martedì 24 febbraio 2026

Oltre le parole: la preghiera come immersione nel Mistero

 




Paolo Cugini

 

Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole… perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate (Mt 6,7).

 

Esiste una soglia, sottile ma invalicabile per la sola ragione, in cui il linguaggio umano ammutolisce. È la soglia del Mistero. Non un enigma da risolvere, ma l'abisso luminoso da cui proveniamo: siamo stati pensati, voluti e generati da questo Ignoto amorevole. L'essere umano porta in sé una nostalgia nativa per l'infinito che nessuna parola può colmare. Troppo spesso riduciamo la preghiera a un esercizio di retorica o a una lista di richieste. Quando la preghiera si riempie eccessivamente di parole, rischia di smarrire il suo baricentro. Invece di proiettarci verso il Mistero, ci ripiega sul soggetto, su noi stessi: le nostre paure, le nostre urgenze, le nostre pretese. In questo modo, cerchiamo paradossalmente di addomesticare il Mistero, di collocarlo ai piedi delle nostre necessità contingenti.

La vera preghiera esige l'esatto opposto: lasciarsi avvolgere. È un atto di spossessamento in cui il "mio" cede il passo al "Suo". Come esplorato nelle riflessioni sulla spiritualità del silenzio, pregare significa semplicemente stare alla presenza del Mistero. È un’immersione totale in cui il silenzio non è assenza di suoni, ma pienezza di ascolto. Questo stile nuovo non è una teoria filosofica, ma una pratica incarnata da Gesù. I Vangeli lo descrivono spesso mentre si ritira in luoghi deserti, immerso per ore nella preghiera notturna. In quegli istanti, Gesù non sta semplicemente recitando formule; sta abitando la Sua origine. È un dialogo fatto di sguardi, di respiri e di abbandono radicale nel Mistero ineffabile e, per questo, esige delicatezza, attenzione, contemplazione. Non si entra nella relazione con il Mistero in modo immediato, ma ci vuole tempo, pazienza, quella necessaria disponibilità ad uscire da se stessi, dai propri pensieri, per creare lo spazio affinché il Mistero possa entrare e trovare dimora in noi.

Gesù ci insegna che la preghiera acquista il suo massimo valore spirituale quando esce dai recinti dello specificamente religioso, inteso come mero dovere o ritualismo, per entrare nella dimensione dell’esistenza. È il desiderio profondo di conoscere e, soprattutto, di lasciarsi conoscere. Non si entra nella preghiera per dovere, ma per amore. Non si prega per chiedere delle cose, ma per fare spazio, per accogliere la sorpresa della vita.

Pregare, dunque, è tornare a casa. È riconoscere che veniamo dal Mistero e che a Lui apparteniamo. In questo abbandono, la paura svanisce e fiorisce una libertà nuova. Non siamo più noi a condurre il gioco, ma è il Mistero che respira in noi.

Il segreto della vita spirituale sta tutto qui: nel coraggio di tacere, affinché l'Invisibile possa finalmente parlare al cuore.

 

1 commento:

  1. Leggendoti dovrei credere che tu ne sei testimone di questo con-tatto con CHI tu chi-ami Mister0, ma ho esperienza di chi usa scritti di altri, VERI TESTIMONI, per condivisione di una prospettiva, che pur non dando risposte, piace pensare che sia così.
    Ma come posso VAGLIARTI per capire che questo scritto è farina del tuo SACCO?
    Potresti essere UNO scaltro che ha compreso quel che GESU', quale primo testi-mone cerca di trasmettere la Sua esperienza a chi si sforza di capirla, sentirla e praticarla.
    Lessi un altro tuo scritto in cui ti ribellavi as una Chiesa che fa di tutto per riportare la fede ad un dio che PRE-TENDE suppliche e preghiere e ADORAZIONI per darti cose materiali e non questo VERO SPIRITO SANTO che si arriva a conoscere così come ci è stato raccontato da chi ha avuto la stessa esperienza di Gesù: PRIMO "FIGLIO UNIGENITO", in cui quella UNIGENITORIALITA' è più una UNI-GENIALITA' dello Spirito che una condizione perenne.
    Ma mi sto allargando troppo, come al solito, con chi NON MI RISPONDERA'.

    RispondiElimina