Paolo Cugini
(gennaio 2005-
Monastero delle carmelitane di Bonfim-Bahia Brasile)
Contenuto spirituale di Es 3-4
Le 4 obiezioni domande di Mosè a
Dio, all’inizio della sua vocazione:
1 Es 3,11: chi sono io
per andare dal Faraone e per togliere gli Israeliti dall’Egitto?
È la obiezione logica dinnanzi
alla proposta di Dio che supera le mie aspettative, previsioni. Soprattutto
supera l’idea che ho di me stesso. Questo è un dato importantissimo: crescendo
nel tempo i faccio un’idea che di me stesso che nonostante tutto rimane al di
qua dell’idea che Dio ha di me. L’idea che mi costruisce in contatto con il mio
ambiente, la mia famiglia, gli amici, il lavoro è relativo a questo ambiente
determinato a questo ambiente. L’entrata di Dio nella mia storia spezza la […]
della mia identità che mi sono costruito e mi colloca su di un altro orizzonte,
che non avevo previsto, pensato, collocato. Per certi aspetti nessuno è
preparato ad accogliere una proposta del genere. Se vogliamo riflettere nella storia di Mosè
c’erano già i segni del liberatore. Quando, per esempio, uccide l’Egizio perché
stava maltrattando un ebreo, in questo episodio si può vedere un germe la
vocazione del futuro liberatore. Con una grande differenza: qui è Mosè che
prende l’iniziativa e, scontrandosi con la dura realtà, fugge per paura delle
conseguenze. Nell’evento del roveto ardente l’iniziativa è di Dio. È Dio che lo
chiama per nome e lo investe di una missione di liberazione del popolo
d’Israele. Che cosa significa, allora, questo incarico di YHWH e Mosè? In primo
luogo una fedeltà, una continuità. Il Dio che si manifesta a Mosè è lo stesso
che si era rivelato ad Abramo, Isacco e Giacobbe: è il Dio dei padri! Dicendo
così Dio fa riferimento con una memoria storica, ad eventi che appartengono al
popolo d’Israele: non è quindi un Dio sconosciuto, anonimo, impersonale. È il
dio della relazione, del dialogo personale. È il Dio libero che sceglie chi
vuole. Abele invece di Caino, Giacobbe invece di Esaù, Efraim invece di
Manasse, Giuseppe invece… È il Dio che sceglie non secondo criteri e logiche
umane, ma secondo criteri che sono nascosti. Certamente la scelta di Dio su un
uomo per chiamarlo ad una missione non è secondo il merito o, tantomeno, le
qualità personali. Queste sono caratteristiche che già sono presenti
nell’apparizione di Dio a Mosè, ed è a questa storia, a questa identità che
YHWH fa riferimento per manifestarsi e per auto presentarsi.
Attualizzando questo dialogo,
questa prima domanda, che cosa si può dire? Che per avere la certezza che la
chiamata viene da Dio e non è frutto di un mio desiderio o di una mia illusione
o di altri desideri, ci vuole un minimo di conoscenza del passato del popolo
d’Israele, Il Dio che chiama Mosè per liberare il suo popolo è questo: è il Dio
di Isacco, Giacobbe Abramo, Giuseppe. Se è questo vuole dire che non è un
altro. La conoscenza della storia che Dio ha costruito e nel quale Dio stesso
si è manifestato distrugge gli altri dei, gli idoli che la mia fantasia ha
costruito. Dio si fa presente nella mia storia e fa riferimento ad un passato.
Questo è già un dato significativo. Il modo di Dio di presentarsi all’uomo è
delicato e attento affinché l’uomo non l’identifichi con un oggetto estraneo a
sé. Guardando attentamente a come dio si è presentato a Mosè non c’è
un’eccessiva sottolineatura della trascendenza, ma anche della storia, della
sintonia di Dio con l’uomo, della delicatezza. Mosè con il gregge di pecore
entra nel deserto giungendo al monte di Dio, l’Moreb (che una traduzione
identifica con il Sinai). Già qui ci sono vari dati interessanti. Il primo è il
fatto che se l’Moreb è chiamato “monte di Dio”, ciò significa che c’è già una
tradizione, un costume che fa di questa montagna qualcosa di speciale. C’è
dietro cioè, già una storia di incontri di Dio con l’uomo. Che tipo d’incontri
la Bibbia tace, ma il semplice fatto di definire l’Oreb il monte di Dio, lo
dice lunga sulla differenza di questa montagna dalle altre. Il secondo dato
interessante è l’entrata di Mosè nel deserto Schökel, nella Bibbia portoghese
traduce: “transumando nel deserto. È bello questo transumare, maggiore quasi
senza una nota di Mosè per il deserto, quasi guidato dalle stesse pecore segue
di una libertà e di una spogliazione interna che lo predispongono al dialogo
con Dio. Nel deserto, il luogo per antonomia dell’incontro con Dio. Luogo di
silenzio e solitudine in cui l’uomo è predisposto ad entrare in sé stesso,
ascoltarci e ascoltare il silenzio. È simpatico pensare che, preso per i suoi
pensieri, in mezzo nella riflessione, Mosè si è lasciato guidare dalle pecore
al monte di Dio, l’Oreb. […] sentimento, che si è rivelato ricco di novità e
poi Dio è apparso! È apparso con una delicatezza impressionante. È apparso in
punta di piedi, per non turbare Mosè nei suoi pensieri. È apparso in un roveto
ardente che, secondo una antica tradizione è un arbusto selvaggio umile,
disprezzato. Più silenzioso e delicato di così è impossibile! Lo ha distolto
dai suoi pensieri con un arbusto inutile, selvaggio, disprezzato. Non è questo
un versetto, un evento di […] vangelo? Non si può dare a questo versetto un
valore messianico? Il Dio dei padri, di Abramo, Isacco e Giacobbe è lo stesso
che si è manifestato a Mosè in un roveto ardente ed è il medesimo che si
manifesterà all’umanità in una Mangiatoia. Dio è grande nella semplicità. Per
manifestarsi non ha bisogno della grandezza umana, ma fa grande l’uomo
rivelandosi nella semplicità.
Un altro dato che mi chiama
attenzione è che l’incontro tra Dio e Mosè è frutto della sola volontà di Dio.
Mosè non si è preparato per questo incontro. C’è una volontà assoluta di Dio
che precede tutto. Mosè non si preparato: ci ha pensato Dio. C’è una tradizione
che dive la vita di Mosè in 3 momenti:
a)
0-4 anni: vita in Egitto fino all’uccisione
dell’Egiziano
b)
40-80 anni
vita nel deserto come pastore, sposo di Sefora
c)
80-120 anni dall’incontro con Dio nel deserto al
viaggio nel deserto con […]
Ciò significa
che Mosè aveva 80 anni quando Dio l’ha chiamato per compiere la sua missione.
Non l’ha scelto nel fiore dell’età, ma alla fine. E poi, come sappiamo dai
versetti successivi, non l’ha scelto per delle particolari doti oratorie: era
balbuziente. Solo un dato è certo: Dio l’ha scelto e basta.
Con un passato
così, con una storia così la domanda di Mosè è pienamente giustificabile: “Chi
sono io per andare dal faraone e per togliere gli israeliti dall’Egitto?” La
chiamata personale di Dio getta immediatamente una luce sul passato di Mosè,
sulla sua storia. Esiste una discrepanza infinita tra quello che lui pensa di
essere (aveva 80 anni) e quello che Dio sa di Lui e vuole che lui sia.
Questa è
vocazione: il mistero di una chiamata personale, di una scelta che mi supera.
Cioè significa che se misuro la chiamata sulle mie forze, le me mie capacità, i
miei pregi, i miei limiti, sono pazzo. La chiamata di Dio non si basa sul
merito, sulle qualità personali, sulla preparazione personali, ma è azione
libera di Dio
Problema serio: c’è tutta una
riflessione vocazionale che viene fatta da alcuni anni, soprattutto da alcuni
“profeti” della liberazione che nega alla vocazione il dato personale, il dato
biblico della scelta, per cui non si capisce più il motivo di una vita
consacrata. Su questa linea è per esempio J. Comblin. La sapienza è un dono che
viene dall’alto: donami, Signore, questa sapienza perché io possa cogliere la
profondità della Tua Parola.
(Riprendendo la riflessione su Es 3).
“Io sto
con te”. Questa è la risposata di Dio, alla domanda imbarazzante di
Mosè. Dio non lo consola facendo leva sulle sue qualità, incoraggiandolo
mostrandogli i suoi meriti. No, niente di questa consolazione umana. Al
contrario Dio mostra a Mosè che d’ora innanzi tutta la sua vita, la sua azione,
il suo pensiero dovrà confidare sulla presenza di Dio. Anche questo è un dato
estremamente interessante e significativo della dinamica della chiamata.
Attualizziamo:
il chiamato, colui che Dio sceglie, per la sua missione deve abituarsi a non
contare sulle proprie forze, ma sulla forza di Dio, non sulle proprie capacità,
ma sulla presenza storica di Dio. Il vocazionato è per autonomia colui che si
affida a Dio! Pena il fallimento della missione.
“Io sto
con te”: vuole dire anche, abituarsi ad un dialogo profondo con il
mandante della missione; cercare in questo dialogo che è la preghiera, di
ripostare tutti i problemi della missione perché siano risolti non come criteri
umani, ma come da Dio stesso. Altro dato interessante è che, così come Schökel
traduce i verbi sono al presente e ciò significa che la vocazione di Mosè non
ha semplicemente un inizio e una fine. O meglio, nella dinamica della vocazione
Dio non si trova solamene all’inizio e poi, corre per aspettarmi alla meta. “Io
sto con te” significa un accompagnamento personale che mi deve aiutare a
spogliarmi delle mie sicurezze personali per apprendere ed affidarmi
quotidianamente, ogni istante in Dio. “Io sto con te” è una promessa
grandissima. Del resto sono le stesse parole che l’Angelo Gabriele dice a Maria
nella scena evangelica dell’Annunciazione “rallegrati piena di grazia, il
signore sta con te”. Abituarsi a convivere con questa presenza, che è pienezza
di grazia: è il senso della vocazione. Questo versetto indica anche il cammino
che gli adatti alla formazione vocazionale dovrebbero compiere: aiutare il
vocazionato a stare alla presenza di Dio, a gustare questa presenza, a
coglierne la profondità, la totalità. L’autenticità della chiamata la si vede
nella passione che i chiamato mette per stare alla presenza del Signore, per
cercarla con tutte le forze e a tutte le ore.
“Io sto
con te” rivela, inoltre, un altro dato significativo. La chiamata è relazione
con Dio. Nasce da un appello che esige una risposta. È la dinamica del dialogo
che mi apre al trascendente, al divino. Anche questo dato è portatore di
significati. Dio vuole realizzare qualcosa e ha bisogno di me, conta con me.
Nel presente della vita mi mostra il cammino che devo compiere. In realtà nella
Chiamata di Mosè Dio gli […] l’orizzonte generale della sua vocazione: andare
dal Faraone per togliere dall’Egitto il popolo d’Israele. Solo che questa
chiamata andrà definendosi progressivamente con il tempo. La realizzazione del
piano di Dio passerà attraverso e continue ribellioni del popolo, le
intercessioni di Mosè, le sorprese del cammino. Ancora una volta: la vocazione
non è un dato prefissato nel tempo con dinnanzi un cammino lineare. E la
capacità di camminare con Dio, apprendendo a confidare in Lui, ad affidarsi a
Lui. È chiaro che sarà Mosè ad affrontare i problemi, a scontarsi con la
durezza del popolo, ad affrontare i nemici. Ma in tutto e per tutto Mosè avrà
l’appoggio di Dio. È Dio, la sua volontà che sta dietro a questo piano di
salvezza. Terribile sarebbe sostituirsi a Lui, credersi il protagonista della
missione. Per questo la vocazione si radica nell’oggi della storia, alla
concretezza del quotidiano, nella realtà nuda e cruda della vita presente. “Io
sto con te” è la consolazione alla quale Mosè sempre dovrà fare riferimento.
Perché è tanto
importante insistere su questo aspetto? In parte l’ho già scritto, ma c’è un
altro dato significativo. Difatti nel Vangelo di Matteo, quando Gesù si congeda
dai discepoli: “Andate… Io starò con voi fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
Tutto ciò che
è avvenuto per Mosè, vale per i discepoli, per la Chiesa, la quale è tale
solamente se vive questo rapporto costante con il Signore. Questa è la grande
consolazione del discepolo: la presenza costane del Signore.
[Parentesi esegetica. Gesù è della discendenza di
Davide e Davide è della Tribù di Giuda. Giuda è il 4° figlio di Giacobbe che ha
avuto con Lia. Giuda in ebraico si scirve: hwdh che significa dar grazia (a
Dio). Eucarestia, in cui celebriamo la Pasqua di Gesù, figlio di Davide della
tribù di Giuda in greco significa “azione di grazia”. MI sembra estremamente
significativa questa coincidenza].
[(Nota: le pecore sono animali che s’incontrano in
tutti i passaggi importanti della storia della salvezza Mosè, Davide, Gesù (è
il buon pastore; è l’agnello immolato). Anche le patriarchie erano pastori.
Giacobbe quando andrà in Egitto per visitare il figlio Giuseppe e per rimanere
in Egitto si alloggerà con la famiglia in Gessen (perché gli Egiziani
considerano impuri i pastori) (nota di Schökel)]
Riprendo Es 3: questi versetti che sto commentando provocano una
riflessione e delle domande dentro di me: Signore, Tu mi hai chiamato a servire
la Tua chiesa per delle ragioni che solo Tu sai, hai visto il tuo servo De
Paolo alla ricerca di Te o, in vari momenti si è perso? Mi chiedo: ho vissuto
il mio ministero in Miguel Calmon come risposta ad una missione da Te
affidatami tramite la Chiesa, o mi sono sostituito, impossessandomi della
missione? Perdonami Signore per tutte le volte che non ti o obbedito.
Riflessioni Vocazionali su Es3, meditando sulle domande di Mosè a
JHWH.
2) Se loro (gli egiziani) mi chiederanno come si chiama, che cosa gli
risponderò (Es 3,13).
Dopo essersi interrogato sulla propria identità, l’attenzione di Mosè si
rivolge adesso sull’identità di Dio. La chiamata provoca un cammino nell’intimo
del mistero di Dio. Chi sei Tu, che mi chiami e mi mandi a compiere una
missione tanto grande, qual è la tua identità, il Tuo nome. La richiesta di Dio
che stimola un cammino di interiorizzazione in Mosè, provoca come conseguenza
un cammino di ricerca di Dio. Senza dubbio Mosè già aveva sentito parlare di
Dio. Le tradizioni dei patriarchi erano conosciute e quindi una vaga idea di
chi era Dio. La chiamata provoca un cammino di conoscenza di Dio che distrugge
gli idoli e le fantasie su Dio per una conoscenza autentica e profonda di Lui.
Perché è tanto necessario questo cammino alla ricerca di Dio? Perché la vita e
l’amore vengono da Dio e se non la conosco bene rischio di rivolgermi a sogni,
illusioni che mi possono dare nulla e mi smontano. C’è un altro sdato
significativo. JHWH è il Dio personale, che chiama per nome. Il rapporto
personale di amore e amicizia richiede la conoscenza di entrambi. Curioso
notare che prima di essere chiamato per questa missione Mosè non si era
interessato nell’approfondire la conoscenza di Dio e del suo nome. Ora lo
cerca, vuole sapere, conosce chi è colui che lo sta inviando per questa
missione. Costante è ancora una ricerca imperfetta, funzionale alla missione,
ma è già un primo passo importante per quell’esperienza profonda di Dio che
caratterizzerà la vita di Mosè da questo momento in poi. Il Dio che chiama per
nome desidera farsi conoscere, rivelarsi e lo fa scegliendosi gli amici. Mosè è
chiamato ad essere non solo l’esecutore materiale di una missione, ma l’amico
di Dio, colui con il quale Dio parla “faccia a faccia”.
“Dio disse a Mosè: “sono colui che sono”. Così dirai agli Israeliti: “Io
sono” mi invio a voi”.
Che cosa significa questo nome? Tanti commenti sono stati fatti. Ma per
una riflessione spirituale che cosa significa questa autodefinizione di Dio?
Senza dubbio, come sostiene Alonso Schökel il significato del come è quello di
colui che l’essere e fa esistere. Yahweh è una forma passiva del verbo hw
h=essere, esistere. In altre parole, Dio si definisce come l’assoluto, colui
che non riceve l’essere da nessuno, ma che è lui stesso la fonte dell’essere e
della vita. Allora Mosè si trova dinnanzi la fonte stessa della sua vita, dal
suo esistere della sua storia. La conoscenza di Lui diventa motivo per
penetrare in profondità il senso pieno della vita. Per questo è importante
conoscere Dio, così come egli si è manifestato e non appena segnando un istinto
interiore umano. Il Dio dei padri, il Dio di Abramo, Isacco, e Giacobbe non è
appena uno degli dèi possibili, una delle tante immaginazioni, illusioni
possibili, ma. È la fonte della vita. E Mosè non si trova dinnanzi ad un
semplice enunciato teorico IHWH radica nella storia, la verità della propria
manifestazione. Difatti nei versetti successivi JHWH mostra che cosa accadrà
nel futuro, quale sarà l’atteggiamento del popolo di Israele e la reazione del
faraone tutto si compie nel tempo e la realizzazione del piano di Dio nella
storia sono la prova della Verità della sua Parola. E così Mosè dovrà
apprendere e confidare totalmente nel Signore, ad appoggiarsi alla sua Parola.
v. 16-22:
Dio invita Mosè a fare memoria al popolo d’Israele degli eventi che hanno
determinato il cammino del popolo, eventi che hanno come protagonista Dio.
Forse memoria non è semplicemente raccontare una storia, ma la storia, l’unica
storia che ha segnato la presenza di Dio in mezzo al popolo. Non a caso
Sant’Agostino nelle confessioni diceva che la caratteristica di Dio Padre è la
memoria. Ricordando gli eventi il popolo scopre il passaggio di Dio nella
storia, un Dio che non è più […] agli altri dei, ma diventa unico, perché è il
Dio che ha seguito con la sua presenza quegli eventi che si sono inseriti nel
popolo d’Israele facendolo appartenere a Dio.
In questa
narrazione di ricordo degli eventi passati emerge anche il motivo della
chiamata di Mosè. Perché, infatti, Dio ha chiamato Mosè? “…Vede come gli
Egiziani mi trattano. HO deciso di togliermi dall’apprensione degli egiziani e
farmi salire al paese dei cananei…” (Es 3,16-17). La stessa
riflessione si trova in Es 2,23-25: “Il grido di aiuto degli schiavi
giunsero a Dio. Dio ascoltò i loro lamenti e si ricordò dell’alleanza fatta con
Abramo, Isacco e Giacobbe; e vedendo gli Israeliti, Dio s’interesso per loro”
(traduzione di Schökel).
Sono 4 verbi che provocano la chiamata di Mosè da parte di Dio:
ascoltare, ricordare, vedere, interessarsi. L’ascolto delle grida del popolo
provoca il ricordo della storia passata, dell’alleanza fatta con i patriarchi
d’Israele. Questo ricordo provoca un movimento che conduce Dio a vedere la
visione un interesse per la causa degli schiavi Israeliti. Rimane in tutti i
modi aperto un problema cruciale fin qui risolto! Com’è che storicamente si è
manifestato l’interesse di Dio per la sofferenza del suo popolo? La risposta al
problema si incontra pochi versetti più avanti. Nella prima parte, infatti del
dialogo fra JHWH e Mosè, JWHW dice: “Ho visto l’oppressione del mio popolo in
Egitto, ho ascoltato i suoi lamenti contro gli oppressori, ho prestato
attenzione alle sue sofferenze e sono disceso per liberarli dagli egiziani…”
(Es 3,7-8a). in questo versetto ci sono due aspetti che destano la
mia attenzione. Il primo è il fatto che, confrontando questo testo con Quello
di Es 2,23-25 si può notare che è avvenuta un’interpretazione. Infatti, dove prime c’erano lamenti ora si
trovano lamenti di oppressione. È l’oppressione la novità. Quelli che al tempo
di Giuseppe erano stati i benefattori adesso sono oppressori. Per questo il popolo
grida. Da libero è diventato schiavo e i padroni stanno rendendo loro la vita
insopportabile, pesante. Attualizzando e spiritualizzando: è facile capire
perché questi versetti siano diventati così importanti nel contesto
dell’America latina. Richiami di schiavi, di poveri, senza terra, casa, diritti
basilari grida giorno e notte al Signore. C’è un oppressore che sta rovinando
la vita di milioni di esseri umani. Questo testo insegna che Dio non rimane
insensibile: ascolta, si ricorda della storia dia amore e di alleanza con il
proprio popolo, vede l’oppressione e s’interessa. È in quest’ultimo verbo che
si nota la seconda novità del testo di 3,7-8 rispetto a Es 2,23-25.
Di fatto Dio s’interessa dal popolo Scendendo. Dio è sceso dal cielo. È
bellissimo perché ricorda il mistero dell’incarnazione “E il verbo si
fece carne e abitò tra noi” “(Gv1,14). La liberazione del
popolo dalla schiavitù passa attraverso la discesa di Dio. Dio che dal cielo
scende: e cosa fa? Chiama Mosè. La chiamata di Mosè è provocata dalle grida del
popolo. Non ci sarebbe la vocazione di Mosè senza le grida del popolo d’Israele.
Tra la vocazione di Mosè e il popolo d’Israele c’è un legame intrinseco. Questa
è la differenza tra la discesa di Dio nell’Esodo e la discesa del Verbo. La Dio
è disceso e ha chiamato Mosè per guidare il popolo fuori dall’Egitto. Qua il
verbo si è fatto carne e Lui stesso è venuto ad abitare in mezzo a noi per
guidarci all’incontro con il Padre.
Si possono attualizzare questi versetti dicendo che la vocazione al
sacerdozio è legata al popolo di Dio? Forse. Dove il popolo chiede Dio suscita
operai per la sua messa. Posso guardare alla storia di Mosè per capire qualcosa
della mia chiamata? Credo di sì. Quali sono gli elementi della vocazione di
Mosè che mi possono aiutare nella valutazione della mia vocazione?
1.
La
dimensione (psicologica introspettiva: la vocazione (chiamata) mi conduce ad un
viaggo dentro me stesso, la mia storia, fornendomi allo stesso tempo una chiave
di lettura unitaria (è accaduto ciò?)
2.
La
dimensione teologica: la chiamata produce un movimento fuori di me per
conoscere colui che mi chiama. È la ricerca sulla natura, identità di Dio, che
non si può non placare. La preghiera, le ore dedicate allo studio e alla
riflessione sono in questa direzione.
3.
La
dimensione storica: l’incontro personale con JHWH mi conduce ad una memoria
storica che mi inserisce nel cammino storico del popolo d’Israele. È la
chiamata che m’inserisce in questa storia secolare. Il sacerdote è, allora,
l’uomo della memoria, colui che ricorda il suo passato e il passato del popolo
a lui affidato. Tutto ciò non per una semplice nostalgia ma perché ricordando
possa riconoscere, […] la presenza di Dio nella storia. Il riconoscere in
questa prospettiva diventa, si trasforma in un processo di rinvenimento.
4.
La
dimensione ecclesiale: così come la vocazione di Mosè è scaturita dal grido di
oppressione del popolo d’Israele, la stessa cosa si può dire per la vocazione
sacerdotale. Il prete è a servizio di una comunità, di una chiesa, di un popolo
in cammino di liberazione.
5.
La
dimensione sociale: la sensibilità di Dio con la sofferenza del popolo
d’Israele diventa sensibilità di Mosè. Il sacerdote è colui che non sopporta
vedere il “suo” popolo soffrire. La Chiesa diventa allora un popolo che cammina
per liberarsi dall’oppressione.
Voltando a Es 1 Terza domanda di Mosè a JHWH.
La terza domanda di Mosè pone
l’attenzione sul popolo. Abbiamo visto come la chiamata in promo luogo si
ripercuote sullo stesso Mosè, sulla sua identità, il suo passato, la sua
storia. In secondo luogo, la chiamata produce un movimento verso il mistero di
Dio, rivelando che il Dio conosciuto fino ad ora era solamente un […] di
tradizioni. Ora come terzo momento la chiamata pone in discussione il rapporto
di Mosè con il popolo di Israele. In fin dei conti l’obiezione di Mosè è
giusta: lui e della stessa razza del popolo, non ha nulla di speciale rispetto
agli altri. Ciò significa che i primi a dubitare dell’autorità di Mose non
saranno gli egiziani, ma la gente d’Israele. La vocazione colloca Mosè in una posizione
di comando nel popolo, senza che il popolo lo abbia eletto. Come fa il popolo a
capire che in quella scelta c’è la volontà di Dio? È questo il problema di
Mosè.
Attualizzando: la chiamata o,
meglio, la risposta alla chiamata deve produrre una trasformazione così
profonda da essere riconoscibile dal popolo di appartenenza (famiglia, amici,
ecc…). La verità della chiamata stai in una trasformazione (invisibile agli
occhi umani) che viene percepita da coloro che riconoscono dalla nascita. Anche
perché Mosè non è inviato al guidare un popolo straniero, Bensì il proprio
popolo. In risposta a queste perplessità di Mosè, JHWH dà tre segni: il bastone
che si trasforma in serpente, la mano che si ammala e poi guarisce, l’acqua del
Nilo che si trasforma in sangue. Che cosa significano questi segni? In primo
luogo, che si tratta di segni esterni, di poteri non del tutto eccezionali
visto che i maghi del faraone riuscivano a fare la stessa cosa. Nel finale del
capitolo 4 il testo dice che il popolo credette a questi segni. Per Mosè
quindi, questi segni non sono stati necessari per essere accettato dal suo
popolo. Provo, allora, tentare di approfondire, per quello che mi è possibile
il significato di questi segni. Il primo è il bastone che, come ricorda Alonso
Schökel, era lo strumento di lavoro. Anche i discepoli di Gesù trasformano il
loro strumento di lavoro: le reti da pescatori di pesci a pescatori di uomini. Schökel
dice che si tratta di trasmutazioni. Il primo segno dovrebbe avvenire allora
nel proprio ambito di lavoro. L’a mano è l’origine dell’azione e diviene
scolorita, come senza sangue. Che cosa significa? Non saprei. La stessa
ignoranza riguarda anche il terzo segno, quello dell’acqua. In ogni modo, il
vocazionato, accompagnando il testo ha diritto a chiedere dei segni a JHWH
perché diventi visibile, agli occhi del proprio popolo, una differenza di
posizione in mezzo a loro. Per Mosè si tratta del servizio della guida. Sono
dei segni esterni che confermano una scelta operata da Dio. Da quello che
emerge dal testo, Dio esaudisce Mosè (anche se non è ben chiaro il significato
intrinseco di questi segni).
4 “Mosè però insistette con
il Signore: “Io non ho facilità di parole”… Mosè insistette. No, signore, manda
chi non è […]
(Es 4,10-13).
È il rifiuto di essere differente
di essere così tanto diverso da come si conosceva e da come lo vedevano gli
altri. La chiamata dà una nuova identità, una nuova visione di sé, una specie
di seconda pelle che in realtà è la vera pelle, ma alla quale non ci si è
abituati. È il rifiuto di essere diversi da quelli della propria razza, popolo.
Sono le domande che mi rivolgevo all’inizio del cammino: “perché, Signore,
proprio io? Perché a me chiedi di rinunciare ad una vita […], ad un lavoro, una
casa, una famiglia? Perché mi chiedi stare dinanti agli altri. Perché mi chiedi
di diventare sacerdote di una Chiesa che mi scandalizza? Perché mi chiedi di
andare ad inseguire una parola che io stesso non so vivere?”. Forse è questo il
senso spirituale esistente della balbuzie di Mosè. Che cosa devo dire al
Faraone? Che cosa parlare quando non ho parola? Sono i versi, gli anni della
ribellione, in cui il vedersi diverso dagli altri pesa. E allora siccome non lo
si accetta appieno si fanno compromessi, si cerca di camuffarsi per sentirsi
normale, per essere accettati. Sì, anche perché la chiamata produce una
solitudine che, all’inizio e a volte, per parecchio tempo, è sfinente,
pesantissima. Sono i tempi in cui il vocazionato deve abituarsi ad indossare
questa nuova pelle, fino al tempo in cui la sentirà definitivamente Sua.
Che cosa gli risponde JHWH
dinnanzi a questa fortissima obiezione?
“Il Signore si arrabbiò con
Mosè e gli disse: “Aronne, tuo fratello il levita, so che parla bene… Parlagli
e mettigli la mia parola nella sua bocca” … Egli parlerà al popolo nel tuo nome,
egli sarà la tua bocca e tu sarai il suo dio” (Es 4,14-16a).
È una risposta che rigetta Mosè
dentro il mistero stesso di Dio. La chiamata di Dio per fare di Mosè la guida
del popolo d’Israele non è stata dettata da criteri umani. Difatti, dinnanzi
alla risposta di Dio nuovamente si potrebbe obiettare: JHWH non poteva vedere
Aronne, che bisogno c’era di Mosè? Se era Aronne che sapeva parlare bene e se
era di un capace di parlare che c’era bisogno, perché questa intermediazione di
Mosè? Ancora una volta non si può fare altro che ripetere che la chiamata è un
mistero i cui criteri rimangono nascosti in Dio. Il fatto che “il Signore si
arrabbiò con Mosè” sta a significare proprio questo: è inutile cercare alla tua
umanità, o storia ragioni che sono da cercare altrove. Il chiamato deve
abituarsi a cercare le risposte alle proprie domande non nella logica umana, ma
in Dio. Ed è qui che nascono i problemi perché l’uomo non pensa come pensa Dio.
E di fatto sarà in questa diversità di logiche che sorgeranno gli scontri tra
il popolo d’Israele e Dio con in mezzo Mosè a fare da mediatore. Mosè sarà
solo, ma in questa solitudine avrà la possibilità di assaporare l’amicizia di
Dio. Si diventa amici di Dio se si accetta di seguirlo, di obbedirgli e entrare
nel suo modo di pensare. Nel dialogo con Mosè, Dio spezza tutte le sue resistenze,
lo sfianca fino a mostrargli l’impossibilità del rifiuto. D’ora innanzi la sua
vita sarà il Signore e lui solo con la missione da lui affidata. Tutto il resto
non conterà più nulla. È questo che Mosè capisce ed esegue immediatamente,
tornando a casa e congedandosi dalla sua stessa famiglia nel deserto per
tornare in Egitto ed affrontare il Faraone.
Non Si affronta il Faraone per
vincerlo se non con mandato specifico di Dio e dopo un lungo cammino interiore.
Il significato della presenza di
Aronne nella missione può significare la dimensione di comunione. Aronne non ha
un rapporto diretto con Dio, Mosè si. Mosè dovrà dire al Faraone le Parole che
Dio rivela a Mosè.