di oggi. Da una parte c’è un’umanità che non riesce a strutturarsi nel bene, dall’altra ci sono i profeti che vedono cose nuove, strane, tutte all’opposto di ciò che si penserebbe e che ci si aspetterebbe. I profeti sono persone che vivono una particolare esperienza esistenziale, che vedono cose che gli altri non vedono, che cercano qualcosa che l’umanità non considera, che hanno gli occhi spalancati su ciò che l’umanità li ha chiusi. E allora vedono l’invisibile, l’impercettibile, percepiscono un cammino nascosto dentro la storia, un cammino di vita nuova in mezzo a situazioni vecchie, un cammino non condizionato dall’egoismo umano, ma da una qualità di vita diversa e per questo viene chiamata: via del Signore. C’è questo cammino nuovo che siamo invitati a percorrere all’inizio di questo nuovo anno liturgico, cammino che forse a tratti abbiamo già percorso, ma che probabilmente non siamo riusciti a gustare fino in fondo, perché distratti da altri cammini ritenuti superficialmente più allettanti perché più immediati. E allora, il grido che oggi esce dal deserto è quello di riscoprire la bellezza di una relazione nuova, che esige attenzione, riscoprire il gusto di una vita piena che viene non dai calcoli dei propri sforzi, ma dall’accoglienza umile del dono di un sorriso, di un abbraccio, di uno sguardo del fratello e della sorella accanto a noi. Piccole cose, ma che dicono che la grandezza di quello che noi chiamiamo Dio è passata attraverso le parole, gli sguardi e le attenzioni del suo figlio amato per coloro che gli erano vicini. Accogliendo il suo Spirito c’impegniamo a fare altrettanto. È questo quel cammino nuovo che, non a caso, veniva identificato con la Chiesa che, prima di essere un edificio o una gerarchia, è uno stile di vita.




Consolate, consolate il popolo mio” (Is 40,1). Come fa l’anima rimanere insensibile dinanzi a questo annuncio? C’è un desiderio percepito dal profeta di curare la vita ferita del popolo d’Israele, umiliato nella terra d’esilio. Da dove viene questo desiderio? Il profeta lo coglie come un volere di Dio. C’è una volontà di vita autentica che è dentro la storia e che è più forte delle debolezze umane, dell’incapacità dell’uomo e della donna di vivere bene la propria vita. C’è qualcosa di più forte del male dell’uomo e della donna e questa forza positiva è colta dal profeta come realtà sovrasensibile, come qualità spirituale indistruttibile. Non solo, ma questa consolazione che viene dal cuore della storia e che ha il sapore della misericordia del Dio che è Madre e Padre, s’inserisce nel desiderio di pace dell’uomo e della donna e per questo viene percepito con una gioia immensa. “Tutti gli uomini insieme la vedranno” (Is 40, 5). Per chi nella vita è già passato da esperienze di esodo, di esilio, di fuga da situazioni di violenza, sa come da queste terre altre, la mente e il cuore umano rimangano avvinghiate al proprio passato, nella speranza continua di tornare alla terra natale. Il grido di consolazione lanciato da Isaia è diretto al popolo d’Israele in esilio a Babilonia, risuona nel cuore dell’umanità di tutti i tempi, quell’umanità che non accetta le situazioni violente e aggressive come un destino inoppugnabile, ma che cerca con tutte le forze esistenziali e spirituali un futuro che assomigli il più possibile al passato di gloria infisso nella memoria. C’è un desiderio di vita autentica dentro al cuore dell’umanità, che coincide con il desiderio del Dio della rivelazione manifestato nel Suo Figlio Gesù, un desiderio di amore infinito che non può che donarsi continuamente perché è donandosi che genera vita. La Parola che ascoltiamo nelle liturgie è un continuo richiamo a quella vita autentica manifestatasi nel Figlio e che sentiamo profondamento nostra, nonostante tutto. E’ questa, allora, la nostra consolazione, vale a dire, che quel desiderio di vita che abbiamo nel cuore e che spesso non riusciamo ad esprimere, verrà manifestato definitamente dal Figlio ad un livello così alto che ci sarà donato gratuitamente dal Suo Spirito.




Preparate la via del Signore” (Is 40,3). E’ così grande il dono che arriva annunciato dal profeta, la consolazione insperata, che all’uomo e alla donna non tocca altro che prepararsi a questo dono. Il dono precede lo sforzo e, in un certo senso, lo sostiene e lo orienta. Cogliere questo dettaglio è di fondamentale importanza per non far scivolare il discorso sul piano morale che provoca i sensi di colpa, tipici di una prospettiva religiosa. Anzi, se c’è una prospettiva che queste pagine della seconda domenica di avvento vogliono sottolineare, è proprio questa uscita dalla prospettiva religiosa per entrare nella dimensione della fede che, invece di sacrifici, sforzi, esige amore, accoglienza, gratitudine. Uscire dalla logica religiosa, significa quindi abbandonare la logica del merito per entrare nella relazione materna e fraterna della vita in Cristo. E infatti, non è un caso se il popolo d’Israele per trovare una nuova relazione con Dio esce da Gerusalemme dove c’è il tempio, che simbolizza la religione per antonomasia, ma che non è stata in grado di riempire di senso la vita del popolo, e va verso il deserto per ascoltare la voce di un profeta: Giovanni battista, che incarna il nuovo Elia (a questo punto si potrebbero fare delle attualizzazioni stupende: le lascio alla fantasia dei lettori). “Accorrevano a lui tutta la regione della giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme” (Mc 1, 5). D’ora innanzi, il senso di una vita piena, che consiste in relazioni umane fondate non sul merito, ma sul dono di sé, proprio come ci mostrerà Gesù, che non a caso Marco definisce figlio di Dio e non di Davide, per indicare una netta presa di distanza dal dio violento e guerriero del re di Gerusalemme, mostrando in questo modo il volto nuovo di Dio che verrà presentato dal suo Figlio, l’amato, il volto della misericordia, della pace, che si diffonde nell’umanità attraverso il dono del suo spirito. “Egli vi battezzerà in Spirito Santo” (Mc 1,8).

 

 

mercoledì 25 novembre 2020

VEGLIATE Prima domenica di Avvento/B

 



Paolo Cugini

 

L’anno liturgico si apre con la prima domenica di Avvento con un grido che, nel vangelo di oggi, viene ripetuto quattro volte: vegliate! È un grido quasi assordante perché viene ripetuto in modo insistente. Ed è il grido che Gesù ha rivolto ai sui discepoli e discepole prima della sua passione e morte narrate nel Vangelo di Marco. Grido che, come sappiamo, è rimasto inascoltato. Il Vangelo infatti ci ricorda che: “Gesù venne di nuovo e li trovò addormentati” (Mc 14, 40). C’è un sonno che dice di una pesantezza esistenziale, che rivela un modo superficiale di stare con il Signore. Per questo è importante riflettere sull’indicazione che oggi Gesù rivolge a noi: Vegliate! Che cosa significa, allora, questo grido e a chi è rivolto?

Ci aiuta nella riflessione il brano del profeta Isaia della prima lettura. C’è una possibilità di pensare di vivere senza Dio, d’impostare la propria esistenza come se Dio non esistesse. “Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie?” (Is 63, 17). Sono le parole del profeta che testimoniano la situazione tragica di un popolo che, nell’esilio in Babilonia, senza la possibilità di accedere al Tempio, non riesce più a percepire la presenza di JHWH e, di conseguenza, si sente abbandonato. Come mai è potuto accadere questo? La risposta del profeta è chiarissima: “Nessuno invocava il Tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a Te” (Is 64,6). C’è stato un periodo in cui il popolo ha iniziato a dormire, in senso spirituale, ha cioè smesso di porre al centro della propria vita il Signore, la sua Parola e, così, lentamente, il cuore si è indurito: “Perché lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema?” (Is 63, 17). L’indurimento del cuore come risultato della dimenticanza del Signore produce insensibilità nei confronti della sua proposta.

La liturgia pone questo testo all’inizio del nuovo anno liturgico per aiutarci a verificare se anche noi stiamo sperimentando l’insensibilità nei confronti del Signore, il cuore indurito, sintomo di una chiusura profonda nei suoi confronti. Per rimanere all’interno della metafora del vegliare, la situazione esistenziale e spirituale narrata nel brano di Isaia descrive la situazione opposta, vale a dire, il dormire. Nel senso spirituale del termine, dormiamo quando smettiamo di cercare il Signore, ci abituiamo a fare senza di Lui perché non ne sentiamo il bisogno, non ci svegliamo più alla mattina cercando il suo volto, ascoltando la sua parola. E così, lentamente, diveniamo facile preda della proposta egoistica del mondo che agisce sui sensi ma, soprattutto, agisce in coloro che smettono di pensare, di porsi le domande profonde della vita, smettono di curare la propria vita spirituale. Il vuoto interiore e la tiepidezza nei confronti di Dio sono il risultato di una vita fatta all’insegna della dimenticanza. Ci addormentiamo, quindi, quando smettiamo di pensare al Signore, di cercarlo con tutte le nostre forze, soprattutto nei momenti di maggior bisogno in cui, spesso, ci lasciamo prendere la mano dallo sconforto, basandoci sulle nostre forze, la nostra volontà, le nostre logiche. Vegliamo, invece, quando anticipiamo ogni giorno nella preghiera, quando ogni giorno ci alimentiamo della Parola che orienta la nostra vita, ci rivela il significato evangelico della realtà e, soprattutto, ci sforziamo durante la giornata di viverlo. Con il tempo, questo esercizio spirituale ed esistenziale ci rende pieni di Lui, ci sono gioia anche nelle situazioni tragiche. Gioia e pienezza sono alcuni dei doni che lo Spirito Santo elargisce a coloro che vivono del Signore.

Quali sono i doni che dovremmo augurarci di ricevere all’inizio dell’anno liturgico per rimanere svegli? Ce lo dice san Paolo nella seconda lettura di questa prima domenica di Avvento. Sono sostanzialmente due: “In Gesù Cristo siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza” (1 Cor 1,5). In primo luogo, quest’anno dovremmo augurarci di riscoprire il dono della Parola di Gesù, il suo Vangelo, che orienta la nostra vita, illumina il cammino, ci toglie dall’illusione di essere i padroni del nostro destino. Una Parola che è viva, perché il risorto è vivo in mezzo a noi e, con la forza del suo Spirito, ci aiuta a comprendere la realtà alla luce del Vangelo. In secondo luogo, in questo tempo di avvento chiediamo il dono della conoscenza. Non si tratta di una conoscenza che deriva dalle cose lette, ma dal vangelo vissuto. Aumentiamo nella conoscenza del Signore quando ci sforziamo di vivere durante la giornata la parola ascoltata alla mattina. È un processo lento, quotidiano, che lentamente forma in noi, come direbbe sempre san Paolo, il pensiero di Cristo, il suo modo di concepire il mondo, la storia, la vita. La conoscenza che si rafforza in noi vivendo il Vangelo ci libera dalle illusioni, dalle false religioni, dalle ipocrisie tipiche della persona religiosa. Questo tipo di conoscenza non si apprende sui libri, ma nel cammino personale della vita quotidiana, nelle scelte che facciamo, nel discernimento che cerchiamo alla luce del Vangelo.

La bellezza e il fascino della vita di fede sta nel fatto che, a differenza delle logiche del mondo, non siamo mai messi fuori gioco, ma sempre ci vien offerta un’occasione per riprendere il cammino. Non perdiamola.

 

martedì 1 settembre 2020

FEDE E LIBERTA'



(dai quaderni spirituali del 2003)

Paolo Cugini


 Perché si assiste oggi, anche in campo cattolico, al rafforzarsi di tendenze fondamentaliste? Il fenomeno può essere visto da due punti di riferimento. Da una parte il clima di paura, che si sta generando, la cultura post moderna senza punti di riferimento chiari e altri fattori (come ad esempio la destrutturazione della famiglia), lasciano gli individui in una insicurezza tale da cercare qualcosa di “forte” che possa infondere sicurezza. Dall’altro, se si legge attentamente il Vangelo, si scopre che il cammino di sequela, è fatto con un maestro di vita che introduce il discepolo nel cammino. Sono i discepoli che incontrano il maestro e i discepoli stessi che indicano ai loro amici il maestro. Ciò significa, che il maestro non può essere messo di ufficio. Che senso ha imporre un unico direttore spirituale ad una comunità? È evangelico? O rispecchia piuttosto una volontà di controllo? 

Per essere maestro, poi, non basta avere del carisma: occorre essere persone libere Quanti presunti maestri che oggi e nel passato hanno passeggiato sui sentieri della storia servendosi dei discepoli per promuoversi, invece di aiutare i discepoli a liberarsi? La Chiesa è piena di queste pagine vergognose di rapporti di dipendenza e, purtroppo, non si può dire che il libro della vergogna sia chiuso. Un maestro è una persona che riesce a vedere al di là del proprio egoismo. Un maestro è una persona che ogni giorno si pone davanti al Signore chiedendogli perdono. Il maestro si vede e si riconosce dalla sua libertà. Che cosa significa questa libertà? La libertà è un dono dello Spirito, è un segno dell’amore di Dio. 

Quando viviamo dell’amore del Signore, e lo cerchiamo con il cuore faremo di tutto affinché le persone che incontriamo lo possano conoscere.


giovedì 25 giugno 2020

QUALE SEQUELA?




[Note dal diario spirituale del 2003]

Paolo Cugini

Mt. 20,1-18: Tu, Signore, chiami al lavoro della Tua vigna chi vuoi e quando vuoi. C’è questo primo aspetto importante: Tu esci a tutte le ore per chiamare operai a lavorare. È la missionarietà: uscire per chiamare a lavorare. Uscire sempre, senza stancarsi di invitare qualsiasi persona per lavorare. Uscire per invitare: è segno di una libertà immensa, che rivela anche il desiderio di incontrare chi è fuori. È segno anche di un universalismo: tutti sono invitati a lavorare nel Regno dei cieli. Non ci sono esclusi. Chi entra, entra per lavorare e non per fare ciò che vuole. Lavorare nella vigna del Signore, significa aderire ad un progetto, accettare di collaborare ad un progetto che non ho creato io, ma che mi è stato offerto. Ciò è importante. La realizzazione personale passa attraverso l’adesione ad una proposta, un progetto che è al di là di me, di ciò che io posso pensare o intendere.

“Perché siete qui tutto il giorno inoperosi?” (Mt. 20,6).

Condizione umana: Inoperosità, non sapere che cosa fare e perché fare. Condizione di inquietudine o, al contrario, di rilassatezza. Mancando una proposta, una meta per cui valga la pena lavorare l’uomo perde la tensione verso il futuro. La parabola, infatti mostra che si cammina verso il futuro se si lavora nel presente. O meglio, che il futuro non è semplicemente un punto posto fuori dal tempo e dalla storia: al futuro ci arrivo lavorando ogni giorno. Tempo e storia sono il luogo esistenziale e teologico in cui si realizza il futuro. La vigna, il Regno dei cieli, è quella realtà, situazione che riempie il tempo e la storia umana di significato, aiutandola a camminare verso il futuro.

“Andate anche voi nella vigna” (Mt. 10,7).
Forza di una proposta. Forza dell’incontro, della relazione. Il padrone di casa sa che ha bisogno di operai per lavorare la vigna. Importante è lavorare la vigna. Non ci sono troppe regole, né legislazioni specifiche per entrare a lavorare. Basta l’invito. La vigna come realtà in cui si incontrano le persone invitate. Mi colpisce questa assenza di norme, di decreti, prescrizioni. Si entra nella vigna, se invitati nella vigna per lavorare e per nessuna altra cosa. La motivazione del lavoro è la paga. Una paga che è uguale per tutti. Come se importante, l’importante fosse il lavorare nella vigna, perché lavorando nella vigna c’è l’assicurazione di un futuro. È inutile, quindi, entrare nella vigna con delle prospettive moderne: meritare di più o meno, essere primo o ultimo.

“Gli ultimi saranno i primi e i primi ultimi” (Mt. 20,16).
Tu Signore sconvolgi le logiche moderne, la tensione che gli istinti egoistici provocano nel cuore umano che lo spingono a primeggiare, ad essere superiore agli altri. Il lavoro nella vigna, svuota l’uomo e lo doma da questi desideri dettati dalla concupiscenza. Il lavoro nel Regno dei cieli svuota l’uomo dall’egoismo e dall’orgoglio, perché l’uomo che lavora per il Regno, per la vigna si riempie di Dio e così non sente più il bisogno di affermare se stesso negando il fratello. È il lavoro nella vigna che per sua natura è appagante, realizzante. Sono concetti umani che sto utilizzando, ma che esprimono ciò che succede o che deve succedere nel cuore e nella mente di colui che accetta l’invito di lavorare nella vigna del Signore.

“Quando giunsero i primi pensavano che avrebbero ricevuto di più” (Mt. 20,10).
È triste rimanere a lavorare nella vigna del Signore senza che nulla accada, nulla si trasformi. Come può accadere ciò? Perché possiamo rischiare di lavorare tanti anni nella vigna senza che muti sostanzialmente l’atteggiamento di fondo? Perché dipende da come ci stiamo nella vigna. Se si lavora nella vigna coltivando dei progetti, delle aspettative, oltre il lavoro nel regno non attingeremo molto in profondità e l’anima rimarrà in superficie. Quando invece viviamo nella vigna con il cuore pieno di gratitudine per l’occasione che ci è stata offerta, allora, questa gratitudine, svuoterà totalmente il cuore dai sentimenti egoistici. È l’affetto della grazia santificante che causa quello che significa.


venerdì 12 giugno 2020

CORPUS CHRISTI






Paolo Cugini
Prima lettura: Dt 8, 2-3. 14-16


Mosè parlò al popolo dicendo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz'acqua; che ha fatto sgorgare per te l'acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».

Commento
Perché la liturgia ci fa leggere questo brano nel giorno in cui celebra la solennità del Corpus Christi? Non sarebbe stato meglio leggere il brano di Es 12, che ricorda la prima Pasqua ebraica? Anche il Vangelo di questa liturgia non riporta la narrazione dell’ultima cena di Gesù, ma Gv 6, che è uno dei significati dell’eucaristia.  Quindi, anche questo testo del Deuteronomio vuole offrire un contenuto d’interpretazione del rito, ed è in questa prospettiva che lo leggiamo. Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto (Dt 8,2).

Prima di tutto ci dev’essere un ricordo di un cammino, che è il cammino della nostra vita che non è casuale, ma che è guidato dalla mano provvidenziale del Signore. Si entra nell’assemblea della domenica con questo ricordo, con la percezione di essere in un cammino che, per sua natura è lungo. Viene detto anche che il cammino si compie nel deserto e ciò significa che non è rettilineo, non è una progressione veloce verso una meta visibile, ma un cammino in cui spesso ci si perde, perché nel deserto non ci sono indicazioni, non s’intravede la meta. Nel deserto l’unica certezza che si ha è quello che si ha nel cuore, per questo diventa importante il versetto successivo: per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore. Non si può far parte dell’assemblea eucaristica se non si ha il contatto con il proprio cuore, con la propria coscienza, con la consapevolezza di quello che siamo, delle nostre fragilità, di quello che abbiamo nel cuore. Tra le cose che troviamo nel cuore c’è anche il nostro modo di cogliere Dio, di pensarlo. Il cammino nel deserto della vita dovrebbe condurci a distruggere gli idoli che ci simo costruiti, le fantasie su di Lui, per fare spazio alla sua manifestazione, a come Lui desidera presentarsi a noi., Per questo il tempo di deserto, che è il senso del cammino della nostra vita, è tempo di umiliazioni, perché dovremo accettare che ci siamo sbagliati su di Lui, che abbiamo lasciato spazio affinché gli altri ci convincessero della loro religione, quella religione sociale che troviamo a buon mercato sin dalla nascita; quella religione di comodo che nessuno mette in discussione, sino a quando nel deserto della vita scopre che il dio di quella religione corrisponde solo ad interessi umani, tremendamente umani. Questo tipo di umiliazione diviene fondamentale per lasciare spazio al pane di vita, che è il Vangelo, la Parola del Signore, che è la vera vita, la luce, l’amore di cui siamo plasmati e che è il senso profondo della nostra vita, del nostro cammino.




Vangelo: Gv 6, 51-58

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Commento

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.

È comoda pensare che il rito, la sua partecipazione, risolva tutti i problemi della vita cristiana. Lo si è visto molto bene nelle settimane in cui molti cattolici (molti, ma non tutti) esigevano la riapertura delle chiese per poter celebrare il culto domenicale. Come se nel culto si risolvesse la vita cristiana, Sventrare il culto per cogliere l’essenza del messaggio che contiene: è il senso della liturgia di oggi.
Di che cosa sta parlando Gesù? Di che sangue e di che carne sta parlando? Certamente non stava mettendo il discorso sul piano materiale, cioè non stava parlando delle sue fibre muscolari, del suo plasma, piastrine, dei suoi globuli rossi e bianchi, così come probabilmente intendevano i suoi interlocutori. E allora di cosa parlava, a cosa alludeva? La sua carne è la sua persona, il suo stile, il suo modo di stare nel mondo in mezzo agli altri; le sue scelte, la sua sete del Padre. Mangiare la sua carne vuole dire, allora, assimilare questo specifico stile di essere presente al mondo nella storia degli uomini e delle donne, masticarlo, ruminarlo, che vuole dire pensarlo, assimilarlo, meditarlo, dedicare tempo per farlo proprio.
E cosa vuole dire Gesù quando invita gli ascoltatori a bere il suo sangue? Che cosa simbolizza il sangue nella tradizione giudaica? La vita. Quanto sangue vedevano gli israeliti quando andavano al tempio! Il Sangue di Gesù è la sua vita donata gratuitamente. Bere il suo sangue significa questo: pensare a come ha donato la vita, amando i suoi che erano nel mondo sino alla fine; amando sino al punto da lasciarsi consegnare al nemico da uno dei suoi discepoli. Bere il suo sangue significa questo, vivere in modo gratuito e disinteressato, donando la vita per le sorelle e i fratelli, soprattutto i più bisognoso, per coloro che non contano nulla, per lo meno per la società.
Più che moltiplicare delle messe e azzannarci per riavere a tutti i costi i nostri riti, anche a scapito della salute degli altri, si tratta di aiutarci a vivere ciò che riceviamo nella celebrazione eucaristica: un pane, una vita spezzata per noi e un sangue versato per amore di tutti, affinché tutti possano avere la possibilità di uscire dai torbidi cammini religiosi per entrare umilmente nel cammino del Signore. Dietro a Lui.


GUAI AGLI SPENSIERATI DI SION






Paolo Cugini

Guai a coloro che si sentono sicuri in Sion e a coloro che sono fiduciosi sul monte Samaria (Am 6,1). Sicurezza come situazione che ostacola la fede, che esige la capacità di convivere nell'inquietudine. Insicurezza, incertezza sono l’ambiente di cui si nutre la fede. In questo senso la situazione di ricchezza non aiuta allo sviluppo della fede, della fiducia in Dio, perché le persone ricche si abituano a porre la loro fiducia nelle cose materiali, nel denaro. A che serve Dio quando hai tutto (o pensi di averlo)? Perché invocare Dio quando hai tutto ciò che ti serve per vivere? Lo stile di vita spensierato dei ricchi non permette loro di cogliere la realtà delle cose, vale a dire, l’ingiustizia in tante persone sono immerse.

Guai a color che coloro che giacciono su letti d’avorio e sono sdraiati sui loro divani, che mangiano agnelli del gregge e vitelli della stalla, che canticchiano al suono dell’arpa (Am 6, 4-5). Viene ribadita la stessa idea. Nella vita gaudente e spensierata si rischia di dimenticare l’ingiustizia, coloro che vivono condannati nella povertà dovuta dall'ingiustizia subita. Questa dimenticanza che dice di una disuguaglianza profonda, sarà punita.

Ma non soffrono per la rovina di Giuseppe (Am 6,6). Questo è il motivo della condanna della ricchezza, della vita spensierata: la dimenticanza di chi soffre, della situazione reale d’ingiustizia in cui vive il Paese.

La vita sobria va scelte per mantenere costantemente il cuore attento alla realtà circostanza. La spensieratezza addormenta l’anima, che diventa incapace di sentire, di patire con gli altri.

venerdì 1 maggio 2020

IL SENSO DELLA MISSIONE





Meditazioni spirituali dal diario del 2003

Paolo Cugini


“La messe è molta ma gli operai sono pochi” (Mt. 9,37).
La messe fa riferimento al frutto che deve essere raccolto. Non è l’inizio, ma la fine del lavoro. Gesù dice che mancano operai per questo lavoro conclusivo: che cosa significa?

Nel Vangelo di Matteo è descritta l’azione di Gesù in Parole (5-7) e opere (8-9). Al termine di questo lavoro estenuante Gesù constata che mancano persone idonee a raccogliere il frutto del suo lavoro. Senza dubbio la parola e l’azione di Gesù hanno prodotto nei cuori degli ascoltatori frutti di conversione. Si tratta ora di raccogliere questi frutti, rafforzando la fede di coloro che sono stati stimolati dall’annuncio della Parola, incoraggiandoli a continuare, e così via. Ciò significa che, senza ombra di dubbio, chi sta seminando nelle coscienze è venuto dal Verbo è il Signore, è lo Spirito Santo: ciò è fuori discussione. Ciò che agli occhi di Gesù sta mancando è qualcuno capace di raccogliere questo grande frutto: la messe è grande. Il fatto che la messe è grande significa anche che il seme della Parola non è qualcosa di esclusivo, ma agisce in qualsiasi persona che rimane attenta all’annuncio.

Per questo Gesù chiama i suoi discepoli e li manda a raccogliere. Non può essere qualsiasi persona a raccogliere questi frutti: deve essere un discepolo mandato da Gesù.

Discepolo è colui che ha fatto una scelta, che si è deciso di seguire Gesù con tutto se stesso, che ha abbandonato il proprio passato per stare con il Signore. In secondo luogo deve essere mandato: il Padre invia Gesù, Gesù invia i discepoli, la chiesa invia i ministri. Il fatto che Gesù invia dice che Lui stesso fa una scelta. In Luca Gesù sceglie tra settantadue e ne manda dodici. Ci deve essere un cammino di discernimento. C’è un cammino di discernimento che Gesù compie con i suoi discepoli, per capire che può assumere questo compito di raccogliere la messe. E poi Gesù inizia: ciò significa che l’azione missionaria è una risposta ad un mandato, e non è una mia libera iniziativa. Perché è così importante questo aspetto? Perché se ricevo un mandato, devo inseguito mostrare il lavoro che sono inviato a compiere. Quando non c’è discernimento, quando non c’è un mandato effettivo il lavoro di evangelizzazione diventa a servizio del mio orgoglio e del mio egoismo. E così quando non mi soddisfa più lascio stare.

Nel mandato Gesù consegna dei compiti ben specifici. C’è in primo luogo una direzione da prendere. Non si annuncia il Vangelo a qualsiasi persona. In primo luogo ci sono i dispersi della casa di Israele. Attualizzando il versetto si può dire che, è necessario rivolgersi prima di tutto ai battezzati dispersi. In secondo luogo c’è una serie di elementi da tenere in considerazione; “Curate gli ammalati, risuscitate i morti, purificati i lebbrosi, espulsate i demoni”.

È un rapporto autentico con la vita che il discepolo è mandato a instaurare. Ciò che gli è chiesto è sgombrare il terreno da ciò che rende difficile lo sbocciare, il crescere della vita. È chiaro che se vedo qui soprattutto il senso spirituale. Malattia, morte, lebbra, demoni indica quelle situazioni esistenziali che non permettono alla Parola di Dio di crescere. Qui diventa evidente che non può essere qualsiasi persona a incontrare questa realtà. Il discepolo inviato a mietere è messo in contatto con una realtà impastata di peccato, di morte, di perdizione. Ci vuole allora molta fede, molta forza interiore. È necessario un legame fortissimo con Dio: per questo il mandato. Il mandato dice di un cammino che c’è stato, un rapporto che si è consolidato, delle rinunce che sono avvenute, delle scelte fatte. Il mandato dice di una vita nuova che è stata accolta e che ora è inviata a contatto con una realtà di peccato, di morte.


lunedì 9 marzo 2020

QUALE GESÙ?






[dalle meditazioni del 2003]
Paolo Cugini

Che Gesù sto vendendo? Che Gesù la mia parrocchia sta offrendo?
Esiste un Gesù fatto dal mondo dalle mani del mondo, dei desideri del mondo. È il Gesù bambino, che non scomoda, non sporca, non fa arrabbiare nessuno, non chiede a nessuno di cambiare vita. Esiste questo Gesù di zucchero, dagli occhi dolci, azzurri, bello, che piace alle signore. Il mondo si è fatto e continuamente si fa il proprio Gesù, un Gesù su misura, la misura del proprio egoismo, del proprio orgoglio. È il Gesù buono, che non grida, che manda i bacini, che sorride, che non si chiede nulla, che non mi chiede di cambiare vita, che, in definitiva, mi lascia in pace. Questo è il Gesù del mondo, è il Gesù che il mondo vuole, il Gesù fatto dal mondo, su misura, una misura comoda, che non inquieta la coscienza di nessuno. È il Gesù che posso incontrare quando voglio io. Perché prima di tutto ci sono io, con i miei problemi, il mio lavoro, i miei campi poi, forse c’è Lui. Poi quando ho fatto tutto quello che dovevo fare, c’è spazio per Lui. E capita allora, che passo un mese senza partecipare dell’Eucarestia, ma non fa nulla, Lui non mi dice nulla, Lui sa che non potevo perché avevo tante cose da fare, da risolvere. Di fatto io sono una persona importante, che ha tante cose da fare e Gesù che è buono, che non condanna nessuno, Lui capisce e non dice nulla. Anche perché io, Gesù lo posso pregare dove voglio e quando voglio. È meglio, infatti, molto meglio – così pensa l’uomo mondano, l’uomo del mondo – stare in casa, pregare Gesù in casa. A cosa serve – dice l’uomo mondano – andare in chiesa mangiare l’ostia e poi fare peggio degli altri: è meglio stare in casa al calduccio e non essere ipocriti. Così pensa l’uomo del mondo. D’altra parte c’è il Vangelo che mi mostra un Gesù tutto differente: il Gesù che scandalizza. Paolo, infatti diceva così: “Noi predichiamo Cristo Crocefisso scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani” (1° Cor. 1,22).

Gesù è uno scandalo, è scandaloso, scandalizza e scuote la mia coscienza. Egli è venuto per non lasciarmi in pace. E allora tutti quelli che cercano tranquillità, comodità, hanno sbagliato religione, perché il Signore Gesù è venuto per portare la guerra, la divisione. Egli è infatti motivo di contraddizione: “Egli è qui per la rovina e la resurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione per chi siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc. 2,35).

Gesù è venuto a portare la salvezza, ma questa salvezza non la si compra: la si può solo accogliere e la si accoglie solamente facendo un cammino di conversione, per mettere la mia vita nel cammino che Lui ha tracciato e non viceversa. Non è Cristo che si deve convertire a me, ma io a Lui. Se no la fede diventa idolatria.

Il Gesù Cristo della storia è brutto, non ha apparenza (Is 53). Ha sofferto, è morto in croce. Ha predicato contro ogni forma di sopruso, di schiavitù, di ingiustizia. Per questo è morto, per questo ha sofferto, per questo lo hanno ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato indicando che, d'ora inanzi, la vita passa da Lui, il Figlio amato. 


martedì 29 ottobre 2019

ENTRARE







[dal diario spirituale del 2003]
Paolo Cugini

Mc. 9,41-50: Il tema del vangelo di oggi è senza dubbio entrare. Dove? Per due volte è detto nella vita e l’ultimo viene detto entrare nel Regno di Dio. Il problema è: come entrare nella vita, nel Regno di Dio. Gesù fa tre esempi che riguardano parte del corpo: mano, piede, occhio. Se uno di questi membri del corpo divengono motivo di scandalo è meglio toglierlo (il piede e la mano viene detto di tagliarlo, mentre l’occhio viene cavato).  Che cosa significa? Certamente il discorso deve essere collocato dentro il clima delle esigenze delle sequele, che è un cammino di perfezione. È un tono molto radicale. Tutto ciò che può essere oggetto di scandalo, che può impedire il cammino deve essere tagliato in modo radicale. Occorre capire allora che cosa sta rendendo scandalosa la nostra vita, la testimonianza.
Per tre volte è ripetuto: scandalizzate. È chiarissimo il riferimento alla dimensione personale della sequela. Che cosa significa? Che la priorità della sequela non è il servizio, ma la risposta personale e la disponibilità a rinnovarla. Mantenere la risposta in un clima di spogliazione e nudità assoluti.

La grande sfida dell’incarnazione è una missione fatta con i mezzi del posto in cui si vive e non impiantarli. Il fascino della missione è annunciare il Vangelo vivendo in mezzo al popolo, come la gente vive, utilizzando i mezzi della gente. È un cammino lento che deve fare i conti con la salute fisica, prima di tutto e con i tempi di adattamento. Costruire una comunità parrocchiale con i mezzi che si trovano sul posto.

Che cosa deve essere tagliato nella mia vita? Quelle mani, quei piedi, quegli occhi che tentano di costruire una autosufficienza, un’autonomia, un’indipendenza dal piano di Dio. Tagliare per essere liberi. Il cammino è duro e difficile, anche perché l’istinto di sopravvivenza è molto forte e rischia di trascinarsi dietro cose che poi impediscono la bellezza del cammino.

Dio è disceso ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Mi sembra esteticamente bellissimo e denso di significati esistenziali e spirituali, per cui è bene non appesantirlo troppo di contenuti e interpretazioni teologiche. Contemplare il mistero con lo sguardo apofatico caro alla tradizione ortodossa. Dunque, Dio è disceso dal cielo per incontrare l’umanità disorientata e persa. Riempie il cuore di gioia la consapevolezza di avere un Dio che osserva la condizione umana e fa di tutto per aiutarla a riprendere il cammino. Lo aveva già compiuto altre volte, come per esempio in Osea 11. In quell’occasione YHWH si trovava dinnanzi ad un popolo ostinato, dal cuore duro. Un popolo sordo al richiamo di YHWH: “Tanto più li chiamava, tanto più loro si allontanavano da me” (Os. 11,2). L’aspetto sorprendente è che è proprio questo popolo ostinato e sordo che YHWH decide si salvare: “Come potrei abbandonarti o Efraim, consegnarti, o Israele? Il mio cuore si contorce dentro di me, le mie interiora si commuovono” (Os. 118).

È questa compassione di Dio per l’umanità che troviamo presente nel mistero dell’incarnazione. In questa prospettiva la discesa di Dio dal cielo per soccorrere l’uomo e la donna ha tutte le sembianze di un abbassamento. Dio si è chinato sull’umanità perduta e ha deciso di intervenire. Questo intervento non avviene però dall’alto verso il basso, ma al contrario. Dio decide di intervenire – se così si può dire – non con un intervento autoritario, ma debole e nascosto. È disceso dal cielo di fatto nascondendosi, per così dire in mezzo a quell’umanità che voleva salvare. Di fatto si è talmente nascosto che nessuno lo ha notato. È nato da una donna (Gal. 4,4), da una stirpe, la stirpe di Davide (Rom. 1,3). È diventato simile agli uomini (Fil. 2,7), con una carne e un sangue simile alla loro (cfr. Eb. 2,14). Dio si è nascosto nella somiglianza umana a tal punto da risultare irriconoscibile. Infatti i suoi contemporanei assistendo ai suoi miracoli rimangono increduli perché dicono: “Non è lui il falegname, il figlio di Maria e fratello di Giacomo, di Giuseppe, di Giuda e di Simone?” (Mc. 6,3).

La discesa di Dio in cerca dell’umanità perduta non è solo un cammino di somiglianza ma anche di umiliazione. Dio nell’incarnazione non si è aggrappato alla sua condizione divina, ma si è fatto simile all’uomo. Umiliazione significa che il Figlio dell’uomo ha accettato di passare per quelle situazioni tipiche della condizione debolezza umana come la sofferenza e la morte che, senza dubbio non appartengono alla sua condizione divina. Per vivere questa obbedienza, sottomessa alla legge degli uomini ha trascorso molto tempo in ascolto. Dall’adolescenza e dalla giovinezza di Gesù di fatto non si sa nulla, ma è significativo. Di fatto prima di cominciare a parlare e a mostrare con parabole tratte dalla realtà culturale in cui viveva, del Regno di Dio, Gesù è rimasto in silenzio per molto tempo. In silenzio è nascosto: così ha preparato la sua missione. Gesù ha trascorso molto tempo in ascolto della realtà cui avrebbe annunciato il Regno di Dio. Lo si capisce dalle parabole, dalle polemiche con i farisei. Nel cammino di discesa c’è anche questo tempo di silenzio e ascolto come tempo necessario per la sua incarnazione nella sua fase di inculturazione.