mercoledì 19 febbraio 2025

LO CONDUSSE FUORI DAL VILLAGGIO

 




Allora prese il cieco per mano, lo condusse fuori dal villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani (Mc 8,23). 

Bello questo gesto di Gesù che conduce fuori dal villaggio il cieco pe curarlo. Perché lo porta fuori: che cosa significa? Nel Vangelo si Marco il villaggio è il luogo della tradizione, che non accetta la novità e, di conseguenza, resiste alla novità del Vangelo. Dentro al villaggio, a contatto con una mentalità tradizionale è molto difficile passare dall’oscurità alla luce, compiere, cioè, un cammino di conversione, di cambiamento. È necessario uscire. È Gesù che conduce fuori il cieco. È il contatto con la luce di Gesù che veniamo condotti fuori dai villaggi esistenziali, per poter compiere un cammino di trasformazione, che ci permette di cogliere la cecità che la cultura della tradizione mette dentro di noi. È fuori dai contesti quotidiani, che possiamo cogliere la verità di cui viviamo e, allo stesso tempo, l’urgenza di compiere un cammino, che è graduale, nel senso che non si guarisce dalla cecità causata dalla tradizione da un giorno all’altro: ci vuole tempo. 

E lo rimandò a casa sua dicendo: Non entrare nemmeno nel villaggio

È bellissima questa indicazione di Gesù. Chi ha intrapreso un cammino fuori dal villaggio, fatto di persone con la mente chiusa, di coloro che non riescono ad uscire dalla comodità letale di una vita in cui “si è sempre fatto così”, non può ritornare tra le persone dalla mente fasciata: non lo accetterebbero. E allora, bisogna avere il coraggio di prendere le distanze con il passato, per guardare avanti, per fare spazio allo Spirito del Signore, disponibili a camminare su nuovi sentieri: è il fascino della vita secondo lo Spirito. 

sabato 8 febbraio 2025

VI DOMENICA TEMPO ORDINARIO/C

 




Ger 17,5-8; Sale 1; 1Cor 15, 12.16-20;Lc 6,17.20-26



Paolo Cugini

 Riuscire a non turbare una liturgia della Parola come questa non è facile. Per commentare questa Parola in modo che penetri nel cuore delle persone con tutta la forza di cui Essa è costituita, è necessario camminare in modo molto coerente con il contenuto del testo. Perché il pericolo costante del predicatore è quello di diluire il contenuto della Parola secondo i propri limiti, cioè di non lasciare che la Parola dica quello che voleva dire, ma trascinarla dalla propria parte, giustificando così la propria mancanza di fede, l’incapacità di seguire Gesù con quella coerenza di vita che il Vangelo esige. In questo modo, non solo il predicatore non si converte, ma anche il popolo di Dio, soprattutto quello più debole nella fede, che non si sforza di informarsi leggendo e sfogliando il testo della Scrittura, ma si lascia trascinare dal discorso del predicatore. Infatti, di fronte alle Parole appena ascoltate, possiamo riflettere entrando in noi stessi e pensando: “Come mai gli uomini, le donne di fronte ad una Parola come questa, continuano a mantenere lo stesso sistema corrotto che si nutre di ignoranza e pigrizia? ".

 «Beati voi poveri, perché vostro è il Regno di Dio. Beati voi che ora avete fame... Beati voi che ora piangete... Beati voi quando gli uomini vi odieranno... a causa del Figlio dell'uomo (Lc 6,20s). 

Parole impressionanti che richiedono una pausa di riflessione. In realtà, queste sono parole che contraddicono ciò che viviamo quotidianamente, dove i poveri vengono sminuiti, umiliati e massacrati. I poveri soffrono, soprattutto, perché sono umiliati nella loro dignità: sono degradati, considerati come persone di seconda fascia. Ecco perché i poveri non si piacciono e spesso cercano di mascherare la propria condizione sociale, per sentirsi accolti come persone e non rifiutati come qualsiasi altro animale. È questa persona umiliata, calpestata nella sua dignità che Dio pone al suo fianco, come suo primo erede. Il padrone del Regno di Dio non sarà uno dei potenti di questo mondo, ma, al contrario, uno tra gli esclusi, gli affamati, gli assetati, cioè tutti coloro che, in questo mondo, hanno sperimentato disaccordi a causa dell'ingiustizia umana. Questo è l'altro lato della storia. Dal punto di vista di Dio, nessuno è povero perché lo ha voluto, né perché Dio lo ha voluto. Se ci sono tanti poveri, non è a causa del disegno di Dio, ma a causa della malvagità dell'uomo, che non si accontenta di ciò che ha, ma vuole sempre di più. La povertà non è solo un problema sociale che gli uomini non possono risolvere: è soprattutto un problema spirituale. È lo stesso profeta Geremia che, nella prima lettura, ci fornisce il materiale per comprendere il punto di vista di Dio:

Maledetto l'uomo che confida nell'uomo e fa consistere nella carne umana la sua forza (Ger 17,5).

Questo è il problema: una vita confidando nelle proprie forze, nella ricerca dell'autosufficienza, dell'autonomia, che porta lontano dalle vie di Dio. Un uomo così, una donna così, che confida solo in se stesso e guarda solo il proprio ombelico, è maledetto da Dio, perché i frutti che produce sono frutti di morte. Chi bada solo al proprio interesse non si preoccupa dei problemi dei fratelli e delle sorelle che Dio mette sul suo cammino.

È una vita egocentrica, alla continua ricerca del proprio interesse, del soddisfacimento del proprio egoismo che, di conseguenza, provoca situazioni di tremenda ingiustizia e disuguaglianza.. I problemi che affrontiamo ogni giorno sono problemi sociali che hanno un'origine spirituale, cioè, sono stati tutti generati da persone egoiste, che hanno fatto e continuano a fare di tutto per trarre il massimo dalle situazioni in cui si sono trovate. Di fronte a questa situazione travolgente, Gesù esprime l'opinione di Dio, che non resta né silenzioso né neutrale di fronte al massacro dei suoi figli e figlie, ma assume una posizione molto chiara che deve condurre i cristiani sulla stessa strada. Pertanto, di fronte a questa pagina chiarissima, che non ha nemmeno bisogno di spiegazioni, potremmo chiederci: chi stiamo adulando? Su chi contiamo nel nostro presente e nel nostro futuro? Cosa e chi stiamo cercando? Non ha senso parlare continuamente di Dio, entrare in chiesa ogni domenica, mangiare il Corpo di Cristo se poi, nella vita concreta di tutti i giorni, il Corpo di Cristo viene lasciato indietro, perché cerchiamo i favori dei politici corrotti del mondo ogni giorno. 

Guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione! (Lc 6,24).

Con una Parola forte e chiara come questa, non c’è bisogno di chiarire da che parte sta Dio. Sì, perché la verità è questa: Dio, in Gesù, ha preso posizione, ha chiarito una volta per tutte che la ricchezza è sinonimo di ingiustizia, che, se c'è povertà è perché qualcuno è troppo egoista e a Dio non piacciono gli egoisti. Inoltre, queste parole forti e chiare ci spingono a cercare la nostra consolazione non in ciò che perisce, come la ricchezza, il denaro, l'accumulo di terre, ma in ciò che è imperituro, che dura per sempre. Per questo siamo qui e vogliamo nutrire le nostre anime con queste Parole e con il Corpo di Cristo, per rifornire la nostra vita dell'amore di Dio che si è manifestato in Cristo, che si è spogliato di tutto per donarci la propria vita. La vita di Gesù è l'opposto dell'egoismo, la sua strada è dalla parte opposta dei ricchi di questo mondo, il suo atteggiamento dischiude il significato autentico della vita umana e indica la strada che deve essere seguita da tutta l'umanità: l'amore. Cristo, infatti, non è morto solo per se stesso, per un semplice destino, ma per darci un esempio (1Pt 1,4s), affinché, interiorizzando la sua vita e le sue Parole, sappiamo guardare il mondo come Dio lo guarda e come Dio lo vuole e, ricolmi del suo amore, riuscire ad affrontare gli arroganti di questo mondo, che in ogni momento non perdono l'occasione di ingannare gli uomini e le donne con le loro vuote promesse.

Rallegratevi in questo giorno ed esultate, perché la vostra ricompensa sarà grande nei ciel (Lc 6,23).

Il Vangelo è un balsamo per le nostre orecchie, una delizia per i nostri occhi: è un invito continuo a non perdersi mai d'animo, perché Cristo stesso ha già percorso questa strada. Sta a noi riempire il nostro tempo non con parole vuote, ma con quella Parola che dà senso alla nostra esistenza. Il Vangelo, da un lato, si presenta come una Parola dura, dall'altro indica la via verso la salvezza, che comporta un cambiamento radicale di vita. Chiediamo a Dio che questa Santa Eucaristia possa essere un passo avanti nella ricerca di uno stile di vita diverso, più umano ed evangelico.


mercoledì 5 febbraio 2025

L'IGNORANZA INVINCIBILE

 



Paolo Cugini

Non è costui il falegname, il figlio di Maria? (Mc 6,2). C’è una conoscenza religiosa che. Invece di avvicinare al Mistero, allontana. È quella conoscenza superficiale, assimilata nell’infanzia e mai approfondita che. Con il tempo, diviene mero ricordo, una nozione come tante, che crea solamente presunzione. È quel tipo di conoscenza che non permette la ricerca autentica e che, ad un certo punto distorce i contenuti. È il caso del brano in questione, quando gli interlocutori chiamano Gesù il: figlio di Maria. Affermazione strana, quasi offensiva, in un contesto patriarcale come era quello ebraico, in cui ogni figlio era riconosciuto come figlio del padre, perché era il padre che dava l’identità della parentela. Indicando Gesù come il figlio di Maria, si vuole alludere in modo sarcastico, che Gesù non era altro che un bastardo, la cui identità paterna era sconosciuta. 

C’è un implicito riferimento ad una diceria che si era diffusa già al tempo di Gesù e riportata dal filosofo Celso che diceva che, in realtà, Maria aveva avuta una relazione con un romano chiamato il Pantera. Ancora una volta: quando la conoscenza del Mistero rimane al livello delle nozioni ricevute nell’infanzia, e non accompagna lo sviluppo cognitivo personale, diventa fonte di falsità, capace di raccogliere e divulgare ogni forma di spazzatura nozionistica, pur di non compiere la fatica della ricerca personale. Contro questo tipo di persone non c’è nulla che si possa fare. Lo stesso Gesù non perde tempo con loro: E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità (Mc 6,5). 

Dinanzi alla durezza dei cuori e delle menti c’è poco da fare: bisogna andare altrove. C’è una forma di ignoranza radicale che cresce con il tempo, contro la quale non c’è argomento che tenga. 

sabato 1 febbraio 2025

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA/C

 




Lc 4,1-11

Paolo Cugini


La prima domenica di quaresima, in tutti e tre i cicli liturgici, inizia con la pagina delle tentazioni di Gesù. Per cogliere la profondità del messaggio contenuto in questa narrazione, dovremmo provare a contestualizzarla. Che cosa significa, allora, leggere questa pagina in un contesto post-cristiano? In che modo il paradigma post-teista ci può aiutare a cogliere contenuti nuovi? C’è tutta una lettura religiosa e devozionale che per secoli ha orientato l’interpretazione di questa pagina sottolineando gli aspetti penitenziali e sacrificali, come se la penitenza e il sacrificio fossero strumenti indispensabili per meritarsi la vita eterna. In realtà l’esperienza umana di Gesù narrata in questa pagina è svuotata di qualsiasi elemento religioso. Gli eventi, infatti, non si svolgono in una sinagoga, in uno spazio sacro, ma nel deserto, che potremmo definire un non-spazio, nel senso che non s’identifica con alcun spazio particolare. Quello che Gesù vive nel deserto è un’anticipazione di ciò che vivrà durante la sua vita pubblica. Gesù è un uomo che non è mai stato attratto da desideri di gloria umana, di potere. Gesù è un uomo la cui libertà gli ha permesso di non lasciarsi intrappolare dalla forza degli istinti, che ha sempre saputo orientare nel fine da lui stabilito. È questa, in sostanza, la proposta che emerge dalla pagina delle tentazioni e che ci viene rivolta all’inizio della quaresima, che è un cammino per cogliere con maggior consapevolezza il mistero della vita piena, che si è manifestata nelle scelte di Gesù. È possibile vivere in modo libero e realizzato la propria umanità, senza lasciarsi attrarre da quelle proposte che, alla distanza, provocherebbero delle schiavitù interne e esterne. C’è una possibilità di vita piena, realizzata nel dono libero e gratuito di sé, una vita buona e giusta che è divenuta visibile nella vita di Gesù e, per questo, alla portata di tutti e tutte. 

Il problema, a questo punto, è riuscire a cogliere il metodo che ha permesso a Gesù di vivere in questo modo libero e pienamente realizzato nell’amore e nella giustizia. Nella pagina in questione ci sono delle indicazioni che ci possono aiutare. Gesù rimase “nel deserto per quaranta giorni”: ecco il primo dato. Per riuscire a vivere in modo libero occorre dedicare molto tempo alla propria interiorità, per dirla alla Socrate, occorre curare la propria anima. È questo un compito alla portata di tutti e non è specifico delle persone religiose: tutti abbiamo una dimensione interiore. Il fatto che questa esperienza avviene nel deserto è un altro dato importante, perché ci dice, come affermavo sopra, che non avviene in un ambito religioso. “Non mangiò nulla in quei giorni”. Non si tratta di un’indicazione penitenziale, ma esistenziale. Chiunque ha dedicato periodi prolungati per la meditazione e per la cura interiore, sa molto bene che la vita sobria e l’attenzione a non esagerare nel cibo, aiuta il percorso spirituale di contatto con la propria coscienza. “Tentato dal diavolo”: possiamo tradurre questa espressione con la percezione che la forza degli istinti esercitano su di noi, soprattutto quando siamo immersi nelle preoccupazioni quotidiane, poco attenti alla vita interiore e, quindi, maggiormente vulnerabili sul piano esistenziale. 

C’è una possibilità di vita autentica che ci viene proposta all’inizio del cammino quaresimale. Per entrare in questo cammino dovremmo liberarci dalle incrostazioni religiose che, nei secoli, hanno identificato la quaresima con azioni penitenziali, perdendo l’orizzonte vero della quaresima, che è l’umanità di Gesù, la sua libertà, la sua vita di amore gratuito e disinteressato. Dedicare tempo a questo messaggio, assimilando ogni giorno le pagine di Vangelo proposte, significa coltivare il desiderio di essere persone nuove, più autentiche, proprio come Gesù. Il mondo ha bisogno più che mai di persone così. Approfittiamo, allora del tempo di quaresima per scrollarci di dosso la polvere della religione e indossare l’abito nuovo del Vangelo di Gesù. 


giovedì 16 gennaio 2025

VIII DOMENICA TEMPO COMUNE/C

 




L’uomo buono e il suo frutto

Lc 6, 39-45

Paolo Cugini 


Leggendo attentamente i vangeli ci si accorge che Gesù, più di insistere sulla relazione con Dio, insiste molto sulle relazioni tra i fratelli e le sorelle. Il cammino che Gesù compie con un gruppo di uomini e donne per le strade della Palestina, ha come elemento chiave proprio questo, aiutare u suoi nuovi amici e amiche ad imparare a perdonarsi, ad accogliersi, a considerare il fratello e la sorella non per qualità esterne o per titoli del mondo, ma per quello che sono, per la dignità con ogni persona ha di essere figlia e figlio di Dio. La proposta ha tutta una sua bellezza affascinante, perché è un invito ad un cammino nuovo, una proposta molto diversa da quella che incontriamo solitamente durante il cammino della vita. Proprio per questa novità, dentro questo cammino di umanizzazioni in cui veniamo invitati a migliorare le nostre relazioni umane, possiamo incappare in alcune situazioni che ci possono condurre nel cammino opposto, il cammino della disumanizzazione, Ciò avviene quando incontriamo personaggi strani, che si spacciano da maestri, che creano legami tossici con le persone, legami di dipendenza emozionale ed affettiva. Gesù ci ricorda che: “ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro”. La religione può divenire il campo in cui si creano relazioni di dipendenza, di sfruttamento; relazioni in cui si viene manipolati psicologicamente, condotti verso cammini loschi. Da una parte una parte, c’è una persona giovane desiderosa di approfondire la propria vita interiore. Dall’altra, a volte, in questo cammino spirituale, avvengono incontri che possono rovinare per sempre un’esistenza. A questo punto ci possiamo chiedere: ci sono criteri che ci possono aiutare a capire se abbiamo di fronte una persona autentica o un ciarlatano, una persona buona o un malvagio? Gesù nel vangelo di oggi ce ne offre una importante. “Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?”. Quando nel cammino incontriamo qualcuno che ci vuole insegnare come si vive, che non perde l’occasione per volerci imporre il suo volere, che fa di tutto per metterci in difficoltà anche davanti agli altri, è un grande campanello di allarme, che ci allerta che stiamo entrando in una relazione spirituale tossica, che tenderà a produrre dipendenza e a distruggere la nostra soggettività, annientando l’autostima. Infatti, se c’è un dato chiaro nelle relazioni impostate da Gesù è che il cammino di maturazione umana accompagna le persone ad essere libere, in grado di sviluppare le proprie potenzialità, capaci di volare da sole. Questo tipo di relazione lo si nota molto bene nel rapporto con Pietro. Gesù lo lascia libero di rinnegarlo, per poi recuperalo nelle apparizioni dopo la resurrezione, ponendogli domande che avrebbero permesso a Pietro di rinovare il proprio apostolato. Ogni tentativo di creare dipendenza, di ingabbiare la persona in una ragnatela di precetti, di doveri e di osservazioni negative, sono sintomi che ci troviamo nell’orizzonte di una persona malata, che ha bisogno della libertà degli altri per sopravvivere. “Ogni albero, infatti, si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo”. È questa, un’altra parabola del Vangelo di oggi, che può essere letta nella chiave di lettura che sto indicando. Da persone libere non possono che sorgere cammini di libertà e relazioni autentiche. Al contrario, le relazioni impastate di aggressività, di giudizi severi, di imposizioni assurde stanno indicando che la pianta è malata e va abbandonata al più presto. Non basta entrare in un ambito religioso per sentirci al sicuro dai lupi rapaci, che distruggono le giovani vite. Occorre stare attenti ai frutti buoni, che solo le buone persone possono produrre nella storia e, poi, metterci in cammino e andarle a cercare. 


martedì 31 dicembre 2024

SGUARDO




Paolo Cugini


Ora voi avete ricevuto l'unzione dal Santo, e tutti avete la conoscenza (1 Gv 2,20).

 Il riferimento del versetto è al Battesimo e alla Cresima, che nella chiesa primitiva avvenivano nella stessa notte di Pasqua, dopo un percorso formativo che durava tre anni. L’unzione dello Spirito s’inseriva dunque, nella vita di una persona che aveva già fatto delle scelte, già orientato la propria vita in Cristo. Oltre a ciò, durante tre anni, il neofita aveva assimilato contenuti, fatto conoscenza del Vangelo e dei principali punti fondamentali della Chiesa. Come ci ricorda il Vangelo di Giovanni, “il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,28). Il cammino cristiano è fatto di conoscenza, prodotta dall’amore a Lui: più lo amiamo, più desideriamo conoscerlo. 

C’è, allora, un desiderio di conoscenza del Mistero che dovrebbe animare la nostra vita, un desiderio che ci porta a cercare, approfondire, a voler conoscere sempre di più il mistero che è venuto verso di noi donandoci vita, luce, giustizia e pace. In che modo Gesù ha vissuto la sua conoscenza del Mistero con noi? Mostrando ad ognuno di noi gli aspetti positivi della vita e, in questo modo ci ha trasmesso il valore della nostra vita, ci ha donato dignità. Più conosciamo il Mistero che si è manifestato nella persona di Gesù, più ci dirigiamo alle persone che incontriamo aiutandole a vedere il bene che c’è in loro, toccando, cioè, quelle corde umane che possono risvegliare la dignità della persona. 

Del resto, è proprio questo che Gesù ha fatto con i suoi discepoli e le sue discepole e continua a farlo con noi: non ha guardato ai loro e nostri peccati, ma ha mostrato ad ognuno e ognuna la possibilità di amore e giustizia che vedeva nelle loro anime e nelle nostre. Chi viene accolto da uno sguardo di amore e speranza inizia un cammino che non si fermerà mai. 


lunedì 30 dicembre 2024

IL MONDO PASSA

 




Paolo Cugini


Non amate il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo - la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita - non viene dal Padre, ma viene dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno! (1 Gv 2,12s).

 Versetti che rivelano la profondità del cammino spirituale evangelico. È autentico quel cammino che non sente l’attrazione della proposta del mondo, non viene disturbato dalle sue sollecitazioni. La concupiscenza è la prevalenza della materia sullo spirito, che provoca la passione irresistibile. La proposta del mondo agisce sui sensi che, in un’anima protesa verso il Signore, ne coglie i benefici e rimane libera dalle sue pretese. Il mondo esige risposte immediate, mentre la vita spirituale apprende a orientarsi nel tempo. 

La dinamica del mondo è la fretta, quella dello spirito è la pazienza. Il mondo passa, lo spirito rimane. Allenare la propria vita interiore alla dimensione spirituale della vita, significa apprendere a non perdersi nelle dinamiche del mondo. Abitare nel mondo pur non essendo del mondo: è questa la dinamica della vita spirituale, che è la forza della persona che ha scoperto la vita interiore. Vivere nel mondo senza lasciarsi dominare da esso: è il proposito quotidiano di una persona che cerca il bene nella propria vita. 

Il mondo di cui parla Giovanni, non è il cosmo, ma è tutta quella realtà materiale, che non s’interessa della dimensione spirituale e che si alimenta con la schiavitù delle persone, Per questo, per poter ottenere ciò che vuole, vale a dire, il potere sulle persone, fa leva sugli istinti facendo pressione con l’apparenza, esigendo risposte immediate, che non prevedono la mediazione della ragione. Al contrario, la vita spirituale, che lavora sugli obiettivi proposti dal Vangelo, esige tempo, pazienza, riflessione, meditazione. In questa prospettiva risulta chiara l’opposizione mondo e spirito: sono due proposte diverse, che prospettano visioni antropologiche opposte. La persona che ha scoperto la vita interiore e la bellezza della vita spirituale, ha il compito di non vivere sui risultati raggiunti, ma d’impegnarsi ogni giorno a rivolgere il proprio sguardo verso ciò che dura nel tempo. Il contatto quotidiano con il Vangelo, la sua interiorizzazione e l’applicazione nella vita quotidiana di ciò che si medita, sono gli strumenti necessari per vivere in modo differente, per dare un sapore alla vita e puntare tutto su ciò che rimane per sempre.



martedì 24 dicembre 2024

NATALE: MESSA DELLA NOTTE

 




Paolo Cugini

Dipende sempre da dove vediamo le cose, con che occhiali le guardiamo, che punto di vista scegliamo. Così è anche per il presepio. Se infatti, lo guardiamo da dove siamo adesso, dal nostro presente, e scegliamo come punto di osservazione il nostro oggi, allora il presepio ci sembra una cosa del passato, anzi peggio, una fiaba per bambini che non ha nessunissima incidenza sulla vita reale e, spesso e volentieri, non dice più nulla alla vita concreta che viviamo tutti i giorni. E, infatti, i presepi che costruiamo e che visitiamo nelle chiese, sono esattamente la rappresentazione religiosa di come stiamo guardando il mondo, di come stiamo guardando quel mondo, quell’evento che è la nascita di Gesù: come un evento del passato, come una fiaba per bambini, come la narrazione di una storia che non ha più nulla da dire a noi.

Se invece cambiamo di prospettiva, se un giorno decidiamo di guardare quello stesso presepio, se decidiamo di osservare quell’evento da un’altra prospettiva, da quella giusta, e cioè dalla prospettiva di come è venuto fuori, di come è apparso nella storia, di come è stato pensato da Dio, di come è stato annunciato dai profeti sin dal quattordicesimo secolo, ci accorgeremo che c’è qualcosa che non va, che il presepio è tutto sbagliato, un vero e proprio obbrobrio. E infatti, ci possiamo tranquillamente chiedere: se Dio ha preparato l’ingresso del messia nella storia con tantissimo tempo d’anticipo, se lo ha profetizzato con secoli di anticipo, perché allora è entrato nella storia così male, in questo modo così brutto, come se nessuno lo aspettasse, come se fosse un intruso, come se nessuno lo sapesse? E’ davvero molto strano il presepio visto dalla parte della storia. Se Dio aveva iniziato a parlarne sin dai tempi della Genesi, sin dalla benedizione di Giacobbe e aveva continuato a parlarne al tempo di Davide e poi aveva mandato diversi profeti che avevano annunciato la venuta del messia, perché una volta che decise di venire, venne in quel modo veramente disastroso? Avrebbe avuto tutto il tempo a disposizione, anche perché se l’era preso per fare nascere il messia in una casa decente, in una città decente e potremmo aggiungere, da una famiglia decente. E invece no. Nasce a Betlemme, a 11 Km da Gerusalemme e una volta arrivato a Betlemme non c’è nemmeno una casa per accoglierlo al punto da dover nascere in una mangiatoia. Il messia sembra nato in fretta, di sorpresa, senza nessuna preparazione, mentre noi sappiamo benissimo che era stato preparato, che era stato annunziato per tempo, anzi, per molto tempo. Forse riusciamo a capirci qualcosa se poniamo attenzione ad un dettaglio, che è molto più che un dettaglio, ma una vera e propria sorpresa. E infatti, in tutte le profezie non era mai stato detto che a nascere, che a venire al mondo, che ad entrare nella storia non sarebbe stato semplicemente il messia, ma Lui stesso! Questa è la cosa sbalorditiva: Dio stesso si è fatto presente, e cioè quel bambino nato nella mangiatoia è Dio stesso. E’ sbalorditivo perché non l’aveva mai detto nessuno, non l'aveva mai profetizzato nessuno. Nelle tante profezie che leggiamo e abbiamo ascoltato nel tempo di avvento dove si annuncia la nascita di un messia, un salvatore, mai era stato detto e annunciato che questo messia sarebbe stato Lui stesso, Dio.

Si capisce allora, che se è Dio ad essere in quella culla, tutto ciò che lo circonda, il modo nel quale è venuto al mondo, non è casuale. E’ strano per come sono state preparate le cose e cioè in modo minuzioso, non è più strano il perché sia entrato in quel modo. E’ una vera e propria rivelazione. Se Lui è Dio, se Lui è la Vita, se Lui è il Significato di tutto allora il suo ingresso nella storia diventa, si trasforma in un giudizio implicito e impietoso di quella vita costruita indipendentemente da lui nella quale viviamo; la Sua presenza nella storia manifesta il vuoto nel quale l’umanità vive. E allora, il bambino Gesù con la sua presenza discreta si trasforma in un processo di smascheramento delle menzogne nella quale il mono è avvolto. La sua presenza inquieta tutti coloro che fanno della loro vita uno spazio di tranquillità, che hanno fatto della loro vita una terra di riposo, un anestetico contro ogni forma di dolore, di sofferenza, di tragedia. 

Se il bambino nella culla è Dio allora tutto ciò che realizza è il senso della storia. Se appena pone i suoi piedini nel mondo la sua vita è costellata di drammi, ciò significa che il dramma, la tragedia, sono elemento costitutivo della vita umana. E’ questa, forse, una delle primissime rivelazioni del Natale, anzi la più grande e profonda rivelazione della nascita dal salvatore. Gesù ci salva dalla vita artefatta e ci apre gli occhi sul senso autentico della vita che è tragica, drammatica, piena di problemi. Gesù rivela all’umanità che il senso della vita non è fuggire dalle tragedie, schivarle, nasconderle, mascherarle, ma assumerle, viverle, berle fino in fondo. Gesù è nato per bere il calice amarissimo della croce. Ha iniziato a prepararsi a questo dal primo vagito. Gesù a Natale c’insegna che l’uomo, la donna è colui, colei che apprende ad abitare il dramma, ad abitare la tragedia e non a fuggire.

C’è anche un insegnamento spirituale nel presepio, ed è questo. Sin dal primo passettino sulla terra, sin dalle prime mosse il bambino Gesù, il Dio fatto uomo, o meglio, bambino distrugge la religione degli uomini, la destruttura dal di dentro. Se, infatti, valgono le considerazioni fatti poco sopra, e cioè che Dio venendo al mondo mostra che il dramma, la tragedia fanno parte della condizione umana, allora Gesù, il Figlio di Dio, abitando la tragedia umana c’insegna che la vera religione, non insegna a fuggire ai problemi, ma a viverli, a portare il peso delle tragedie. Tutta quella religione, quelle preghiere, quelle devozioni, quelle candele, processioni e roba simile, fatte con l’esclusivo scopo di togliere i problemi, di risolvere i problemi, sono la negazione del Natale, vanno per la strada opposta di quella che Dio ha scelto e mostrato venendo al mondo. L’uomo e la donna religiosi, la vita religiosa che apprendiamo dal presepio è quella che c'insegna a vivere nel dramma, ad abitare la tragedia: è questo il vero miracolo. Solitamente si spaccia per miracolo quando avviene qualcosa che ci toglie il dolore, che ci toglie un peso, che ci risolve un problema. Il presepio c’insegna che il vero miracolo si trova esattamente dall’altra parte, dalla parte opposta, e cioè che il vero miracolo che Dio compie per l’uomo, il vero miracolo che Di fa alla donna, non è quello di risolvergli i problemi, di togliergli dei pesi, ma di aiutarlo a portarli con dignità, di portarli senza cercare fughe, sotterfugi, senza nascondersi. Questo è il Natale,il senso profondo del Natale, il messaggio autentico del Natale. Provarlo a vivere è il nostro compito.



venerdì 6 dicembre 2024

ABITARE LA CONTRADDIZIONE

 





Paolo Cugini


Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore,

i più poveri gioiranno nel Santo d'Israele.

Perché il tiranno non sarà più, sparirà l'arrogante,

saranno eliminati quanti tramano iniquità,

quanti con la parola rendono colpevoli gli altri,

quanti alla porta tendono tranelli al giudice

e rovinano il giusto per un nulla (Is 29,19s).

Tempo di avvento, tempo di speranza: speranza per cosa? Ce lo suggerisce il profeta Isaia, che esprime il desiderio dell’umanità afflitta, che anela ad un mondo di giustizia, in cui non ci saranno più tiranni che maltrattano i poveri. C’è sete di giustizia nei poveri, perché è dura passare la vita umiliati, maltrattati dagli arroganti di turno. I versetti di Isaia esprimono la conoscenza e l’esperienza di una malvagità che pensa il male, pensa inganni e come rovinare il giusto. È terribile quando nella nostra vita incontriamo persone così, senza scrupoli. Isaia ci ricorda che, nonostante tutto, c’è speranza, vale la pena aspettare e lottare per un mondo più giusto. È come se ci fosse un equilibrio spezzato, che lentamente si ricompone. 

Abitare il disequilibrio provocato dall’arroganza dell’uomo è il segno di una grande spiritualità. Abitare le contraddizioni, resistere nelle situazioni di ingiustizia, non permettere al male di attingere l’anima: è questo il senso di una vita che coltiva l’interiorità, che fa spazio alla luce dello Spirito. Infine, è proprio questo il senso profondo della spiritualità dell’avvento che incontriamo nei brani del profeta Isaia di questi giorni. 


venerdì 22 novembre 2024

IO, GIOVANNI, UDII

 




Paolo Cugini


Io, Giovanni, udii una voce dal cielo (Ap 10,8). 

C’è un udito che va ben al di là del dato fisico. Quelle, infatti, che Gesù ascolta non sono parole umane, che esigono l’attenzione di un orecchio fisico, ma parole che vengono da altrove. Il testo pala di cielo come provenienza dei suoni che Giovanni capta. Senza dubbio si tratta di una metafora che allude ad una realtà che sfugge ai dati sensibili. Perché, infatti, solo Giovanni capta questi suoni, questa voce che viene dal cielo? C’è un udito che dev’essere allenato ad un certo tipo di suono e di voce. È l’orecchio, per così dire, di una coscienza allenata ad orientare il proprio udito verso significati non sensibili, che dicono di qualcos’altro, che ricercano qualcosa d’altro: la voce del Mistero. 

Una voce così profonda e dalle qualità indicibili che attrae coloro che la cercano. Era quello che, solo per fare un esempio, accadeva con Gesù. Dice, infatti, il Vangelo: “tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo” (Lc 19,48). Perché il popolo pendeva dalle labbra di Gesù, dalle parole che lui pronunciava? Perché avevano un significato profondo, che rivelava qualcosa di vero alle persone che lo ascoltavano, cioè, a quelle persone che erano alla ricerca di parole significative. Perché i farisei che ascoltavano le stesse parole, non ne erano attratti? Esattamente per il motivo detto sopra, perché non ricercavano parole nuove, perché erano già soddisfatti delle parole che avevano e trovavano nelle loro tradizioni. 

Solamente chi ricerca contenuti nuovi, più veri e autentici riesce ad udire suoni nuovi, che richiedono un udito affinato dalla ricerca e pronto all’ascolto.