martedì 19 marzo 2019

GIUSEPPE, PADRE DI TUTTI I RIBELLI, PREGA PER NOI





Paolo Cugini

La figura di san Giuseppe non mi è mai stata molto simpatica. Troppo austero e silenzioso, troppo strano. Ho sempre pensato che Maria dovesse meritarsi qualcosa di meglio. La tradizione che proviene dai testi apocrifi ci presenta un Giuseppe vecchio, vedovo, padre di sei figli (4 maschi e due femmine). Ai tempi di oggi sarebbe finito in prigione, accusato di pedofilia, visto che Maria all’epoca del fidanzamento ne aveva dodici. Oltre a ciò, stupisce il silenzio di Giuseppe nel Nuovo Testamento. Il Vangelo di Marco che, secondo la tradizione, è il più antico, non fa alcun accenno diretto a Giuseppe e lo stesso Gesù viene ricordato come il figlio di Maria. Nel Vangelo di Giovanni vengono ricordati i fratelli e le sorelle di Gesù, ma di Giuseppe nemmeno l’ombra. Solo nei vangeli di Matteo e Luca si trova qualche accenno alla figura di Giuseppe che, però, non parla mai, nel senso che a lui non viene attribuita una sola parola. Perché un tale silenzio? Non è strano? Che cosa c’è dietro?

Cercando risposte sfogliando i testi di altre fonti, come per esempio quelle ebraiche, è possibile fare supposizioni che smontano e decostruiscono le costruzioni montate da altre parti. La Pirké Avot 5,23 ci dice che nella tradizione ebraica veniva fissato il matrimonio per il maschio al diciottesimo anno, mentre per la donna era fissato al dodicesimo. Seguendo dunque, questo filone di ricerca, Giuseppe era un baldo giovane innamorato della sua Maria. Sinceramente mi piace più questa versione, perché più realista e perché, in un certo modo, rende più autentica la storia di Maria e Giuseppe che, più che la storia di un fidanzamento costruito tra un vecchio e una ragazzina, narra una vicenda intrisa di sentimenti veri, che costituiscono le nostre storie d’amore. Oltre a ciò, pensare ad un Giuseppe giovane diciottenne, permette di comprendere meglio le perplessità di Maria dinanzi alla proposta dell’angelo. Scegliendo la volontà di Dio di divenire la madre del Signore, Maria non è fuggita dinanzi alla prospettiva di divenire la sposa di un vecchio, ma ha compiuto una scelta d’amore autentico vissuta in un modo diverso e originale con il suo giovane fidanzato Giuseppe. 

Non è finiti qui. È possibile compiere un altro passo significativo nel cammino di decostruzione di una tradizione che, per “salvare” la verginità di Maria, ha modificato i dati della storia che, in realtà, ci consegnano un Giuseppe più umano e autentico, che danno ancor maggior valore alla figura di Maria. Infatti, Giuseppe è presentato dalla tradizione del Nuovo Testamento come un uomo giusto, la cui giustizia derivava dal fatto di essere fedele alla tradizione dei padri. Eppure, riflettendo attentamente proprio su questa tradizione, se Giuseppe fosse stato fedele fino in fondo alla sua promessa sposa, sarebbe stato motivo dell’uccisione di Maria. Secondo, infatti, la tradizione dell’Antico Testamento, Maria sarebbe dovuta morire, perché il figlio che portava nel grembo non era del suo futuro sposo e Giuseppe, se fosse stato giusto nel senso di fedele alla tradizione, avrebbe dovuto ripudiarla pubblicamente. E invece no. Come sappiamo, le cose andarono diversamente, perché Giuseppe disobbedì, si ribellò alla legge dei padri, che volevano la sua futura sposa lapidata. Giuseppe, in questo preciso frangente, più che la Legge, ascoltò il cuore, i suoi sentimenti, quello che lui giovane innamorato sentiva per Maria. E l’amore aprì il cuore alla misericordia lasciando da parte il sacrificio, anticipando quello che poi il suo giovane figlio avrebbe indicato come cammino autentico di color che amano il Padre: voglio misericordia, più che sacrifici. È stata la ribellione di Giuseppe che ha permesso allo Spirito Santo di entrare nella storia e donarci, così, la madre da cui sarebbe nato il Salvatore: Maria. Grazie Giuseppe!
Un Giuseppe così lo prego volentieri e lo supplico: 

O san Giuseppe, tu che hai disobbedito alla Legge dei padri che volevano Maria morta lapidata

Ti supplico:
dammi la forza per ribellarmi a tutte le leggi ingiuste

Aiutami a rifiutare radicalmente la religione che uccide

Insegnami in tutte le circostanze della vita, a mettere al primo posto, come hai fatto tu, l’amore alla Legge, il cuore alla tradizione

Imprimi in me la forza dello Spirito, per non abbattermi nelle situazioni di conflitto che sembrano di difficile soluzione

Aiutami, infine, a guardare con serenità e fiducia alla vita, come un dono meraviglioso di un Padre che desidera da noi suoi figli, che agiamo nella logica della misericordia, più che dell’obbedienza cieca alle tradizioni, che uccidono
Amen

venerdì 22 febbraio 2019

OMELIA DOMENICA XXVI-B






XXVI domenica/B
(Nm 11,25-29; Sal 18; Gc 5, 1-6; Mc 9, 38-48)

Paolo Cugini

 La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è verace, rende saggio il semplice” (Sal 18).

1. La Domenica è il giorno del Signore e siamo giunti attorno a questo altare per cercare ristoro in Lui, nella Sua legge, nelle Sue Parole, per trovare una risposta alle domande di senso che ci siamo posti durante la settimana e che non hanno ancora trovato una soluzione. Ci mettiamo, allora in religioso ascolto del Testimone verace, di colui che, per amore al Padre, ha donato tutta la propria vita per noi, divenendo in questo modo credibile e degno della nostra attenzione. Desideriamo, in questo modo, accogliere la saggezza che viene da Lui, per poterla condividere con i fratelli e le sorelle che durante la settimana Lui stesso porrà sul nostro cammino.

2. Nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci sono tre riflessioni che possiamo sviluppare per crescere nella sapienza del Signore.
La prima la prendiamo da questi due versetti:

                       Ma Gesù disse: non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi” (Mc 9,39-40).

Dinnanzi alla richiesta dei discepoli, che esigono l’intervento di Gesù per censurare l’azione di qualcuno che agiva in suo nome scacciando i demoni, il Signore risponde in questo modo sorprendente, costringendo i discepoli e noi stessi ad una doverosa riflessione. Che cosa ha voluto dire Gesù con questa risposta? Credo che Gesù ci abbia invitati ad aprire i nostri orizzonti, le nostre menti. L’egoismo che chiude i nostri cuori non ci permette di guardare al di là del nostro naso e, di conseguenza, ci conduce a creare chiusure, divisioni, rivalità e, soprattutto, a vedere nell’altro non un fratello, una sorella, ma un nemico. La libertà del Signore che riceviamo dallo Spirito Santo nei sacramenti, ci spinge a rimanere aperti sul mondo, a non cercare negli altri il negativo, le differenze, ma soprattutto ciò che unisce. Gesù non è invidioso di nessuno e non considera nessuno un rivale, perché il suo modo di essere e di agire con le persone, non è misurato da questi sentimenti negativi, ma dall’amore. Ciò significa che la libertà dei figli di Dio nasce e si rafforza dall’amore che riceviamo dal Padre in Cristo. La verifica di questo amore e della verità del nostro rapporto con  Di,o la misuriamo esattamente nell’apertura che dimostriamo con le persone che non sono del nostro giro, o con quelle realtà che umanamente potrebbero esercitare una minaccia per la nostra reputazione. Queste parole di Gesù ci invitano, allora, a considerare la Chiesa non un recinto chiuso, il recinto dei buoni, ma una possibilità di crescita umana e spirituale che ci conduce, come già dicevo, non ad allontanarci dagli altri, a separarci, ma ad avvicinarci. In altre parole, i cristiani che seguono il Signore lo seguono proprio nel cammino difficile che Lui ha percorso e che ha pagato a duro prezzo, il prezzo della croce, il cammino che riesce a vedere nella persona l’immagine di Dio e quindi qualcosa di prezioso, da valutare positivamente.

                       Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non si perderà la sua ricompensa” (Mc 9, 41).

Ancora una volta il metro di giudizio di Gesù non è l’appartenenza ad un circolo ristretto di puri, ma il modo di relazionarsi all’altro considerando un fratello, una sorella, soprattutto quando si tratta di persone in difficoltà. E’ bene, allora, approfittare di questa Parola, per verificare la nostra idea chiusa di Chiesa, il nostro modo chiuso e bigotto di andare incontro agli altri.

3. La seconda idea che possiamo evidenziare nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato è questa:

 “Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, sarebbe meglio per lui che gli passassero al collo una mola da asino e lo buttassero in mare”( Mc 9,42).

Parole durissime nelle quale Gesù intende esprimere un’idea molto semplice che, però, spesso dimentichiamo e cioè che, nel cammino di santificazione, che è un cammino di umanizzazione non siamo da soli. La vita cristiana non è una lotta per dimostrare chi è il migliore, il più bravo. La santità non è un premio che si conquista rivaleggiando con gli altri ma, come abbiamo ascoltato domenica scorsa, mettendoci dietro gli altri, a servizio dei fratelli e sorelle che il Signore pone nel nostro cammino.
Questo versetto è allora estremamente legato al precedente, perché ci invita a mantenerci sempre attenti non a noi stessi, ma alle persone che ci sono vicine, a rimanere cioè persone aperte sul mondo e sugli altri, a non chiuderci in recinti, a non considerare la Chiesa un ritrovo di privilegiati. Infatti, è questo modo di fare altezzoso e orgoglioso che spesso allontana i “piccoli”, cioè coloro che si stanno avvicinando alla comunità e che sono ancora fragili nella fede. Questi piccoli devono vedere realizzati in noi gli stessi sentimenti che erano in Gesù (cfr. Fil 2,5), che si è abbassato, si è fatto piccolo, uomo come noi per ascoltarci, per servirci, per indicarci il cammino. Gesù por essendo di natura divina, non ci ha fatto pesare la sua radicale superiorità da noi, ma l’ha messa da parte, se ne è spogliato affinché noi non ci sentissimo a disagio, ma riconoscessimo in lui un amico. In questa prospettiva, scandalizziamo, allontaniamo un “piccolo”, quando siamo arroganti, quando ci riteniamo superiori, quando utilizziamo la Parola di Dio non per cambiare la nostra vita ma per giudicare e fare a pezzi la vita degli altri. E’ questa arroganza presuntuosa che Gesù condanna, perché invece di avvicinare, allontana le persone dal Suo messaggio di amore. Lo Spirito Santo che riceviamo nell’Eucaristia di oggi, se lo lasciamo agire, trasforma il nostro egoismo in amore, le nostre chiusure in possibilità di dialogo, i nostri giudizi severi, in parole che possono costruire amicizia. Lasciamoci, allor,a trasformare dall’amore del Signore.

4. C’è un’ultima riflessione che Gesù nel Vangelo di oggi ci consegna, una riflessione dai toni duri, ma che è importante approfondire per non lasciare incompleto il suo insegnamento.

 Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile(Mc 9,43).

Che cosa c’insegna il Signore con queste parole? Credo che sia un invito a prendere sul serio il cammino di fede, che se ha momenti comunitari come le liturgie, procede anche attraverso scelte personali. Tra queste scelte importanti che dobbiamo compiere nel cammino, ci sono anche gli elementi che dobbiamo deciderci di togliere dalla nostra vita, quegli elementi che ostacolano la nostra crescita nell’amore. La maturazione spirituale passa attraverso momenti di estrema positività,assieme ad altri in cui dobbiamo intervenire drasticamente. E, allora, dobbiamo ogni tanto avere il coraggio di fermarci nel nostro cammino per ascoltarci, ascoltare il Signore, per capire che cosa non sta funzionando, che cosa sta ostacolando il cammino. Quante volte ci  è capitato di capire, intuire che c’è qualcosa che non va, qualcosa che ci sta lasciando tristi, dubbiosi, inquieti e, nonostante ciò abbiamo continuato lo stesso, trascinandoci per paura di ascoltare la nostra coscienza, per non voler soffrire, per non voler prendere un decisione radicale. Chiaramente la vita è fatta anche di questi tentennamenti, anche perché la vita di fede non è una corsa progressiva e inarrestabile verso la meta. L’importane, comunque, è non rimanere sepolti sotto le macerie dei nostri fallimenti, non cercare di nasconderli troppo a lungo da noi stessi per paura del giudizio degli altri. Se fossimo un popolo di santi Dio non avrebbe mandato il suo Figlio unico a morire per noi. Ciò significa che Lui sa benissimo che abbiamo bisogno del suo aiuto.
Chiediamogli, allora, in questa Eucaristia di aiutarci, durante questa settimana, a non scappare da noi stessi, ma di fermarci per avere il coraggio di togliere dalla nostra anima quei tumori spirituali che possono pregiudicare tutta la nostra esistenza, la nostra felicità.







sabato 2 febbraio 2019

LA SOLITUDINE DEL PROFETA (Mc 4, 21-30)





Paolo Cugini


Leggendo con attenzione il testo di Luca ci si accorge che Gesù, ad un certo punto, interrompe la lettura di Isaia 61, legge cioè solamente i prime tre versetti e, invece di continuare, si mette a sedere. Perché questa interruzione? Come mai non ha voluto continuare la lettura del testo che gli era stato affidato, ma si è messo a sedere? Sfogliando la pagina di Isaia 61 ci si accorge che del testo Gesù legge solamente i primi versetti che annunciano l’avvento del futuro Messia di amore e di liberazione per i poveri, a promulgare l’anno di misericordia, per allietare gli afflitti. Gesù si ferma e non legge i versetti successivi che dicono quello che il popolo d’Israele avrebbe voluto ascoltare, vale a dire, l’annuncio della vendetta di Dio contro i persecutori del popolo di Israele e l’annuncio dello splendore di Israele nei confronti degli altri popoli. No, Gesù, interrompendo la lettura, la interpreta, annunciando che il vero significato della presenza di Dio nella storia consiste nell’aiutare gli uomini e le donne a vivere con dignità il loro essere figli di Dio, chiamati all’amore e alla libertà. Niente più odi, ne guerre, né rancori, ma solamente amore e relazioni di pace, alla ricerca di quel cammino di uguaglianza che era nel progetto iniziale di Dio.

Perché gli ascoltatori rimangono sconvolti dalle parole di Gesù, che annunzia a tutti che queste parole di pace annunciate da Isaia si realizzano nella sua persona, definendo in questo modo la sua missione, il senso del suo essere nel mondo? Prima di tutto perché il suo discorso si distanza radicalmente da quella tradizione che vedeva il messia come un uomo forte, che avrebbe guidato un esercito contro gli oppressori. Ecco perché la gente rimane sbigottita al punto da porre interrogativi sulla paternità di Giuseppe. Il figlio Gesù, infatti, sembra proprio non assomigliargli per niente. Giuseppe, infatti, come tutti i bravi israeliti, conservava la tradizione dei padri e celebrava nella sinagoga il culto che, tra le altre cose, coltivava l’attesa paziente del messia liberatore potente. Non solo, ma oltre a non assomigliare pe nulla al padre, Gesù invece di starsene buono visto che il clima si era surriscaldato, rincara la dose citando due esempi che, nella storia d’Israele, erano stati estremamente negativi.

Il primo esempio riguarda il caso di Elia all’epoca della grande siccità che durò tre anni. Ebbene, Gesù ricorda che YHWH inviò Elia non ad una israelita, ma a una donna straniera in territorio straniero, una vedova a Sarepta di Sidone. L’altro esempio, sempre sulla stessa linea, ricorda che All’epoca di Eliseo fu purificato un lebbroso straniero e non un’israelita: Naaman il Siro. Questi esempi che Gesù cita non sono a caso, ma nella line di quello che ha espresso nell’interpretazione di Isaia 61, vale a dire che d’ora innanzi, il dono della salvezza è offerto a tutti e quindi vengono escluse una volta per sempre le separazioni, che fomentano gli odi, i culti fatti di sacrifici di animali che esigono la violenza. Gesù cita la vedova di Sarepta di Sidone e Naaman il Siro, per mostrare che questo annuncio di amore e salvezza universale fatto a tutti e tutte, era già preannunciato nelle scritture e, di conseguenza il suo discorso, lungi dall’essere una proposta campata per aira frutto dell’esaltato di turno, s’inserisce in verità in un’ antichissima tradizione veterotestamentaria testimoniata tra l’altro, da due profeti molto significativi nella storia d’Israele, vale a dire Elia e il suo successore Eliseo.

“Ma egli passando in mezzo a loro si mise in cammino” (Mc 4,30). Secondo alcuni esegeti, vale a dire studiosi di Sacra Scrittura, la resistenza del popolo che vuole uccidere Gesù e il suo passare in mezzo a loro per continuare il cammino verso Gerusalemme, anticipa la sua Resurrezione. Gesù è il profeta che non solo guarda al passato, come fa il popolo d’Israele, ma indica il cammino verso il futuro, mostrando come Dio crea sempre qualcosa di nuovo. Rimanere ancorati al passato è il modo specifico delle persone che si lasciano condurre dall’istinto di sopravvivenza, che quindi non si pongono in un atteggiamento di crescita spirituale ed esistenziale. Il particolare rapporto di Gesù con il Padre, relazione di amore e libertà, si scontra con la religione del tempio e del culto, incapace di vedere al di là dei propri interessi, di difesa dello status quo. Gesù come profeta solitario, che formerà una piccola comunità di discepoli e discepole e, attraverso questa comunità annuncerà il senso profondo della presenza di Dio nella storia, non fatta di precetti e di celebrazioni di riti obbligatori per controllare la propria giustizia personale e, in questo modo, mettendosi nella posizione di giudicare gli altri, ma di relazioni nuove autentiche, basate sulla libertà e l’amore, comunità di vita alla quale tutti e tutte sono invitati, senza esclusione di nessuno.

martedì 8 gennaio 2019

ANDATE A VEDERE




Paolo Cugini


È questo il comando che Gesù dà ai suoi discepoli quando decide di dar da mangiare alla folla che durante tutto il giorno lo aveva seguito per ascoltare la sua Parola. Dinanzi all’insistenza dei discepoli nei confronti di Gesù di liberare la folla per permettere ad ognuno di ritornare nella propria casa Gesù risponde con la famosa frase: “Voi stessi date loro da mangiare”. Il testo di Marco dice che Gesù vide la folla ed ebbe compassione di loro perché erano come pecore senza pastore e il testo aggiunge: “si mise ad insegnare loro molte cose”, Lo smarrimento della folla muove Gesù all’insegnamento di quelle cose che possono aiutare le persone a comprendere il senso delle cose. Che cosa Gesù insegnava lo sappiamo molto bene dalle pagine precedenti, vale a dire annunciava loro il Regno di Dio.
 Gesù parlava alle folle di un modo diverso di stare al mondo, un modo nuovo di dare significato alle cose, alla vita quotidiana, Il modo nuovo è l’amore reciproco che sgorga dal Padre e si manifesta nell’attenzione al prossimo, nel perdono reciproco, nella misericordia che segna i rapporti nella comunità. Gesù non insegna delle dottrine come facevano i farisei, dottrine che scaturivano in norme e leggi rigide da seguire con imposte da pagare: Gesù insegna ad amare. È questo l’insegnamento nuovo che fa la differenza. Gesù non crea dei vincoli istituzionali con le persone che lo seguono, non le imprigiona a sé, ma insegna loro il cammino della libertà, della vita piena che è segnata dall’amore, dalla pace, dalla giustizia di Dio che è misericordia. Per questo ad un certo punto sente il bisogno di dare loro un pezzo di pane, come segno della validità delle sue parole e della sua attenzione. “Date voi stessi da mangiare” vuole dire proprio questo: una Parola che si trasforma in azione, in attenzione premurosa.

A questo punto è interessante analizzare il modo di procedere di Gesù. Il primo passo è il coinvolgimento dei suoi discepoli, vale a dire di coloro che lo stavano seguendo, che avevano abbandonato tutto per vivere con Lui. Gesù non agisce da solo ma coinvolge chi gli sta intorno, li responsabilizza. La seconda frase di Gesù è molto importante: “Quanti pani avete, andate a vedere”. Gesù parte dalla realtà e invita i discepoli a fare la stessa cosa. Gesù invita i discepoli a vincere le titubanze, le perplessità dinanzi alla proposta di Gesù, partendo dalla realtà, da quello che c’è, dal rendersi conto di ciò che c’è intorno, È questo il cammino non solo per vincere le paure dinanzi alle proposte percepite come impressionanti, ma anche per cancellare ogni forma di pregiudizio, ideologia. È il contatto con la realtà che ci permette di capire la dimensione del problema e affrontarlo in modo più sereno. I discepoli scoprono che c’è qualcosa: è poco, ma è pur sempre un punto di partenza. Partire dalla realtà per affrontare il problema nella sua novità, lasciandosi consegnare dal presente i possibili cammini da percorrere per risolverlo. Mi sembra questo un insegnamento notevole, che dovrebbe essere il primo frutto della vita spirituale: vincere la tentazione di risolvere i problemi che affrontiamo nella vita facendo ricorso a quello che già sappiamo, al già conosciuto, che spesso ci ostacola e non ci permette di conoscere ciò che veramente Dio ci mette dinanzi. Immergerci nella realtà per ascoltarla, per cogliere il Signore presente nella storia che desidera incontrarci e consegnarci le chiavi per entrare nella vita in un modo nuovo, nel modo che Lui ci vuole mostrare.
 “Andate a vedere”. Questo comando semplice e chiaro vuole dire che non ci sono dottrine previe che possono istruirci sul modo di vivere e soprattutto che possono aiutarci a risolvere i problemi quotidiani. Solo il nostro rapporto diretto con la realtà, senza filtri, facendo esperienza diretta, entrando in contatto con la realtà attraverso i nostri sensi, raccogliendo i dati e valutandoli con la nostra intelligenza. È questo che vuole il Signore dai suoi discepoli: persone che si mettono in gioco, che non si lasciano inibire dalle cose imparate in passato, ma che entrano in azione con tutto quello che siamo. In fin dei conti se Dio ci ha creati ognuno in modo originale è per mettere a disposizione e valorizzare questa originalità.

sabato 22 dicembre 2018

AMORE COME DONO





Omelia Matrimonio Marco e Sara
Cogruzzo 12luglio 2008
(Mt 10, 16-23)

Schema dell’omelia


1.     Lettura del libro; “L’ospite inquietante” di Galimberti. Questo ospite sarebbe il Nichilismo, che è m problema culturale e non esistenziale.

2.     Le risposte di Galimberti al problema del nichilismo e le risposte che la cultura offre.
3.     La risposta più vera sta in ciò che stiamo celebrando e cioè l’amore.
4.     Caratteristiche dell’amore:

1        Si presenta come dono (non l’avete ricercato ma vi è stato donato).
·        il dono è gratuito
·        esige il ringraziamento
·        il dono ha delle caratteristiche proprie che esige risposte specifiche, corrispondenti al dono.
·        Libera dalla solitudine.

2        É una forza vitale che riorganizza la vita (sia materiale che spirituale).
3        È una forza intenzionale (offre una direzione).

5.     Il Matrimonio è un invito a vivere il vostro amore non in qualsiasi modo, ma con un criterio e una modalità ben chiara e cioè come Cristo ci ha amato. Per questo è importante il sacramento perché vi viene oggi riconsegnato il significato del dono che vi è stato dato, che è l’amore. In che modo, allora dovete amare? Come Cristo: ottimo. E allora com’è che Cristo ha amato l’umanità?
  Donandosi
  In un modo disinteressato
  Con la costante attenzione all’altro
  Per questo diventa importante nella sua esistenza il tema del perdono.
  L’amore del Signore esige la condivisione: si protegge donandolo (quello che ascoltate nell’oscurità gridatelo sui tetti).

6.     Non abbiate paura!” (Mt 10, 28). Oggi Gesù lo dice a voi: non abbiate paura di vivere il matrimonio come il Signore vi chiede di farlo. Abbiate coraggio di donarvi, di amarvi in modo disinteressato, di cercare sempre l’altro prima di se stesso, di condividere tutto quello che siete e avete.



AMORE



Omelia nel giorno del matrimonio di Matteo e Micheline


1. L’amore come ospite desiderato da tutti, ma che arriva quando vuole. L’amore si presenta con la novità di un dono inaspettato, inatteso. Viene al nostro incontro senza chiedere permesso: arriva e basta. Necessita, però di essere riconosciuto, accolto. È incalcolabile il suo arrivo nella stessa misura in cui è desiderato. Il paradosso dell’amore: tutti lo vogliono, ma accade in modo improvviso e senza chiedere permesso e senza tenere conto delle condizioni di nessuno. Arriva e pronto: lo puoi solo accogliere. Quando arriva è una forza inarrestabile. È come se vi foste riconosciuti immediatamente, come se colui e colei che stava passando corrispondeva ai tanti sogni fatti nel passato. L’amore quando arriva rovescia la vita, la riorganizza. È come se quello che avevamo fatto sino a quel giorno non valesse niente, come se fosso una preparazione a questo evento.

Chi prova a difendersi rimane segnato negativamente per tutta la vita. Chi lo rifiuta passare il resto dei sui giorni a rammaricarsi per averlo fatto, per non essere salito sul treno che è passato nella propria vita e che invocava solamente di salire. Quanti passano il resto della vita rammaricandosi di quel biglietto strappato in un momento di totale smarrimento di un treno che non tornerà a passare mai più. Voi invece su quel treno siete montati su subito, senza farvi troppo pregare.

L’amore è la miglior medicina al male del mondo Occidentale: la solitudine. Non c’è balsamo migliore per curare le ferite profondissime che la solitudine scava nell’anima delle persone sole. Due persone che si amano sono innanzi tutto due persone guarite dal male della solitudine. L’altro che il Signore vi ha donato, sarà d’ora innanzi il motivo che darà forza alle vostre lotte, ai vostri sacrifici, al perseguimento dei vostri ideali. Lo farete pensando a lui, a lei. D’ora innanzi avrete un fantastico motivo per cui vivere. Credete, non è roba da poco.

2. A questo dono avete deciso di dare un contenuto con le letture che avete scelto. Che cosa sono allora le beatitudini che abbiamo ascoltato se non la narrazione dei tratti dell’umanità di Gesù? Umanità che è impastata d’amore e che genera amore in ogni suo gesto e movimento. E infatti, come fai ad essere un costruttore di pace i un mondo alimentato dall’odio e dalle divisioni se non hai il fuoco dell’amore di Dio dentro di te? Come puoi essere assetato di giustizia, vale a dire, del desiderio di un mondo di persone uguali e che ti conducano a lottare contro ogni forma di discriminazione e disuguaglianza, se non bruci dentro la tua anima il fuoco dell’amore di Gesù, che è morto a causa di questo? E ancora, come potrete resistere alle persecuzioni provocate dall’impegno per un mondo più giusto

Conclusione: l’amore è anche un atto di fede verso una persona. L’amore si alimenta e alimenta questa reciproca fiducia. Abbiate l’umiltà e la tenerezza di non spezzarla mai, per nessun motivo al mondo. Buon cammino. Auere, bom vojage,

giovedì 20 dicembre 2018

NATALE OVVERO L'ADDIO ALLA VERITÀ




(omelia della Vigilia di Natale 2018)

Paolo Cugini


È bello riascoltare i vangeli dell’infanzia, soprattutto quelli narrati da Luca, perché ci aiutano a ritornare al punto zero, all’inizio di una storia che ha molto da dire a noi e alla nostra civiltà. È bello riascoltarla e rivisitare il presepio per capire se l’abbiamo visto bene o se ci è sfuggito qualcosa. Siamo così abituati a vedere le cose che spesso il nostro guardare è così filtrato dalle nostre pre-comprensioni, che non riusciamo più a cogliere la novità, a guardare l’oggetto per quello che è e non per quello che pensiamo già di sapere. Credo che capiti la stessa cosa con il Natale di Gesù, una festa così farcita da tradizioni da non permetterci più di coglierne la novità. Proviamo, allora, a mettere da parte ciò che sappiamo, ciò che crediamo di sapere e avviciniamoci ad osservare il presepio, per lasciarci consegnare qualcosa che questo evento ha voluto dire e continua ad ispirarci.

Mi avvicino allora, al presepio e vedo il bambino Gesù nella mangiatoia. Quel bambino non è solo il figlio di Giuseppe, che viene dalla dinastia di Davide, realizzando in questo modo le profezie messianiche ascoltate nel tempo dell’avvento. Gesù è anche il figlio di Maria che è gravida per opera dello Spirito Santo. Quel bambino che giace nella mangiatoia non porta a compimento solamente un processo storico, che lo fa simile ad ogni uomo e ad ogni donna, che hanno dietro di loro una genealogia, ma è anche il dono del cielo. Quel Bambino è Dio. Come sappiamo questo dato, che chiamiamo incarnazione, è l’aspetto più originale del cristianesimo, che ancora oggi fa tanta fatica ad essere accolto e vissuto come un dono. Gesù è il dono di Dio per l’umanità e rivela che Dio smette di essere un’idea astratta – il dio dei filosofi – e diventa il Dio con noi, che è in mezzo a noi. Che cosa vuole dire?

Se questo è vero, quel bambino è portatore di alcune novità che bisogna tener conto. A partire da Gesù, l’essere di Dio non è più in un’idea astratta, uguale per tutti, che può essere definita in modo oggettivo e compresa con la ragione, ma è un evento. Se l’essere di Dio è in quell’evento che si chiama Gesù, allora il suo essere può venire colto da sguardi differenti e in modi differenti. Con Gesù, Dio cessa di essere un’idea assoluta, astratta, oggettiva, ma diviene evento, soggetto storico, persona percepibile ai sensi e, quindi, interpretabile. A partire dall’evento Gesù, per dire Dio occorre sempre declinare il punto di vista a partire da cui lo osservi e, quindi, lo comunichi. Ecco perché, a mio avviso, i vangeli dell’infanzia insistono nel contestualizzare l’evento. “In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse un censimento” (Lc 2,1s). Se l’essere di Dio entra nella storia e si consegna all’evento, significa che per coglierlo devo conoscere il contesto storico e culturale. Non è possibile dire la verità di Dio in Gesù senza le coordinate storiche e culturali. È stato Dio a consegnarsi in questo modo e, quindi, va rispettato. Quali sono le conseguenze di questo nuovo modo di pensare Dio?

In primo luogo, se l’essere di Dio è in un evento, acquistano valore i sensi: lo vedo, lo ascolto, lo tocco. Vengono alla mente le parole di Giovanni quando, nella prima lettera inizia il prologo affermando: “Quello che abbiamo visto e udito e le nostre mani hanno toccato, noi lo annunciamo a voi” (1 Gv 1, 1s). L’evento Gesù non può più essere narrato come una teoria, un concetto filosofico. Non può più essere comunicato come si comunica una dottrina, vale a dire qualcosa d’imparaticcio appreso a memoria. Con l’evento del Natale posso dire Dio solamente attraverso un’esperienza storica, filtrata dai miei sensi, vale a dire un’esperienza personale. I vangeli sono la consegna di Dio attraverso l’esperienza di persone concrete che hanno visto il Signore, che sono stati con Lui. I vangeli non sono una dottrina, ma la comunicazione di un’esperienza personale che invitano chi l’ascolta a fare lo stesso tipo di esperienza, vale a dire ad incontrare il Signore, ad ascoltarlo, vederlo, sentirlo. La prima conseguenza immediata dell’evento del Natale è che per conoscere Dio occorre incontrarlo, ascoltarlo, vederlo, toccarlo. Dopo Gesù, l’essere di Dio non si dona in un’idea astratta, che esige il pensiero per coglierlo, ma in una persona che richiede il coinvolgimento dei sensi, compreso il sentimento e, senza dubbio, anche la ragione per formalizzare l’esperienza e poterla narrare a qualcuno. È quello che esprime il grido di Andrea che si dirige pieno di gioia a suo fratello Pietro dicendo: “abbiamo trovato il messia!” (Gv 1,41). È lo stesso che disse Filippo a Natanaele incredulo: “Vieni e vedi” (Gv 1, 46).  Molto più forte è l’espressione dei discepoli che, dopo aver visto il Signore risorto, dicono a Tommaso: “Abbiamo visto il Signore” (Gv 20,25). Il Natale ci consegna un Dio che non si può più apprendere come una teoria filosofica, perché non sta più in cielo, ma è vivo in mezzo a noi: è una persona.

A questo punto si comprende molto bene come l’essere di Dio si affida all’interpretazione di qualcuno che ha visto l’evento. A partire da Gesù non è più possibile dire Dio, narrarlo, in un modo univoco. Non esiste un’unica narrazione di Gesù, perché è un evento che si è donato all’esperienza sensibile di ogni persona. Ecco perché i Vangeli sono quattro e non uno. Ogni narrazione sull’evento non escluda l’altra, ma tutte sono necessarie perché ognuna coglie un aspetto di Dio. La comunità cristiana che pone al centro l’evento di Gesù Cristo, si riconosce dal fatto che fa di tutto affinché le persone possano incontrare l’evento Gesù e poi crea le condizioni affinché le persone possano esprimere le loro narrazioni, le loro interpretazioni, quello che hanno visto, udito, toccato. La comunità cristiana è lo spazio in cui si sperimenta la pluralità delle opinioni e in cui si rispetta ogni narrazione.

Potremmo infine affermare che a Natale Dio abbandona la verità, perlomeno quella intesa in senso metafisico, per consegnarci la persona del suo Figlio Gesù. L’incarnazione è il farsi storia del Figlio di Dio, che ci libera dalla verità, determinando le condizioni in cui non si può più pensare la verità come oggettività metafisica, come rappresentazione fedele e perciò autorevole del modo in cui stanno le cose (G. Vattimo). È stato questo modo d’intendere Dio, che è la negazione di ciò che ci è stato donato nell’incarnazione, ad essere motivo di guerre e di morte. È perché s’intende la verità in modo metafisico, come una verità assoluta uguale per tutti, che non solo si pretende d’insegnare, ma la si vuole difendere ad ogni costo. Chi pensa la verità come un assioma apodittico, astratto fuori dalla storia, non accetta le interpretazioni diverse, ma anzi fa di tuto per annichilirle. La storia della Chiesa passata e recente, è purtroppo piena di queste situazioni d’intolleranza. È dal modo in cui ci avviciniamo al mistero di Dio che possiamo diventare persone terribili o buone. Lo stesso Gesù è stato vittima dell’intolleranza e della cattiveria degli uomini della religione metafisica, dell’idea di Dio astratta, un’idea unica da difendere ad ogni costo. Il Dio che è presente nella persona di Gesù ha smascherato l’arroganza dell’idolo, la violenza esigita dalla verità univoca che non accetta e non ammette differenze.


sabato 8 dicembre 2018

LA LIBERTA’ DI MARIA








Paolo Cugini

Che cosa dice la festa di oggi alla cultura post cristiana e secolarizzata nella quale siamo immersi? Assolutamente nulla, soprattutto quel tipo di spiritualità mariana filtrata dal devozionismo che fa di Maria il massimo prototipo a servizio della cultura patriarcale e maschilista. Forse, però, mai come oggi, abbiamo la possibilità di ascoltare la verità di questo testo per quello che è. E allora, si può finalmente entrare nel Vangelo che narra i primi momenti di Maria nella storia della salvezza per cogliere quello che davvero può dirci.

Che cosa esprime Maria nel testo dell’Annunciazione secondo la redazione di Luca? Prima di tutto una grande intelligenza. Porre domande, mettere in discussione è il contrario di un servilismo cieco e dimesso, come è sempre stata presentata Maria. Qui troviamo la futura mamma di Gesù in un atteggiamento critico, attento, che interroga. Se ci pensiamo bene è lo stesso atteggiamento di Gesù nel tempio che da ragazzino poneva le domande ai dottori della legge. Non si accontenta delle risposte preconfezionate. Non si accontenta della verità che è tale perché viene da un’autorità. Maria avanza con delle domande, pone questioni, apre varchi, vuole penetrare il mistero. C’è molto di Maria nello stile di Gesù.

Maria esprime, in secondo luogo, un atteggiamento di grande libertà. Pone domande non solo chi è intelligente, ma anche chi è libero. La libertà è uno spazio che conquistiamo con la nostra intelligenza, che non ci permette di stare schiacciati dentro degli schemi precostituiti. La libertà di Maria è immensa perché lo schema culturale che avvolgeva l’Israele del suo tempo durava da millenni: il sistema patriarcale. Questo sistema aveva prodotto leggi tutte a favore del mondo maschile a scapito delle donne, leggi che arrivavano persino a controllare l’atteggiamento delle donne nel tempio, nel rapporto con Dio. Maria esprime libertà nei confronti di questo modello patriarcale: non ci sta dentro e non la rappresenta. Potremmo dire che Maria è la capofila di un nuovo modello culturale femminile, che vede la donna con gli stessi diritti e doveri dell’uomo. Maria esprime un diritto di uguaglianza, duro ad imporsi nelle culture.

C’è un ultimo aspetto presente nel testo che rivela la personalità di Maria: è una donna pronta per amare. Maria alla fine del dialogo con l’angelo dice sì. Amare significa arrivare ad un sì, che dice la disponibilità a trasformare un sentimento in un progetto di vita sino alla fine dei giorni. La verità dell’amore dice dell’intelligenza che porta il sentimento sino alle soglie di un progetto di vita. L’amore quando è autentico, è anche espressione di libertà. Maria accetta la proposta dell’angelo perché la sente in sintonia con le proprie aspirazioni. Nonostante fosse promessa sposa di Giuseppe, forse coltivava nel suo cuore qualcosa di diverso che non riusciva a formalizzare. Quest’incontro con quel personaggio misterioso che il Vangelo chiama angelo, rivela a Maria una possibilità di vita che s’incontra con ciò che lei stessa sentiva nel più intimo del suo cuore, vale a dire il cammino di un amore oblativo, di una vita totalmente donata a Dio gratuitamente e per sempre.  

A differenza della tradizione secolare fatta di devozioni che ci presentano una Maria tutta modellata dallo schema patriarcale, una Maria obbediente, silenziosa, docile all’autorità costituita, qui troviamo nel Vangelo una donna forte, intelligente, libera e, per questo, capace di un amore oblativo e fedele. Più della Maria che le devozioni ci hanno consegnato, è la Maria del Vangelo che ha ancora qualcosa da dire agli uomini e alle donne di ogni tempo.

lunedì 3 dicembre 2018

ECCO VERRANNO GIORNI - RITIRO SPIRITUALE DI AVVENTO





RITIRO SPIRITUALE DI AVVENTO
CRISTIANI LGBT

DOMENICA 2 DICEMBRE 2018 – Baccanello di Guastalla

Discepoli di Gesù: un cammino di libertà

 

PRIMA MEDITAZIONE: ECCO, VERRANNO GIORNI (Ger 33,14)

C’è una prima dimensione del tempo di avvento che viene sollecitata dalle prime letture della liturgia che, perlomeno sino a metà avvento sono letture profetiche-messianiche. C’è un annuncio dei profeti per il popolo d’Israele che è rivolto al futuro, che spinge il popolo a guardare lontano, ad alzare lo sguardo, a non fermarsi a ciò che vede dinanzi a sé, ma a spingere lo sguardo altrove, oltre l’apparenza, oltre il dato immediato. È interessante e significativo iniziare l’anno liturgico in questo modo e cioè a non considerare il dato immediato, il dato materiale come l’unico possibile, come l’unico orizzonte possibile: c’è di più. I cristiani sono coloro che camminano con lo sguardo elevato, che guardano lontano, che attendono il compiersi di una promessa.

Il Natale al quale ci prepariamo ci dice che questa attesa non è vana perché si realizza in Gesù. C’è una tensione tra promessa e realizzazione che siamo chiamati a vivere. La fiducia nella Parola di dio significa abitare questa tensione, che è in contrasto con la cultura dell’immediato nella quale viviamo e siamo immersi. Questo aspetto ha alcune ricadute immediate sull’esistenza.

1.      La prima è la fede nella Parola. Fiducia nel Signore, nel Vangelo che è cammino di salvezza ed ha una parola di misericordia per tutti. Il Dio che si è manifestato in Gesù è sovrabbondanza di amore misericordioso. Os 11, Mt 9, 10-13; Gv 8, 1-11 Lc 15. E’ una Parola che dice di uno stile, che ha parole di attenzione, di accoglienza, mai di giudizio e di esclusione. E’ una Parola nuova e sconvolgente che attrae a sé. “In religioso ascolto della Parola” (DV, 1). La Parola è una semente di eternità (1 Pt 1, 22-25).

2.      È questa Parola di amore nella quale pongo la mia fiducia che mi salva: 1 Cor 15, 1-3; Ef 1,13. È la Parola che mi salva: da che cosa? Dalle parole vane, dalle parole ingannatrici, dalla menzogna camuffata di verità (Gv 8, 44).

3.      La seconda è la spiritualità dell’attesa che matura nella pazienza. L’attesa paziente è alimentata dalla fiducia nella Parola di Dio. Traducendo queste affermazioni nel contesto attuale: tutte le volte che nella mia vita presente incontro una parola di Dio mediata dalla Chiesa che è dura ed escludente

4.      Il cristiano è colui che ascolta (Dt 6,4)

5.      Il cristiano che ascolta una Parola di cui si fida, apprende a non consegnarsi alle intuizioni immediate, alla materialità del tempo presente, al qui ed ora, alla pressione di ciò che è attuale, ma con pazienza aspetta che maturino i tempi per operare un discernimento. Si tratta di fare la volontà di Dio, ma questa volontà va oltre la dottrina degli uomini, che nel tempo codificano la Parola.

6.      In questa prospettiva così delineata, il tempo di avvento dovrebbe aiutarci a maturare una spiritualità del discepolato, che indica che la vita è un cammino di liberazione dalla tirannia del tempo, dell’immediatezza e che ha come stella polare irrinunciabile la Parola di Dio.


SECONDA MEDITAZIONE
Discepoli/e del Signore sul cammino della libertà
Marco 3, 1-6: Gesù l’uomo libero. Analisi della scena
Il contesto: è un giorno di sabato nella sinagoga. (leggere Es 20; Dt 5)
I personaggi coinvolti:
ü  L’uomo dalla mano inaridita
ü  I farisei
ü  Gesù
Alzati, vieni qui in mezzo: la prima cosa che Gesù compie è porre nel mezzo colui che era in disparte. Lo pone al centro della comunità. Questo è il compito di ogni comunità cristiana: porre al centro coloro che la società mette da parte, esclude e discrimina.
È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?
Ø  Gesù, con una domanda, provoca la coscienza degli ascoltatori.
Ø  Gesù consegna agli ascoltatori un’interpretazione sui testi della legge che parlano del precetto del sabato. Quest’interpretazione rivela il senso autentico della Legge, che consiste nel liberare l’uomo, offrendogli dei cammini di salvezza. Allo stesso tempo, Gesù mostra i contenuti autentici della Legge di Dio: la vita, il bene.

Disse all’uomo: tendi la mano: Gesù libera l’uomo dal male in giorno di sabato, mostrando il senso autentico della Parola.

Domande:
·         come fa Gesù ad essere così libero?
·         Come fa a vedere oltre la spessa coltre della tradizione?
·         Come fa a vedere il cuore dell’uomo, della donna?

Cammino di Avvento per imparare ad essere persone libere, umane, che sanno discernere
La libertà evangelica:
ü  La verità vi farà liberi (Gv 8,32)
ü  2. Cor 2, 12s

Condivisione:
·         Volevo ringraziare il Signore per essere qui, per ascoltare una Parola di Speranza e d’amore. Siamo qui provenendo da situazioni particolari. Anche nelle situazioni che ci ha sconvolti il Signore è stato presente, anche più di prima. Pericolo dia avere una religione senza fede, una religione atea. Non basta osservare le norme per sentire il problema della presenza del Signore. Non incontriamo il Signore obbedendo semplicemente a delle norme. Il Signore ha fiducia di noi. Tempo di Avvento la sua Parola dev’essere al centro della nostra giornata.

·         Voglio ringraziare il Signore per essere qui, in questo posto sperduto, ma mi aveva dato un appuntamento qui. Sono commossa da questa attenzione che ha avuto per me. Povertà come occasione per chi accorgermi di chi mi vuole bene. Vivo una povertà di affetti, e qui mi sento umiliata e povera, E non ho fiducia che verranno giorni migliori. Spero di maturare una amore adulta, matura: donarmi, essere ciò che a Lui fa piacere.

·         Questo giorno è già nell’ottica della realizzazione della profezia, del “verranno giorni”. Guardando indietro mi sono accorta che Dio attraverso la via che ho percorso, mi ha portato. Ho capito che Dio vuole bene a tutte le cose, anche quando non capisco dove sono. Devo ricordarmi che ho passato un peggio e che c’è quindi un nuovo che Dio prepara. Mentre ero nella situazione negativa, capivo che sarebbero venuti giorni migliori. C’è speranza. I miei figli sono grandi e ho provato la difficoltà economica. L’obiettivo come mamma era quello di non fargli sentire la mancanza delle cose.

·         Anch’io ringrazio Dio, per questo: “verranno giorni”. Sono tanti anni che aspetto e forse dovrò ancora aspettare. È una parola che è già una consolazione.
·         Ringrazio il Signore per queste ore che mi ha dato, anche perché sono state un fuori programma. Tramite le riflessioni capisco che c’erano cose che potevo considerare fuori programma, tutto è servito, perché anche quello che poteva sembrare sbagliato è servito per capire la volontà del Signore su di me. L’ascolto delle persone è importante.

·         Mi ha colpito il contesto in cui Gesù è arrivato. Gesù interpreta le Scritture in modo nuovo rispetto alla Tradizione. Anche noi oggi facciamo fatica nei confronti della Parola e della sua interpretazione. Anche noi siamo poveri in vari momenti della nostra vita. A volte passiamo momenti di povertà in cui sentiamo il bisogno di essere messi al centro. Attenzione a tutti. I criteri per interpretare la Parola sono la vita, la giustizia, la pace, la misericordia.

·         Fammi conoscere Signore le tue vie. Nell’Avvento mettendo al centro il Signore possiamo avere lo sguardo di Gesù, che è nuovo, perché ci permette di vedere al di là delle apparenze.

·         Mi sono interrogato. Mi sono chiesto: io cosa posso fare in questo contesto, nella mia realtà? Faccio fatica a dare una risposta. Mi sono sempre chiesto che cosa posso fare di più? Il Signore non ha detto prima gli italiani: cosa posso fare? Abbiamo cercato di trasmettere ai figli la fede, ma l’hanno rifiutata. Che cosa devo fare? Mi chiedo se la strada intrapresa è quella che il Signore vuole. Perché sono in contrapposizione con quello che vivevo prima? Forse perché era un ambiente autoreferenziale, dove i problemi vengono tenuti nascosti. È un cammino che devo digerire.

·         Vivere la povertà è molto difficile. È difficile liberarmi dalla schiavitù delle cose. Mi affascina il fatto che Gesù metteva al centro la persona. Oggi siamo schiavi di regole, e giudichiamo gli altri.