giovedì 2 agosto 2018

IO SONO IL PANE DELLA VITA (Gv 6, 24-35)





Paolo Cugini


Il brano del Vangelo di oggi si chiude con un’affermazione impressionante. Gesù si dichiara il pane della vita: che cosa significa? La risposta a questa domanda è importante, perché ci permette di cogliere il significato che l’Eucarestia ha per noi, per la nostra vita.
Che cos’è l’Eucarestia nella Chiesa e nella vita di una comunità? E’ un rito che è stato rivestito di un’obbligatorietà, di un precetto la cui osservanza è avvertita come necessaria per ereditare il Regno dei cieli? Questa precettistica e obbligatorietà oggi è percepita solamente dai cristiani di una certa età e dai movimenti cattolici conservatori. Le nuove generazioni, che sono nati e vivono immersi nella cultura postmoderna liquida e non hanno nulla da spartire con l’epoca della cristianità, non sentono l’esigenza di questi riti propiziatori, anche perché non s’interessano né del passato né del futuro, ma vivono immersi nel presente. Ecco perché diviene importante cercare di comprendere il brano di Vangelo di questa domenica.

In quel tempo la folla… si diresse a Cafarnao alla ricerca di Gesù
C’è una folla alla ricerca di Gesù. Già questo è un indizio che rivela l’impostazione di un tema. Solitamente la ricerca di Dio avviene personalmente. Qui abbiamo una folla. E’ una ricerca che sembra viziata in partenza. La folla è anonima, senza volto e senza identità: che senso può avere questa ricerca? Che cosa può cercare di buono una folla? Da che cosa è mossa la ricerca della folla? Non basta cercare Gesù per essere salvi: dipende come lo ricerchi e con chi e perché. Non basta andare in chiesa e partecipare a dei riti e a dei precetti per essere salvi; dipende con che intenzioni ci andiamo, con chi, a fare cosa e perché? Per riconoscere nel volto di Cristo la presenza di Dio occorre uscire dalla folla, occorre cioè metterci la faccia, assumere un’identità, distinguersi, prendere le distanze da ciò che ci nasconde dietro ad un anonimato che è controproducente. Finché rimaniamo tra la folla non siamo nessuno, soprattutto, non siamo qualcuno che Gesù può identificare per dirigerci la sua Parola. Il cammino di fede nasce quando abbiamo il coraggio di uscire allo scoperto, abbandonare la falsa sicurezza della folla, per cercare la protezione del Signore.

In verità in verità di vita voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati
Le parole di Gesù rivelano due livelli di esistenza: la vita materiale e quella spirituale. Due livelli che non sono contrapposti, ma interdipendenti e necessari. La vita materiale, nella condizione di vita umana, dev’essere guidata da quella spirituale: è questo l’ordine delle cose. Il senso di una comunità cristiana dovrebbe servire a questo: aiutare le persone a scoprire il tesoro prezioso della propria vita interiore, della bellezza della preghiera, della meditazione, del mondo spirituale che dà un senso e dei significati alla vita materiale. Gesù smaschera gli uomini della folla che vivono e cercano ciò che sazia, che sfama, che vivono, cioè, ad un livello materiale e non riescono vedere al di là della materialità delle cose e, per questo, non riescono a capire la profondità del messaggio di Gesù. C’è tutta una religione che rimane ad un puro livello materiale e che soddisfa l’istinto di sopravvivenza. Questa religione è a servizio dell’ego soggettivo e non permette nessun cammino al di fuori di sé. Sino a quando rimaniamo nella folla viviamo solamente al livello materiale e soddisfiamo i desideri che derivano dall’istinto di sopravvivenza.

Avete visto dei segni: che cosa vuole dire Gesù con questa espressione? Ci sono dei dati materiali, degli eventi storici che sono portatori di un significato che dev’essere interpretato. Ci sono delle situazioni e anche degli elementi materiali che Gesù ha rivestito di significati che devono essere scoperti, capiti, interpretati e che dicono qualcosa di Lui, della sua presenza, del suo modo di essere e di vivere. In questo caso l’evento di riferimento è la moltiplicazione dei pani e dei pesci il cui primo significato non è l’aver soddisfatto la fame di tante persone, ma di essersi interessato a loro. Il segno che Gesù ha posto dentro l’evento e anche nei pani e nei pesci distribuiti è il significato di una vita per gli altri. Gesù vuole condurre la folla dentro questo mistero, che è il significato autentico della vita e cioè, che la vita che abbiamo ricevuto come un dono ha senso solamente quando viene donata gratuitamente.

Avete mangiato di quei pani e di qui pesci
C’è una fame che muove verso una ricerca. Di che cosa abbiamo fame? Di che cosa ho fame? Cerco ciò che mi alimenta e soddisfa i miei desideri. Che cosa desidero? Di che cosa ho bisogno? Di che cosa ho bisogno per soddisfare il mio desiderio reale? Gli uomini della folla cercano Gesù solamente perché ha soddisfatto la loro fame fisica. Per questo tipo di soddisfazione non c’è bisogno di Gesù: lo può fare chiunque nel mondo. Ciò che invece solo Gesù può fare è alimentare la nostra anima rivelando il significato della vita.

Datevi da fare non per il cibo non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna
Gesù non le manda a dire, ma va subito al centro del problema. C’è il rischio di trascorrere tutta una vita senza arrivare al cuore del problema. C’è il rischio di trascorre tutta la vita all’ombra del campanile senza riuscire a cogliere l’essenza della vita di fede. C’è un alimento che riempie il vuoto che si forma nella nostra vita, dentro di noi, quel vuoto che riempiamo con la materia, ma che dev’essere invece riempito con qualcosa d’altro. E’ Gesù l’alimento di cui abbiamo bisogno, è Gesù il pane della vita, quell’alimento che dura per sempre e che dà un significato perenne alla nostra esistenza affinché tutta la nostra vita, in ogni singolo gesto e in ogni singola scelta diventi come il cibo che mangiamo e che Gesù ci dona, vale a dire: amore.


giovedì 17 maggio 2018

UNA SOLA COSA TI MANCA



Marco 10, 17-30

Paolo Cugini

Mentre Gesù andava per la strada” (Mc 10, 17). Il ministero di Gesù, se così lo vogliamo chiamare, si svolge sulla strada, in un continuo movimento verso Gerusalemme. Strada come luogo per eccellenza dell’incontro, della disponibilità a lasciarsi incontrare, senza filtri, burocrazie, segreterie, o altro. C’è la disponibilità ad un contatto immediato, corpo a corpo, un’accessibilità a tutti. E’ la Chiesa in uscita che, senza dubbio, non l’ha inventata Francesco, ma nasce così, dallo stile di Gesù.

La richiesta del giovane ricco è la tipica domanda che nasce da un contesto religioso, che stimola l’individualismo borghese. E’ la ricerca di una salvezza individuale, esattamente come hanno insegnato i dottori della legge, insegnamento che prima di provocare un cammino verso l’altro, tenta di soddisfare il proprio egoismo. C’è tutta una religione malata, che serve a questo gioco subdolo e ambiguo, che si serve della dottrina per innalzare se stessi sugli altri, invertendo in questo modo l’autentico cammino di fede. Gesù, al contrario, è venuto ad annunciare il Regno dei cieli, mostrando con il suo stile di vita la possibilità di realizzare un pezzo di cielo nelle relazioni nuove, che si possono instaurare tra discepoli e discepole che accolgono la sua Parola. Relazioni non più basate sul possesso, sull’interesse personale, ma sul dono di sé, sulla gratuità, la ricerca della giustizia. La Chiesa, d’altronde, dovrebbe essere proprio questo, vale a dire, uno spazio di umanità differente, nella quale chiunque si sente accolto, senza alcuna discriminazione.

Non è un caso che Gesù, interpellato dal giovane in cerca di gloria religiosa, risponda indicando come cammino da compiere solamente i comandamenti che implicano una relazione, tralasciando gli altri. Del resto, è questo il senso del suo messaggio che troviamo nella buona novella: attraverso di Lui e con Lui, è possibile compiere quel cammino che ci aiuta ad uscire da una vita incentrata su noi stessi per vivere per il Signore e per i fratelli e le sorelle che pone sul nostro cammino (Cfr. 2 Cor 5, 15).

Una sola cosa ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi” (Mc 10, 22). Forse aveva regione Origene a sostenere che, in realtà il giovane ricco non era altro che un bugiardo, perché è impossibile rispettare i comandamenti di Dio, che hanno nell’amore al prossimo il culmine, e non riuscire a condividere i propri averi con i fratelli e le sorelle. La verità del cammino che il Signore propone non consiste nell’osservanza di precetti, di regole o di gesti cultuali, ma nel dono di sé all’altro. La condivisione dei propri beni con i poveri significa la disponibilità alla costruzione di quel regno di giustizia intaccato all’egoismo umano. Una disponibilità che non si ferma alla superficie, ma che cerca di andare alla radice, alle cause.

E’ ascoltano Gesù e la su buona novella che ci rendiamo conto quanto la religione del tempio, che sostituisce la tradizione degli uomini alla Parola di Dio, sia ancora così presente nelle nostre comunità. L’accoglienza agli stranieri o l’attenzione nei confronti di ogni forma di emarginazione – vedi le persone LGBT – invece di trovarci pronti e disponibili, provocano invece tensioni e divisioni nelle comunità cristiane. E allora, quella tristezza narrata nel volto del giovane ricco, si trova spesso stampata anche nei nostri. Il Vangelo è strumento di salvezza, come ci ricorda san Paolo (Rom 1,16) proprio perché è capace di realizzare quello che dice. Ci libera dal peso di una vita concentrata su noi stessi per aprirci agli altri, che è forse l’unico modo per sperimentare la gioia che viene da Dio.

sabato 28 aprile 2018

TOCCATEMI E GUARDATE





Paolo Cugini
Sono parole strane quelle che Gesù rivolge ai suoi discepoli dopo la Risurrezione, per spronarli dinanzi alla loro incredulità. Quel: “toccatemi e guardate” suonano strane nel contesto di una religione abituata a lavorare su dati spirituali, a incentivare il cammino interiore. Eppure, l’invito di Gesù a toccare il suo corpo e a guardare i segni delle ferite lasciati dai chiodi della croce, indica il cammino della Chiesa. Il Dio di Gesù Cristo non è un fantasma: ha un corpo. D’ora innanzi la religione non può più essere accusata di fantasia, perché il Dio che annuncia il cristianesimo ha i contorni ben definiti. Non è qualsiasi cosa che viene annunciato, ma quel corpo che è possibile toccare e vedere. Questo è il compito della Chiesa: aiutare il mondo a toccare e vedere il Signore. E’ il compito della chiesa perché oggi è proprio la Chiesa il corpo di Cristo, come ci ha insegnato san Paolo nelle sue lettere. Per essere vista e riconosciuta come il corpo di Cristo, deve portare i segni dei chiodi, che sono il segno di un amore senza limiti. Deve poter mostrare il fianco ferito dall’odio del mondo e risanato dalla potenza di Dio che lo ha risuscitato.

lunedì 16 aprile 2018

IL BUON PASTORE




GIOVANNI 10, 11-18

Paolo Cugini

Il brano di Vangelo proposto dalla Liturgia di oggi ci stimola a riflettere sui modelli di maternità e paternità che adottiamo e, di conseguenza, sulla qualità delle relazioni che sappiamo instaurare. Che cosa significa essere padre e madre nella società sempre più liquida e post cristiana, società in cui non solo è sempre più difficile decidersi per qualcosa di definitivo, ma anche identificarsi?  Il teologo Armando Matteo, alcuni anni fa, faceva notare come la prima generazione incredula, vale a dire i diciottenni attuali, sono stati i primi ad avere dei padri e delle madri che non hanno trasmesso loro la fede. Invece, infatti, di preoccuparsi di dire Dio ai loro figli, hanno pensato a loro stessi, sono stati per così dire, utilizzando la metafora del Vangelo, dei mercenari. Lo psicoterapeuta Massimo Recalcati nei saggi: Le mani della madre e Il ritorno del padre, evidenzia la difficoltà che oggi gli adulti hanno di assumere il loro ruolo. Mentre la donna fa sempre più fatica ad identificarsi totalmente nel ruolo di madre (finalmente!) come avveniva un tempo, entrando a suo dire in derive di tipo narcisista; l’uomo, a sua volta, non riesce più ad imporsi come il garante familiare della Legge, scivolando in un tipo di relazioni deresponsabilizzanti, che non riescono più ad imprimere nel figlio un significato, le motivazioni di un vissuto. 
Senza dubbio, oggi facciamo più fatica a definire ruoli che un tempo, ma questa difficoltà non è tutta negativa. Più che avere dei riferimenti forti sui quali appoggiarci per tutta la vita, siamo stimolati cercare continuamente nel vissuto quotidiano il modo evangelico per incontrare l’altro, per tessere relazioni che aprano cammini di libertà. Come possiamo essere sicuri della bontà evangelica delle nostre relazioni? Come possiamo percepire la bontà della nostra maternità e della nostra paternità? Il Vangelo di oggi ci suggerisce un criterio: “E ho altre pecore che non provengono da questo recinto, anche quelle io devo guidare”. La paternità e la maternità che noi esercitiamo è autentica quando non si chiude in se stessa, ma si apre al mondo, a tutti coloro che Dio mette sul nostro cammino, quando cioè pensa a chi è fuori. Alzare lo sguardo, guardare al di fuori del recinto delle nostre vite, e pensare all’altro, a colui che non crede, a colui che è nel bisogno e che non è nel giro degli amici e dei parenti, non è qualcosa di normale, ma è il segno di una conversione, il segno che la Parola del Pastore è entrata in noi e sta squarciando il nostro cuore, il segno di un avvenuto riconoscimento reciproco. Quando il povero, l’affamato, chi ha perso casa o lavoro, chi è smarrito, chi è solo come un cane, chi è vittima di pregiudizi entra nel nostro pensiero e vi trova spazio, allora, caro mio, qualcosa di grande è avvenuto. Vengono in mente le parole di Papa Francesco dell’Evangeli Gaudium, quando esortava le comunità ad uscire da una pastorale di conservazione, per uno stile pastorale in uscita. 
Sentire la responsabilità di chi non è in mezzo a noi, di pensare a loro, di coinvolgere chi ci è vicino per uscire, significa essere padri e madri sullo stile del buon Pastore. Alzare lo sguardo per guardare al di là del recinto, del cancello: è il contrario che alzare dei muri per non vedere, per mantenere le distanze, per non sentire le grida dei disperati, la puzza dei poveri, la realtà dei rifiuti umani, come li chiamava Bauman. Mi viene da dire che, proprio in questo contesto culturale in cui sembra non esserci più nulla di definitivo su cui appoggiarci e avere la scusa per demandare a qualcuno più in alto le nostre responsabilità, siamo interpellati in prima persona da coloro che sono al di là del recinto delle nostre case, delle nostre chiese, dei nostri gruppi.
Paolo Cugini, parroco dell’Unità Pastorale Santa Maria degli Angeli-Reggio Emilia

lunedì 9 aprile 2018

ERANO UN CUOR SOLO - DOMENICA IN ALBIS






Il tempo di Pasqua è pieno di positività. La si respira nelle pagine dei vangeli in cui si parla di vita, di una vita che va al di là della morte, di una vita che diviene quindi motivo di speranza nel presente, nel vissuto quotidiano. I discepoli hanno la possibilità di dialogare con il loro Maestro, nonostante fosse stato crocefisso qualche giorno prima. E’ un dato incredibile perché non solo fa luce sull’identità di Gesù, ma soprattutto perché rivela la forza della sua Parola e come questa Parola possa rialzare chi è caduto, posso offrire un cammino. Basta credere in Lui; basta accogliere la sua Parola. E’ bello il tempo di Pasqua perché ci narra la bellezza delle prime comunità: quanta speranza! Erano così pieni di fede della presenza del Signore in mezzo a loro, che non solo si trovavano spesso insieme a pregare, ma le cose non esercitavano più nessuna attrattiva su di loro. E allora, chi aveva di più condivideva con chi aveva meno, affinché nessuno nella comunità vivesse nel bisogno. E’ la fede che s’incarna nella vita. Che voglia di vivere come loro! Don Paolo

giovedì 22 marzo 2018

IL QUARTO CANTO DEL SERVO DI JHWH




DON CARLO PAGLIARI

RONCINA 22 MARZO 2018

Sintesi: Paolo Cugini

I quattro canti del Servo sono stati determinanti delle comunità cristiane della prima ora. Comprendere la Pasqua non è stata una passeggiata per i primi cristiani. Gesù è morto da solo. Umanamente parlando la vita di Gesù è un solenne fallimento, perché con le sue scelte e con le sue parole non è stato capito. Proprio i dodici lo hanno lasciato nel momento più decisivo. Le stesse folle prima lo osannano, poi lo tradiscono. La Pasqua è il riconoscimento che la croce non è un fallimento, una sconfitta, ma una vittoria. La resurrezione è il riconoscimento che Dio ha innalzato il crocefisso. Capire questo non è facile, perché occorre passare per la morte, il fallimento. Il libro più citato dll’AT nel NT? E’ il libro dei salmi, perché è il libro che utilizzavano nella preghiera. E’ leggendo la Scrittura che la croce non è stata una sconfitta.

E’ impressionante la somiglianza del IV canto del Servo e quello che è accaduto a Gesù.

“Ecco il mio Servo avrà successo…” Ci sono qui i verbi che il NT utilizza per parlare della resurrezione, che è un innalzamento, è uno stare in piedi, ristabilito, glorificato. Con un doppio senso perché l’innalzamento vuole dire un vantaggio. Nel Vangelo di Marco l’unica professione di Fede la farà un centurione romano e pagano sotto la croce, un uomo che non aveva conosciuto Gesù. E’ sulla croce che si apre la strada del Regno: oggi sarai con me in paradiso (cfr. Lc 22).

Molti si stupirono di lui, tanto era sfigurato il suo aspetto”. E’ una morte che serve per la salvezza di tutti. E’ accaduto qualcosa di sconvolgente. Qualcosa che non è affascinante. Gesù ha vissuto due condanne a morte, perché la flagellazione per i romani era una condanna a morte. I cristiani prima di disegnare la croce ci mettono tre secoli. Il salmo dice: è il più bello tra i figli dell’uomo. Pilato dice: Ecce homo. Questo è il paradosso. Dov’è questa bellezza? E’ una bellezza che non seduce. Non è uno che ti compra con l’apparente bellezza, con il suo fascino. Non è un manipolatore. Si tratta di cogliere la bellezza che appare se la cerchi in profondità e la percepisci dalla profondità delle sue scelte. E’ la bellezza di colui che non cede dinnanzi al male. Gesù ti mostra il costo dell’amore: è questa la vera bellezza che ti converte.

La croce è il nostro specchio. Quell’uomo sfigurato è la mia immagine ferita dal peccato. Tutto il male del mondo è rappresentato dai personaggi che circondano Gesù in quelle ore in cui scaricano su di lui quello che loro non vogliono vedere. Il crocefisso è quello che avviene nel peccato dell’uomo. L’innocente Gesù si fa carico dei peccati del mondo. Gesù sceglie la mitezza perché sia chiara la violenza che è su di lui. L’uomo sfigurato è il servo del Signore che diventa specchio della mia bruttezza. Eppure, quell’uomo sfigurato, è anche specchio dell’amore paziente e profondo del Dio che è capace di portare il peso degli alti. La croce è la narrazione di come è profondo l’amore di Dio. Gesù è la spugna contro il quale puoi scaricare la tua rabbia e ricevere perdono.

Dio non è assetato di sangue, ma la salvezza è conoscere il volto di Dio e il mio. Il Servo si fa carico di questa missione di liberazione. La mitezza, e il saper stare con forza in quella posizione sarà liberazione della violenza del mondo.

La realtà cambia nel momento in cui riconosciamo i nostri peccati. In tutti i Vangeli Pietro non ha vergogna di dire quello che ha fatto a Gesù, perché è un perdonato. Geremia dirà: quando saranno perdonati i vostri peccati conoscerete Dio.

giovedì 15 marzo 2018

IL TERZO CANTO DEL SERVO DI JHWH (Is 50,4-11)

DIOCESI DI REGGIO EMILIA E GUASTALLA - ZONALE OVEST






LECTIO DIVINA NEL TEMPO DI QUARESIMA

RONCINA – GIOVEDI 8 MARZO 2018


Con DON CARLO PAGLIARI


Sintesi: Paolo Cugini

Il terzo canto del Servo di JHWH descrive il servo quasi come un sapiente.
Il Signore mi dà una lingua da discepolo: il sapiente è colui che ascolta dalla sapienza che viene dall’alto e la vive nel concreto. Ricorda le indicazione che Mosè diede a Giosuè prima di entrare nella terra promessa. Stessa indicazione che JHWH dà al re Salomone. Il servo di JHWH di questo terzo canto segue quindi, il modello sapienziale.
Altra caratteristica: qui abbiamo la testimonianza in prima persona. Qui abbiamo la sua voce. Questo dà forza al testo. In questo canto veniamo a sapere il segreto della forza del servo. Veniamo a sapere che cosa pensa e vive nel momento della prova.

8-9: il servo manifesta una coscienza di sé molto forte. Vivere la mitezza, lo stile non-violento non vuol dire essere bonaccioni o dei deboli. Anche il servo è forte ma la sua non è una forza muscolare, ma interiore.

v. 4: Il Servo medita la Parola giorno e notte. La Parola corrobora la vita del Servo. Cfr. Maria che dà carne alla Parola, la somatizza. Maria è l’immagine del Sapiente che lascia che la Parola generi dentro di lei. Il discepolo ha una lingua nuova. Il servo di JHWH è discepolo in questa prospettiva, che viene dalla relazione con la Parola. Il segreto è ricordarsi di essere discepoli. Così come Gesù diceva: non do la vita da me stesso, ma il Padre. Essere talmente discepoli da riconoscere che tutto viene da Dio. Il dono ricevuto della Sapienza è data perché sia condivisa con gli sfiduciati.

Ogni mattina fa attento il mio orecchio: la preghiera migliore nella Bibbia è sempre quella del mattino. Alla sera è difficile pregare, è difficile ascoltare. Alla sera la preghiera rischia di diventare un monologo. La preghiera del mattino nasce quando tutto deve ancora cominciare stimola il silenzio, l’ascolto. Il discepolo conosce da dove viene la vita, per questo sta in silenzio e ascolta. I bambini cominciano a parlare ascoltando. Cfr. Salmo 27: se tu non mi parli io sono come colui che scende nella fossa. Se non ascolto qualche parola significativa, non ho parole significative. Se non ascolto non so dire nulla. Essere discepolo è la condizione normale dell’uomo e della donna. Ecco perché la preghiera è innanzi tutto silenzio e ascolto. Saper ascoltare è anche un saper vedere.

“Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e non ho posto resistenza”: c’è una sfumatura importante. È qualcosa presente anche nella letteratura profetica. Non è facile avere un rapporto con Dio. La prima resistenza l’abbiamo dentro di noi. Questo servo è servo fino al midollo. Si può resistere all’azione di Dio. La nascita è un’esperienza traumatica. L’esperienza della novità è dura da accettare, è dolorosa. Farsi aprire le orecchie è un’esperienza dura. Chi ha imparato a lottare con il Signore e a prenderlo sul serio, la stessa forza che ha maturato con il Signore la vivrà nella realtà.

Ho presentato il dorso ai flagellatori: qui c’è un’opposizione. Ci sono persone violente che vogliono umiliare e fare del male. La flagellazione è una punizione. Questi non si limitano a ferire il corpo, ma anche l’anima. Qui i nemici vogliono colpire la dignità. Qui c’è la forza del Servo che rimane in piedi in una situazione di grande umiliazione. Come rimanere in piedi in un simile contesto?

Il Signore Dio mi assiste: qui è il punto centrale. La vera forza la si trova in una disciplina interiore. Resistere alle umiliazioni è molto difficile. Si rimane in piedi se si ha la forza che vien da Dio. Il Servo non reagisce. Il Servo non vacilla perché la sua forza interiore gli rivela la sua identità. Il Servo sa che la violenza è il segno di una debolezza. Aggredire l’altro non è segno di forza. La vera forza è indurire il volto e rimanere fermi nella sua dignità. Il Servo sa che cosa è il male e il bene. Chi usa la violenza non ha capito che cos’è il bene. Questo Servo non cade nell’inganno perché è forte dentro di sé. E’ la forza che viene da Dio, dalla consapevolezza della vera sapienza.

Gesù non è uno sprovveduto quando abbraccia la croce. Gesù la sa più lunga di tutti noi. Questo lo ha capito chi lo ha visto morire. Gesù è libero nell’abbracciare la croce. La sua forza è che nonostante le violenze e le umiliazioni subite, i tradimenti dei suoi amici, Gesù non ha risposto con la stessa moneta, perché ha continuato ad agire come agisce Dio. Non ha permesso che il suo cuore si macchiasse di rancore, di gelosia, di rabbia. Il segreto del Servo è che ogni giorno, ogni mattina ha lasciato che la Parola forgiasse la sua umanità.

Sapendo di non restare confusi: Chi cresce nella confusione si logora presto. Siamo di fronte ad una umanità logorata. L’appello che fa il Servo è di ascoltare per prendere forza dal Signore.
10-11: Chi semina nel fuoco brucerà nel fuoco che semina. Morirete nelle frecce che avete acceso. Queste parole sono il frutto dell’esperienza del Servo. Chi usa la spada morirà di spada. Nella passione Gesù rimane progressivamente in silenzio perché sarà l vita stessa a parlare, sarà il suo stile a parlare. La vera battaglia non è mostrare muscolarmente chi è più forte, ma si tratta di far vedere chi non cede al male. Gesù in questo suo silenzio è spettacolare.


domenica 11 marzo 2018

PIETRA DI SCARTO




RITIRO SPIRITUALE DI QUARESIMA PER GIOVANI E ADULTI
UNITA' PASTORALE SANTA MARIA DEGLI ANGELI-RE


Paolo Cugini
Premessa al ritiro: credere nella Parola. Credere che la Parola di Dio sia luce sul nostro cammino. Credere che Dio ci parla, mi parla attraverso di Lei.

Salmo 118 (117): racconta un viaggio di liberazione, la trasformazione dell’ansia e della sconfitta in gioia. Prosperità, vittoria.
Nella mia angoscia invocai il Signore (v. 5): il fedele è bloccato in una situazione angusta, in cui si è bloccati e confinati[1].
Attorno al protagonista c’è gente ostile che lo aveva accerchiato, circondato.
Il protagonista era convinto di morire, eppure invoca il Signore che lo porta in salvo

v. 17: racconterò le opere del Signore: l’esperienza della propria salvezza diviene motivo per annunciare le opere del Signore

v. 22: la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta pietra angolare: è il salmo che racconta la parabola del cambio della sorte dell’uomo: prima è rigettato e poi viene salvato da Dio e gli viene affidato un importante incarico.

Il salmo narra una situazione che nelle scritture è paradigmatica: colui o colei che è scartato, viene scelto da Dio per portare avanti la storia di salvezza.
Il riferimento in sottofondo è il popolo d’Israele. Si ritiene, infatti che sia un salmo post-esilico e che alluda al ritorno in Patria degli esuli.

Vv 1-4: sono convocati coloro che temono il Signore
Secondo Ravasi la pietra è un simbolo polisemico indicando il popolo scartato ma ora riabilitato. Il tempio che ha condiviso la sorte del popolo nonché lo stesso JHWH che aveva intrecciato il proprio destino con quello d’Israele.
Pietra è quindi un simbolo allusivo al tempio, a JHWH stesso o anche al povero scartato dagli uomini e recuperato da Dio per il suo progetto salvifico[2].

Due elementi sono significativi:
a.      La riabilitazione del popolo e il suo riorno dall’esilio è opera di Dio
b.      Il movimento di libertà che spezza le catene è faticoso ma inarrestabile. Il cammino verso il Tempio diventa un itinerario verso Dio.

Struttura del salmo:
1.      1-4 introduzione
2.      5-24: esperienza del salmista
3.      25-29: preghiera di benedizione e di ringraziamento

Il Contesto
Com’è nato questo Salmo? “Apritemi le porte della giustizia” (v. 19): sono le porte del Tempio di Gerusalemme, là dove si manifesta la giustizia di Dio. Dio ha salvato e il Tempio, dove il Signore abita, ne è il segno. Il Salmista è qualcuno che ha sperimentato la giustizia di Dio e vuole entrare nel Tempio per esprimere la sua riconoscenza. Non si tratta, però di un ringraziamento privato, ma tutto Israele è convocato. Si forma una processione che giunge fino agli altari degli olocausti.

IL racconto
E’ un invito rivolta ad Israele, a tutti quelli che temono il Signore, un invito perché si riconosca che il Signore è buono, la sua misericordia è eterna. Affermare che la misericordia del Signore è eterna significa capire che se anche tutto passa e cambia, la fedeltà e la misericordia di Dio la troviamo sempre.
Corpo del salmo: Il protagonista racconta quello che gli è capitato: nell’angoscia ho gridato al Signore.

v. 10-12: Il salmista si è sentito solo contro tutti. Che cosa sia successo realmente non è dato saperlo. In ogni modo è chiaro la situazione di pericolo e di solitudine che il salmista ha avvertito. Bello è il ritornello che viene ripetuto: Ma nel nome del Signore li ho sconfitti. L’ansia del salmista è sparita grazie all’intervento di Dio. C’è la percezione della presenza del Signore per questo la preghiera del salmista è serena. Viene in mente il passo di Davide quando affronta GOLIA: cfr. 1 Sam 17,45

v. 13-19: nella difficoltà e nella debolezza tendiamo ad affidarci a chi abbiamo vicino o a cercare rifugio nei potenti. Il salmista scopre che anche loro sono deboli. È meglio rifugiarsi nel Signore…

v 14: canto di ringraziamento. È mia forza perché mi ha liberato; è mio canto perché mi ha messo in cuore la voglia di cantare.

17-18: viene fuori il motivo dell’esperienza del salmista. La prova che ha dovuto affrontare era al limite delle possibilità umane. Per questo c’è stata la trasposizione nel NT alla Pasqua di Gesù, perché c’è la narrazione di una vittoria definitiva sulla morte.

22-24: da pietra scartata che non vale nulla, a pietra che sorregge l’edificio. È la narrazione di una trasformazione. Quello che non sembrava valere nulla, il Signore lo ha valorizzato in un modo sorprendente.
Ringraziamento: abbiamo sperimentato la salvezza
Alla fine v. 28 c’è la professione di fede del salmista

La pietra scartata nel Nuovo Testamento
Il v. 22 compare 5 volte nel NT e 3 di queste nel contesto del tempio di Gerusalemme. Cfr. Mc 12,9-11. Due elementi importanti appaiono in questo brano. Il primo è che Il salmo viene citato in un contesto fortemente segnato dalla polemica religiosa che ha luogo nel Tempio.
Il secondo elemento importante del brano è che le autorità religiose si rendono perfettamente conto che Gesù li sta identificando con i cattivi vignaiuoli. Se essi sono i cattivi allora la pietra scartata è lo stesso Gesù. Questa interpretazione è confermata da Atti 4,10-11.

Il percorso di Gesù dalla periferia della Galilea lo ha portato al simbolo centrale del potere religioso: il Tempio di Gerusalemme. In quel contesto continua la polemica con i farisei che aveva caratterizzato tutto il viaggio di Gesù (Cfr. Mc 7 controversia sul puro e l’impuro.
Tempio: rappresenta la visione religiosa basata sull’inclusione di alcuni e l’esclusione di altri. Il Tempio escludeva alcune persone: donne, stranieri, persone con malformazioni fisiche. Una gran parte della religiosità rappresentata nel Tempio era costruita sulla distinzione di puro e impuro.
Gesù accusa i capi religiosi di essersi allontanati dal cuore della fede d’Israele. Anteponendo al cammino di salvezza per tutti precetti escludenti. Matteo porta a termine questa sezione con i guai: cap 23.

Identificandosi con gli esclusi e le escluse, Gesù stesso è escluso dal Tempio. Nelle tre versioni sinottiche si legge: lo presero e lo cacciarono fuori. Dopo il confronto nel Tempio Gesù sarà arrestato, processato, condannato e condotto fuori dove sarà crocefisso. Cfr. Eb 13,12-13.

1 Pt 2,4-5:
·         La pietra scartata è vivente. La storia di Gesù non termina fuori dal tempio, sulla croce: Egli risorge.
·         Il divenire pietra vivente non è circoscritto a Gesù, ma è una possibilità offerta a tutti. Paolo scrive che noi siamo il Tempio del Dio vivente (2 Cor 6,16; 1 Cor 3,16).

Osservazioni generali: Nel salmo 118 il nostro versetto era pronunciato dopo l’ingresso al Tempio. Per Israele, tornato dall’esilio, la salvezza passa sempre dal centro. La pietra scartata viene sì riabilitata, ma il viaggio che si compie rimane quello dalla periferia o dai margini, al centro, dall’esilio al nuovo tempio di Gerusalemme. La salvezza, come ritorno al centro, era ritualizzata dal salmo.
Con Gesù accade qualcosa di nuovo: il centro (ossia una religione basata sull’inclusione di alcuni e l’esclusione di altri) rappresentato dal Tempio è scardinato. La pietra scartata salva tutti e tutte, dentro e fuori, ma non fa mai più ritorno al centro (cfr. il dialogo con la Samaritana sul culto e gli adoratori che cerca il Padre) e perciò non produce una proposta di fede che opera esclusioni.






[1] Cfr. RAVASI, G. Il libro dei Salmi, Vol III, EDB, Bologna 2002 p. 424
[2] Cfr. RAVASI, cit. p. 422

giovedì 8 marzo 2018

I CANTI DEL SERVO DEL SIGNORE- ZONALE OVEST- QUARESIMA 2018




DIOCESI DI REGGIO EMILIA E GUASTALLA - ZONALE OVEST


LECTIO DIVINA NEL TEMPO DI QUARESIMA

RONCINA – GIOVEDI 8 MARZO 2018


Con DON CARLO PAGLIARI



Sintesi: Paolo Cugini

I canti del servo del Signore sono un’ottima preparazione alla Pasqua e un’ottima occasione per entrare dentro la storia e la vita di Gesù.

Contesto. Il libro di Isaia è diviso in tre parti, che corrispondo a tre fasi storiche. Nella seconda parte, chiamata il Deutero-Isaia, si trovano i canti del Servo. In questa seconda parte si parla di una consolazione per il ritorno dall’esilio. Questi quattro canti sono sempre stati misteriosi. Parlano di un servo sofferente, ma non si è mai capito di chi stia parlando l’autore quando parla di questo servo sofferente. Qualcuno l’ha identificato con il re Giosia. Però Giosia viene sconfitto in battaglia e non sembra la fine di un santo. Qualcuno, invece, dice che il servo è Ciro, perché è lui che fa riportare il popolo in Esilio verso Gerusalemme.

E’ stato nel Nuovo Testamento che la prima comunità cristiana ha identificato questo servo con Gesù. Un passo interessante in questa prospettiva si trova negli Atti degli Apostoli al capitolo 8. In questo brano, Filippo si avvicina ad uno straniero che stava leggendo Is 53, ma non capiva chi era il personaggio citato nel testo. Sarà Filippo che lo aiuterà a comprendere il significato del testo.

Isaia Capitolo 42: primo canto del Servo di JHWH. Il canto si apre con parole che gli evangelisti usano per descrivere il battesimo di Gesù. Ci viene presentata una figura che ha su di sé la predilezione di Dio, la sua elezione. La predilezione è un modo di constatare che, in quella persona, risplende in modo particolare la sua esperienza con Dio. Vedendo quella persona si vede in modo trasparente il modo di amare di Dio. Questa è l’elezione. Il concetto di elezione non è mai esclusivo, ma inclusivo. Israele è posto come segno perché anche gli altri possano rendersi conto com’è bello stare con il Signore. Il Servo è un giusto che con le sue scelte risplende la bellezza di Dio. Tutti siamo eletti.
Appare sulla scena il servo del Signore: è colui che è sostenuto da Dio, perché cammina insieme. Su di lui c’è lo Spirito del Signore, il suo modo di pensare, di agire, i suoi gusti, i suoi desideri, la sua logica. Quando uno scopre di essere amato da Dio, si scopre anche che cosa si può fare assieme a Lui. Il sì che diciamo al Signore cambia la vita di una persona. L’azione di Dio tutti i giorni è quello di liberare.
Quali sono le caratteristiche di questa missione del Servo? Il mondo ha un criterio funzionale, utilitaristico. Il Servo ha armi opposte, usa armi deboli. Le armi del mondo sono la violenza, la forza. Le armi di Dio sono la bontà, la mitezza, il silenzio, la voce bassa, la debolezza. C’è una sproporzione fra i criteri di Dio e quelli del mondo.
Il Servo non si spezza, non sarà debole. Come stile il Servo cerca il bene anche più piccolo. Il Signore cerca nel cuore dell’uomo di allearsi anche con un piccolissimo bene. Riconoscere dove c’è bisogno di vita senza farsi ingoiare.
Gesù ha salvato le canne incrinate senza incrinarsi Lui.
La mitezza, la bontà è la capacità di non incrinarsi mettendosi al passo degli incrinati ed esige molta forza. E’ questa l’onnipotenza di Dio.

Secondo canto del Servo. Qui il servo parla in prima persona. Sembra simile a Geremia, che infatti ha vissuto il dramma della persecuzione. Il Servo ha la percezione di sentirsi amato e chiamato da sempre. Essere conosciuti per nome: è il massimo dell’amore. Ti chiama per nome chi ti conosce. Questo Servo ha qualcosa da dire a tutte le nazioni. Udite: il Signore mi ha amato. Anche Gesù fece così. La mia bocca è come una spada affilata. La bocca del Servo dice le stesse parole di Dio. Il Servo percepisce di essere strumento del Signore. Ho risposto: ho faticato in vano. Ho consumato invano le mie forze. Vivere pienamente la missione significa fare esperienza dell’inutilità, della vanità, della poca significanza. E’ strutturale alla missione questo sentimento. La missione sembra inutile perché gli strumenti sono deboli. Vivere nel mondo la logica di Dio significa fare esperienza di un’opposizione forte.

Dio lo abbiamo davanti agli occhi continuamente in questo suo apparente non reagire, non fare niente. Anche Gesù capisce che il Figlio dell’uomo non farà una bella fine. Chi lo vuole seguire deve prendere la sua croce, vale a dire seguire lo stile del Signore, che è al contrario del modo. Inoltre, i criteri di Dio non sono i nostri. Amare come ama di Dio è un’altra cosa. Per questo sentiamo tutta la nostra fragilità e inadeguatezza. Siamo troppo concentrati a cercare resultati. “La mia ricompensa è presso il mio Dio”. Cfr. Gv 4: qualcuno semina e qualcun altro raccoglie. Il seminatore semina su quattro terreni, ma solo su uno funziona (cfr. Mc 4). Gesù è comunque sereno perché basta che un seme caschi in un terreno, che quel seme può portare frutto cento volte tanto. E’ questa la forza del servo: la forza del suo lavoro è che la ricompensa è in Dio. Il Servo resta sempre con le mani vuote. Seminare rimanendo con le mani vuote. E’ Dio che si prende cura della semente. La missione è di Dio. Il frutto è di Dio ed è Lui a farlo crescere. E’ questa è la ricompensa.


domenica 4 marzo 2018

LA FINE DELLA RELIGIONE DEL TEMPIO




Paolo Cugini

Bisogna capire come mai queste letture sono state proposte in questo contesto liturgico, vale a dire la terza domenica di quaresima. Nella prima, Gesù era nel deserto tentato da satana, indicando l’esperienza interiore di preghiera come cammino privilegiato per conoscere Dio e se stessi. Nella seconda, domenica scorsa, Gesù è sul monte con Pietro Giacomo e Giovanni dove viene trasfigurato. Nella terza domenica, che è il centro della quaresima, Gesù è nel tempio, ed è una visita critica, polemica. Il centro del cammino quaresimale è il nostro rapporto con la religione del tempio: come ci stiamo, che cosa ci facciamo, in che modo ci relazioniamo con Dio?

La critica radicale di Gesù alla religione del tempio, che nel Vangelo di Giovanni esplode sin dall’inizio, vale a dire al capitolo 2, sarà approfondita nel capitolo 4 nel dialogo con la samaritana. Il Tempio, invece di essere il luogo dell’incontro con Dio, con il tempo è divenuto il suo contrario, vale a die un ostacolo. Perché?
Ci sono alcuni passaggi del Vangelo di Giovanni che ci aiutano a capire il problema:
“Si avvicinava, intanto, la Pasqua dei Giudei”. Passaggio che dice già il tono della polemica: non è più la pasqua di Dio, il suo passaggio che salva il popolo, ma la Pasqua dei Giudei, vale a dire dei capi del popolo, come si evince poi dal contesto del brano. C’è stato nell’arco dei secoli un cammino di trasformazione in negativo. La Pasqua non è più la Pasqua dell’Esodo, ma de regime giudaico, è divenuta uno strumento di dominio, una pasqua a beneficio di pochi che curano i propri interessi. La Pasqua è divenuta motivo di guadagno anche alle spalle dei poveri.
Ai venditori di colombe disse…” le colombe sono gli animali che i poveri potevano utilizzare per offrire sacrifici. Ebbene, il disastro morale era arrivato al punto che i mercanti lucravano anche sui poveri. Sembra di ascoltare la voce dei profeti, in modo particolare il profeta Amos che inveiva contro i ricchi del suo tempo perché sfruttavano i poveri, vendendoli per un paio di sandali (cfr. Os 2,6). Quando si arriva a sfruttare il povero significa che il livello sociale di un popolo ha veramente toccato il fondo. La cosa peggiore è che ciò avviene nel tempio. Come può una religione avere perso di vista così tanto il suo punto di riferimento da compiere tali delitti? La cosa peggiore è che ciò viene fatto nel tempio di IHWH, che ha sempre avuto un’attenzione particolare per i poveri.

Non fate della casa del Padre mio un mercato”. Se c’è una cosa che è antitetica al Dio d’Israele è il mercato. Infatti, Dio è donazione totale di sé, è gratitudine, attenzione ai piccoli. Al contrario, il mercato è interesse, modellato sull’egoismo, che schiaccia i piccoli. La critica di Gesù al tempio raggiunge il parossismo. Come può un tempio divenire il luogo del mercato e delle sue logiche?
“Distruggete questo tempio”. Gesù è venuto per distruggere il tempio, quel luogo che nel tempo è divenuto simbolo di disuguaglianza e ingiustizie sociali. E’ questo l’obiettivo della quaresima: uscire dalla religione negativa, dalla religione che fa male, che invece di essere stimolo per l’uguaglianza diviene spazio per ogni forma d’ingiustizia e discriminazione. Il tempio come luogo di diseguaglianze. Infatti, già nel libro del Levitico ci sono molte prescrizioni cultuali che proibiscono l’accesso alle persone in situazione d’impurità. Lebbrosi, malati, donne mestruate: tante persone non possono accedere al Tempio.
“Ma egli parlava del santuario del suo corpo”. In una cultura platonica che vedeva il corpo come prigione dell’anima, la dichiarazione di Gesù è esplosiva. Il corpo non è una prigione, come intendeva il platonismo e come è entrato in una certa mistica cristiana. Gesù è venuto a portare la novità: la fine delle istituzioni dell’Antico Testamento. Gesù eliminando il Tempio, cambia il concetto di Santuario. Un tempo non tutti potevano andare. Il Dio di Gesù è un Dio che ad ogni credente chiede ad essere accolto nella sua vita; non è un Dio che chiede, ma che dona. E’ un Dio che è intimo e non lontano dagli uomini. Il credente diventa la dimora di Dio.

Dio sacralizza l’uomo. Non esistono ambiti sacri. Dio non è più lontano dall’uomo. L’intimità con il Padre rende superfluo la mediazione. Dio non chiede che l’uomo vive per lui, ma di Lui. Fare della propria vita un dono.
Uscire dalla logica del tempio è l’obiettivo della Quaresima. E’ questo che le letture proposte in queste prime tre settimane ci vogliono dire. Uscire dalla religione della discriminazione e della disuguaglianza, per entrare nella sequela del Signore Gesù che non è venuto per i giusti, ma per i peccatori; non è venuto per i sani, ma per gli ammalati. E per questo i ripete continuamente: non voglio sacrifici, ma misericordia. E’ proprio questo il Vangelo.