sabato 30 aprile 2022
mercoledì 27 aprile 2022
CHI SONO IO PER ANDARE DAL FARAONE? LA VOCAZIONE DI MOSE'
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(dal diario spirituale del 2005)
Le 4 obiezioni domande di Mosè a Dio,
all’inizio della sua vocazione:
1 Es 3,11: chi sono io per
andare dal Faraone e per togliere gli Israeliti dall’Egitto?
È l’obiezione
logica dinnanzi alla proposta di Dio che supera le mie aspettative, previsioni.
Soprattutto supera l’idea che ho di me stesso. Questo è un dato
importantissimo: crescendo nel tempo mi faccio un’idea di me stesso che
nonostante tutto rimane al di qua dell’idea che Dio ha di me. L’idea che mi
costruisco in contatto con il mio ambiente, la mia famiglia, gli amici, il
lavoro è relativo a questo ambiente determinato. L’entrata di Dio nella mia
storia spezza la scorza della mia identità che mi sono costruito e mi colloca
su di un altro orizzonte, che non avevo previsto, pensato, collocato. Per certi
aspetti nessuno è preparato ad accogliere una proposta del genere.
Se vogliamo riflettere, nella storia di Mosè
c’erano già i segni del liberatore. Quando, per esempio, uccide l’Egizio perché
stava maltrattando un ebreo, in questo episodio si può vedere in germe la
vocazione del futuro liberatore. Con una grande differenza: qui è Mosè che
prende l’iniziativa e, scontrandosi con la dura realtà, fugge per paura delle
conseguenze. Nell’evento del roveto ardente l’iniziativa è di Dio. È Dio che lo
chiama per nome e lo investe di una missione di liberazione del popolo
d’Israele. Che cosa significa, allora, questo incarico di YHWH a Mosè? In primo
luogo una fedeltà, una continuità. Il Dio che si manifesta a Mosè è lo stesso
che si era rivelato ad Abramo, Isacco e Giacobbe: è il Dio dei padri! Dicendo
così, Dio fa riferimento con una memoria storica, ad eventi che appartengono al
popolo d’Israele: non è quindi un Dio sconosciuto, anonimo, impersonale. È il Dio
della relazione, del dialogo personale. È il Dio libero che sceglie chi vuole.
Abele invece di Caino, Giacobbe invece di Esaù, Efraim invece di Manasse, Giuseppe
invece di Giuda. Abitare la scelta di Dio per vivere in pace. È il Dio che
sceglie non secondo criteri e logiche umane, ma secondo criteri che sono
nascosti. Certamente la scelta di Dio su un uomo per chiamarlo ad una missione
non è secondo il merito o, tantomeno, le qualità personali. Queste sono
caratteristiche che già sono presenti nell’apparizione di Dio a Mosè, ed è a
questa storia, a questa identità che YHWH fa riferimento per manifestarsi e per
auto presentarsi.
Attualizzando questo dialogo, questa prima
domanda, che cosa si può dire? Che per avere la certezza che la chiamata viene
da Dio e non è frutto di un mio desiderio o di una mia illusione o di altri
desideri, ci vuole un minimo di conoscenza del passato del popolo d’Israele. Il
Dio che chiama Mosè per liberare il suo popolo è questo: è il Dio di Isacco,
Giacobbe Abramo, Giuseppe. Se è questo, vuole dire che non è un altro. La
conoscenza della storia che Dio ha costruito e nel quale Dio stesso si è
manifestato, distrugge gli altri dei, gli idoli che la mia fantasia ha
costruito. Dio si fa presente nella mia storia e fa riferimento ad un passato.
Questo è già un dato significativo. Il modo di Dio di presentarsi all’uomo e
alla donna è delicato e attento affinché l’uomo non l’identifichi con un
oggetto estraneo a sé. Guardando attentamente a come Dio si è presentato a Mosè,
non c’è un’eccessiva sottolineatura della trascendenza, ma anche della storia,
della sintonia di Dio con l’uomo, della delicatezza.
Mosè con il gregge di pecore entra nel
deserto giungendo al monte di Dio, l’Oreb (che una tradizione identifica con il
Sinai). Già qui ci sono vari dati interessanti. Il primo, è il fatto che se l’Oreb
è chiamato “monte di Dio”, ciò significa che c’è già una tradizione, un costume
che fa di questa montagna qualcosa di speciale. C’è dietro cioè, già una storia
di incontri di Dio con l’uomo. Che tipo d’incontri la Bibbia tace, ma il
semplice fatto di definire l’Oreb il monte di Dio, lo dice lunga sulla
differenza di questa montagna dalle altre.
Il secondo dato interessante, è l’entrata di
Mosè nel deserto. Schökel, nella Bibbia portoghese traduce: “transumando nel
deserto”. È bello questo transumare, questo andare di Mosè per il deserto,
quasi guidato dalle stesse pecore, segno di una libertà e di una spogliazione
interna che lo predispongono al dialogo con Dio. Nel deserto, il luogo per
antonomasia dell’incontro con Dio. Luogo di silenzio e solitudine in cui l’uomo
è predisposto ad entrare in sé stesso, ascoltarsi e ascoltare il silenzio. È
simpatico pensare che, preso per i suoi pensieri, in mezzo alla riflessione,
Mosè si è lasciato guidare dalle pecore al monte di Dio, l’Oreb e poi Dio è
apparso! È apparso con una delicatezza impressionante. È apparso in punta di
piedi, per non turbare Mosè nei suoi pensieri. È apparso in un roveto ardente
che, secondo una antica tradizione, è un arbusto selvaggio umile, disprezzato.
Più silenzioso e delicato di così è impossibile! Lo ha distolto dai suoi
pensieri con un arbusto inutile, selvaggio, disprezzato. Non è questo un
versetto, un evento di sapore evangelico? Non si può dare a questo versetto un
valore messianico? Il Dio dei padri, di Abramo, Isacco e Giacobbe è lo stesso
che si è manifestato a Mosè in un roveto ardente ed è il medesimo che si
manifesterà all’umanità in una Mangiatoia. Dio è grande nella semplicità. Per
manifestarsi non ha bisogno della grandezza umana, ma fa grande l’uomo
rivelandosi nella semplicità.
Un altro dato che mi chiama attenzione è che,
l’incontro tra Dio e Mosè è frutto della sola volontà di Dio. Mosè non si è
preparato per questo incontro. C’è una volontà assoluta di Dio che precede
tutto. Mosè non si è preparato: ci ha pensato Dio. C’è una tradizione che divide
la vita di Mosè in 3 momenti:
a)
0-40
anni: vita in Egitto fino all’uccisione dell’Egiziano
b)
40-80
anni vita nel deserto come pastore, sposo di Sefora
c)
80-120
anni dall’incontro con Dio nel deserto al viaggio nel deserto con il popolo d’Israele.
Ciò significa che Mosè aveva 80
anni quando Dio l’ha chiamato per compiere la sua missione. Non l’ha scelto nel
fiore dell’età, ma alla fine. E poi, come sappiamo dai versetti successivi, non
l’ha scelto per delle particolari doti oratorie: era balbuziente. Solo un dato
è certo: Dio l’ha scelto e basta.
Con un passato così, con una
storia così, la domanda di Mosè è pienamente giustificabile: “Chi sono io per
andare dal faraone e per togliere gli israeliti dall’Egitto?” La
chiamata personale di Dio getta immediatamente una luce sul passato di Mosè,
sulla sua storia. Esiste una discrepanza infinita tra quello che lui pensa di
essere (aveva 80 anni) e quello che Dio sa di Lui e vuole che lui sia.
Questa è vocazione:
il mistero di una chiamata personale, di una scelta che mi supera. Ciò
significa che se misuro la chiamata sulle mie forze, le me mie capacità, i miei
pregi, i miei limiti, sono perduto. La chiamata di Dio non si basa sul merito,
sulle qualità personali, sulla preparazione personali, ma è azione libera di
Dio.
MI AMI TU PIU' DI LORO?
III DOMENICA DI PASQUA/ C
Paolo Cugini
Il tempo di Pasqua è il periodo dell’anno
in cui la Chiesa c’invita a riflettere, in modo nuovo ed originale sul senso
dell’esistenza. La Pasqua, infatti, presentando il tema del risorto, provoca la
riflessione sul tema della vita, del suo significato e su ciò che vale davvero
la pena spendere le proprie energie. In fin dei conti il Padre ha resuscitato
il corpo di suo figlio Gesù che, durante la vita, aveva scelto una vita povera,
umile, di basso profilo, non ha cercato, cioè, la gloria del mondo, il potere,
i soldi. Questo aspetto, a mio avviso, deve far riflettere. La resurrezione di
Gesù getta una luce nuova sulla storia dell’umanità e ne mette a nudo la
povertà della proposta, tutta sbilanciata sul materiale, lasciando pochissimo
spazio alla dimensione spirituale. Vediamo allora, a questo proposito, che cosa
ci dicono le letture di oggi.
Fecero flagellare [gli
apostoli] e ordinarono loro di non parlare nel nome di Gesù. Quindi li rimisero
in libertà. Essi allora se ne andarono via dal Sinedrio, lieti di essere stati
giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù (At
5, 40-41).
La situazione narrata nella prima
lettura è indicativa di ciò che è avvenuto in coloro che hanno conosciuto il
Signore e lo hanno incontrato risorto. C’è stato un evidente passaggio di
prospettiva esistenziale. Sono, infatti, passati, da un atteggiamento di paura
e di abbandono nei confronti del Maestro, al punto di essere giunti a
consegnarlo, rinnegarlo e abbandonarlo, ad un atteggiamento in cui si sentono
felici per essere stati oltraggiati in nome di Gesù. È la realtà di questo
cambiamento che lascia esterrefatti e diviene una testimonianza che vale la
pena ascoltare per approfondire il discorso sulla resurrezione di Gesù, che ha
conseguenze significative sulle persone che lo incontrano. Che cos’è successo
per arrivare ad un cambiamento radicale? Com’è possibile che persone così
fragili e timorose diventino in poco tempo coraggiose e capace di argomentare
le loro azioni? Incontrare il risorto significa, tra le altre cose, proprio
questo: testimoni di un passaggio nella propria umanità che lascia un segno
profondo capace di ribaltare l’impostazione. Cambiamento che non ha una
spiegazione umana, che non si riesce a spiegare con la strumentazione scientifica,
psicologica: c’è dell’altro.
Io, Giovanni, vidi, e udii voci di molti
angeli attorno al trono e agli esseri viventi e agli anziani. Il loro numero
era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia e dicevano a gran voce:
«L’Agnello, che è stato immolato,
è degno di ricevere potenza e ricchezza,
sapienza e forza,
onore, gloria e benedizione (Ap 5, 1s).
Giovanni vede la vittoria di
Cristo sulla morte; non vede la croce, ma un trono, segno di vittoria e sul
trono Dio stesso con accanto l’agnello immolato. Il dato interessante è che
questo agnello immolato, che chiaramente si riferisce a Gesù, è in piedi, in
segno di vittoria: nessuno è riuscito a piegarlo, a spezzarlo. L’odio del mondo
non ha avuto la meglio sull’amore di Gesù, simbolizzato dal fatto che è
immaginato come agnello sgozzato. I cristiani che seguono il Signore e si
cibano di Lui, alimentano la coscienza con le sue parole, il suo messaggio
vedono nel mondo non segnali di morte, ma di vittoria. Dove il mondo vede
morte, i cristiani vedono vita. E siccome l’agnello è in piedi e con l’amore ha
vinto l’odio, è degno di essere riverito ricevere la potenza da Dio Padre. Essere
nel mondo segno della vittoria di Cristo sull’odio e sulle dinamiche di morte:
è questo il compito dei cristiani nel mondo.
Gli disse per la terza
volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato
che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore,
tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie
pecore (Gv 21, 17).
Nel
cammino di fede non siamo verificati sul numero di riti e processioni alle
quali partecipiamo ma esclusivamente sull’amore che doniamo. Bisogno aggiungere
che se possiamo donare l’amore è perché l’abbiamo ricevuto gratuitamente dal
Figlio, per mezzo dello Spirito Santo che lo ha riversato nei nostri cuori
(cfr. Rom 5,5). Il balsamo della misericordia cura le ferite nell’anima di
Pietro che per tre volte aveva rinnegato il Signore. Non c’è senso di colpa,
disperazione, ma solamente misericordia che cura le ferite. Le relazioni che
Gesù crea hanno questa impronta inconfondibile: non scava dentro all’uomo e
alla donna per farli stare male, ma per far emergere il bene che c’è in ogni persona.
mercoledì 20 aprile 2022
DOMENICA 24 APRILE 2022 II DOMENICA DI PASQUA/C
DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA
Paolo Cugini
Nel tempo di Pasqua siamo chiamati a riflettere sulla
comunità cristiana che vive della presenza del risorto. Questa è la verità di
fede. Per noi Gesù non è un ricordo, un personaggio del passato, ma è il
vivente che vive in mezzo a noi e ci guida per realizzare uno stile di vita
nuovo, non più impernato sul nostro egoismo che ci chiude in noi stessi, ma sul
suo amore che ci apre ad una vita verso gli altri, una vita di pace e di
misericordia.
Scrivi dunque le cose che
hai visto, quelle presenti e quelle che devono accadere in seguito (Ap
1,).
Il cristiano è una persona che vede il mondo in un modo
diverso dagli altri. Se siamo soliti vedere la realtà per come si presenta,
nella sua apparenza materiale e valutare le cose in questo modo, ebbene il cristiano,
colui che crede in Gesù, ascolta la sua Parola e crede nella sua resurrezione è
abituato a vedere il mondo a partire dallo Spirito, vale a dire, non tanto come
una realtà a sé stante, ma come un dono che rimanda ad un donatore. Il cristiano
quando guarda il mondo non vede solamente della materia, degli eventi, ma coglie
la presenza del Signore, i tratti della sua presenza. Li coglie dai gesti di
perdono delle persone, dalla generosità gratuita, dall’attenzione agli ultimi, dalla
ricerca continua della pace, dallo sforzo costante di ricucire ciò che l’istinto
di sopravvivenza strappa. Il cristiano vede una possibilità di vita dove l’occhio
materiale non scorge altro che morte, distruzione e sopraffazione. Come
Giovanni, anche noi dobbiamo imparare a scrivere quello che vediamo, quel mondo
diverso che ci è dato di conoscere attraverso il dono dello Spirito e la luce
del Vangelo.
La sera di quel giorno,
il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si
trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e
disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i
discepoli gioirono al vedere il Signore (Gv 20, 19-20).
In tutte le apparizioni di Gesù risorto nel Vangelo di
Giovanni, Gesù sta in mezzo: che cosa significa questa espressione? Significa che
nella comunità cristiana non ci sono posti privilegiati, ma tutti e tutte hanno
accesso al Signore in modo uguale, senza differenze. La comunità che sorge
dalla resurrezione del Signore è una comunità segnata dall’uguaglianza, dal
continuo sforzo tra coloro che accolgono il Signore di togliere ogni tipo di
differenza tra coloro che partecipano al banchetto eucaristico. Dall’altra
parte si può affermare che una società disuguale è una società che non accoglie
la vita che viene dal risorto, che la rifiuta. Non a caso Gesù mostra le mani e
il fianco, vale a dire i segni dell’amore di Gesù per i suoi discepoli e
discepole, un amore che è arrivato sino al punto di soffrire per loro, di
lasciarci la pelle. Essere costruttori di pace, collaboratori per la
realizzazione di una comunità di discepoli e discepole uguali, in un mondo
segnato dalla competizione e, di conseguenza dall’aggressività e dalla violenza,
vuole dire essere disposti a pagare un prezzo molto alto, che arriva sino al
dono della vita.
Gesù disse loro di nuovo:
«Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo,
soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i
peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno
perdonati» (Gv 20, 21-23).
I doni che si ricevono dal Signore, non sono per rimanere
chiusi in se stessi, ma per essere donati. È la logica dell’amore, che cresce
donandolo. Il Padre ha inviato il Figlio e il Figlio invia i suoi discepoli e
le sue discepole. La verità di un cammino di fede che sgorga dal Signore è che
non rimane chiuso in se stesso, ma si apre al dono verso l’altro. Chi riceve la
pace di Cristo non può che donarla a coloro che incontra. Lo stesso vale per
tutti i doni che riceviamo dal Signore. Riceviamo il suo perdono,
immediatamente portiamo la misericordia a coloro che incontriamo. Chi vive di
rancori e chi è incapace di perdonare gli altri, non può dirsi cristiano.
«Mio Signore e mio Dio!».
È la prima volta che nel Nuovo Testamento s’identifica Dio
con Gesù. È significato che questo processo d’identificazione avvenga dopo la
resurrezione. Dopo l’evento della resurrezione, anche la storia e le parole di
Gesù vengono rilette e viene dato un nuovo significato. Non si tratta, infatti,
più di un messaggio che può essere letto solo con categorie umane: va ben
oltre. È un messaggio che richiede un cammino di liberazione e di cambiamento. Dopo
la resurrezione, chi intende seguire il messaggio di vita nuova proposto dal
Signore dev’essere disposto a mettersi n discussione, ad abbandonare le regioni
e le sicurezze umane per affidarsi a una Parola nuova, che è la parola del
risorto.
sabato 16 aprile 2022
OMELIA DELLA NOTTE DI PASQUA 2022
Paolo Cugini
Quello della veglia è un rito antichissimo – la celebrazione di una pasqua
annuale la troviamo già nella metà del II secolo e che nel 900 ha visto alcuni
cambiamenti significativi: La riforma fondamentale venne fatta nel 1951 da Pio
XII, che riportò la veglia nelle ore notturne, perché fino ad allora la si
celebrava la mattina del sabato, pur cantandosi, nell’annuncio pasquale,
“Questa è la notte…”. Nel 1955 è arrivata poi la riforma di tutta la Settimana
Santa. Il Concilio ha sviluppato certi elementi, come la scelta delle letture,
ma in sostanza ha ripreso una riforma già fatta
Il primo pensiero va al rito del fuoco, della luce. La Pasqua è il passaggio dalla
morte alla vita, dalle tenebre alla luce. Che cosa vuole dire? Che la
resurrezione di Gesù indica il cammino di umanizzazione che siamo chiamati a
compiere, che c’è d’ora innanzi, una possibilità per ognuno di noi di uscire
dai cammini di morte, per andare verso la vita. La resurrezione del Signore significa
che non tutto è perduto per sempre, che c’è una strada che Gesù ha aperto per
tutti, una strada dentro la storia che tutti possiamo percorrere: basta seguire
la luce.
Poi,
una volta in chiesa, è stato proclamato l’exultet,
un inno di un autore ignoto – alcuni dicono che sia di sant’Agostino – che esprime
in modo originale il mistero della salvezza avvenuto attraverso la resurrezione
di Gesù. «Davvero era necessario il peccato di Adamo, che è stato distrutto
con la morte del Cristo. Felice colpa, che meritò di avere un così grande
redentore!». Difficile trovare nella liturgia parole più audaci di queste dell’exultet.
Un’espressione decisamente forte, ma che si sposa con una simbologia liturgica
altrettanto suggestiva. Diceva il poeta francese Charles Péguy che il peccato è
come una breccia dentro la quale s’inserisce la grazia, l’amore di Dio.
Imparare a guardare la propria storia personale con gli occhi del Padre, per
imparare a non maltrattare i propri limiti, ma a lasciarli avvolgere dalla sua
misericordia.
abbiamo
ascoltato le letture, che ci hanno narrato una storia,
che è la storia del popolo d’Israele, che è la nostra storia. La storia di un
popolo che ha imparato a riconoscere Dio dentro gli eventi e non fuori dal
mondo. È questa la caratteristica di questo popolo. Una storia in cui il popolo
sperimenta i propri limiti, la difficoltà di gestire la propria umanità e di
orientarla nella direzione del Signore. È una storia non lineare, ma fatta di
continui ripensamenti, di fughe in avanti e bruschi arresti. Ancora una volta
bisogna dire che la storia del popolo d’Israele somiglia molto alla nostra e
viene riletta dall’inno dell’exultet, che abbiamo proclamato poco fa.
La Veglia pasquale ruota attorno a quattro segni che dicono l’umano trasformato dalla
risurrezione. La luce, con il cero pasquale; la Parola, con le
numerose letture bibliche; l’acqua, con il Battesimo; il pane e il
vino, con il banchetto eucaristico. Sono quattro elementi essenziali per
l’uomo: senza la luce non ci può essere vita; la parola, il comunicare è un
atto fondamentale; l’acqua fa crescere, lava, rigenera; poi il cibo, il
nutrimento. E la liturgia sceglie questi elementi così essenziali per dire il
mistero di Cristo. Si tratta di elementi primordiali: La luce e le tenebre, le
acque che vengono divise ecc. La risurrezione di Cristo ricrea l’universo.
Soprattutto da noi, nell’emisfero nord, la Pasqua coincide con la primavera,
quindi è forte il richiamo al mistero della risurrezione come rifiorire della
vita.
Il cero pasquale viene preparato con i grani di incenso infilati a
forma a croce, perché nel cero è impressa la forma del crocifisso risorto; il
fatto che la cera faccia luce consumandosi è un richiamo alla dimensione del dono;
la cera fa luce e intanto si consuma, offre se stessa per fare luce, come il dono
della vita di Gesù Cristo.
giovedì 14 aprile 2022
GIOVEDI SANTO 2022
(Gv
13,1-15)
Paolo Cugini
Giovedì santo vuole dire Giovanni 13, quella pagina del
Vangelo che ci fa tremare, impallidire, arrossire. Incontriamo Dio nell’umanità
di Gesù. È questo che c’insegna il Vangelo e la chiesa. Ciò significa che nel gesto di Gesù che lava i
piedi ai suoi discepoli incontriamo Dio.
Che
cosa significa quel gesto? È il maestro che lava i
piedi del discepolo, il più grande che si abbassa nei confronti del più piccolo:
questo è l’insegnamento di Gesù, questa è la sua umanità. Vuole dire che quando
riproduciamo questo atteggiamento nella vita quotidiana incontriamo Dio, realizziamo
la nostra umanità che è stata creata ad immagine di Dio, non di un Dio
qualsiasi, ma del Dio che si è manifestato nell’umanità di Gesù. È un gesto di
amore di Gesù verso i suoi discepoli. È quello che viene descritto all’inizio
del brano: Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo
mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Gv
13,1). L’amore è un cammino di abbassamento nei confronti di chi si ama. Non
c’è prova di forza, irrigidimento, ma abbassamento. Gesù avrebbe avuto tutte le
ragioni del mondo per irrigidirsi con i suoi discepoli, ma non lo fa, perché non
li vuole perdere. Gesù è venuto per salvare tutto e tutti, per questo
continuamente si abbassa insegnandoci che nell’abbassamento c’è il mistero dell’amore
che desidera guadagnare ad ogni costo qualcuno, per metterlo nelle mani del Padre.
Vuoi bene a tuo figlio: abbassati, lavagli i piedi. Si meriterebbe due sberle:
metti da parte i rancori, le rivendicazioni, le ripicche, ma conquistalo con l’amore:
abbassati, lavagli i piedi. È la prova estrema dell’amore.
“Durante la cena, Gesù, sapendo
che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio
ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo
cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i
piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto”.
Il testo dice che l’azione di Gesù non è spontanea, ma
pensata. Gesù sapendo. Che cosa sa Gesù, che cosa ha capito? Che il Padre gli aveva dato tutto
nelle sue mani: che cosa significa quest’affermazione? Significa che Gesù non nasce
imparato ma, essendo vero uomo, come tutti gli uomini e le donne impara,
apprende, capisce. Nella narrazione di Giovanni sembra che Gesù abbia compreso
la grandezza della sua identità nelle ultime ore della vita. Con questa comprensione
di sé va nella stessa direzione in cui ha sempre portato la sua umanità, vale a
dire non a servizio di un narcisismo esacerbato che non gli appartiene, ma in
un cammino di amore verso le persone che incontra.
Ci sono sette verbi che descrivono l’azione di Gesù, che è un’azione che descrive il suo
amore, come il suo amore prende forma nella concretezza della vita quotidiana.
Ancora. Non sono azioni fatte a caso, ma che nascono da una comprensione. Dice,
infatti, il testo: Gesù sapendo… C’è una presa di coscienza che provoca
un’azione consapevole: quello che Gesù fa non è a caso, ma vuole comunicare
qualcosa. Compie un gesto che comunica un contenuto. L’amore manifestato da
Gesù propone sempre parole e azioni che vanno nella logica contraria delle
ragioni umane, vanno nella direzione dell’amore che si fa servizio umile. È un
gesto che va nella stesa logica delle parole che Gesù dice sulla croce nei
confronti dei suoi aguzzini: Padre, perdono loro perché non sanno quello che
fanno.
Durante
la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone
Iscariota, di tradirlo. Il gesto di Gesù di lavare i piedi ai
discepoli, oltre alle considerazioni fatte sopra, va inquadrato in quello che
Gesù ha compreso, vale a dire il tradimento di Giuda e il rinnegamento di
Pietro che, tra l’altro, sono tra i protagonisti di questo brano, nel
senso che vengono citati. Ancora una volta, Gesù aveva tute le ragioni di
mandare a quel paese quel gruppo di buoni a nulla dei suoi discepoli, ma compie
un gesto che va nella direzione opposta delle sue ragioni. Gesù lava i piedi a coloro
che sapeva che lo avrebbero tradito rinnegato. Il cammino di sequela al Signore
non è basato sul successo umano, ma esclusivamente sull’amore del Padre. C’è
uno sguardo d’amore tra Gesù e il Padre che filtra tutte le relazioni. Gesù ha imparato
a non fondare le sue scelte sul successo umano: anche questo è un grande
insegnamento.
Venne dunque da Simon Pietro e
questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che
io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non
mi laverai i piedi in eterno!».
C’è un altro aspetto
interessante nella scena della lavanda dei piedi, messa in evidenza dall’atteggiamento
di Pietro. Il discepolo non vuole che Gesù gli lavi i piedi. Come tradurre la
resistenza di Pietro? È il simbolo della non accettazione che l’umanità di Gesù
in questa sua manifestazione estrema, sia il ponte per incontrare Dio. L’atteggiamento
di Pietro descrive la difficoltà che hanno tutti coloro che non riescono a liberarsi
delle loro idee su Dio, quelle idee che riceviamo dalla tradizione, o che semplicemente
ci vengono tramandate dal senso comune, che pensa Dio come qualcosa di totalmente
altro dall’uomo, dal mondo e, di conseguenza, dev’essere riverito. Pietro è il
simbolo di coloro che non accettano che sia Dio a riverire l’uomo, non accettano
il Dio che si umilia, che si fa piccolo, perché non vogliono essere coinvolti
in questo cammino di umiliazione: vogliono continuare a tenere le distanze, per
poter fare quello che vogliono. Gesù, invece, ci lava i piedi per farci
camminare con Lui, per aiutarci a capire che il senso profondo della vita non
sta nel fare quello che si vuole, ma nel donarsi in modo gratuito e disinteressato.
martedì 12 aprile 2022
DOMENICA DELLE PALME 2022
In questa domenica che apre il
cammino della settimana santa, desidero offrire alcune chiavi di lettura a
partire dalle letture ascoltate.
1. La
superficialità di una religione che è vissuta solo
esteriormente e che non incide nelle scelte della persona. Colpisce la superficialità
del popolo che prima esalta Gesù mentre entra Gerusalemme e poi grida per la
sua crocefissione. Vale quel cammino di fede che permette ai contenuti ascoltati
di sedimentarsi nel cuore, affinché modifichino il pensiero e orientino le
scelte.
2. Principio
educativo. Per comunicarci il cammino della vita autentica si è
avvicinato a noi, si è fatto uno di noi: è il più grande insegnamento
educativo. È quello che ci spiega san Paolo nella seconda lettura di Oggi: Fil
2,5-11. Gesù non ci ha insegnato il cammino della salvezza e della vita vera
dall’alto dsi una cattedra, ma dal basso della vita quotidiana, venendo a
camminare in mezzo a noi.
3. La
solitudine dell’uomo, della donna di Dio; l’incomprensione, il
tradimento. Solo nel giudizio del mondo. Colpisce la tremenda solitudine di
Gesù nelle ultime ore della sua vita. Abbandonato da tutti, tradito,
consegnato, umiliato, insultato: solo dinnanzi a tutto e tutti. Eppure Gesù è
rimasto al suo posto, non ha tentato la fuga. L’autenticità di un cammino
spirituale si verifica nelle situazioni di crisi, cioè nella capacità di
rimanere fermi, al proprio posto.
4. La
verità passa dall’attenzione alla realtà. I Vangeli non
hanno nascosto la durezza e la drammaticità delle ultime ore trascorse da Gesù:
non hanno nascosto la realtà degli eventi. Ciò significa che la verità del
Vangelo passa attraverso l’accettazione della realtà così com’è, contro ogni
forma di negazionismo, che sono tutte forme patologiche della ragione.
5. Uno
sguardo d’amore infinito. Padre perdona loro. Un’umanità che
ama in questo modo rivela qualcosa che va oltre l’umano. Lo sosteneva Massimo
il Confessore nel VII d. C. L’umanità di Gesù non si chiude in sé stessa
nemmeno nelle ore durissime della sua passione, ma rimane aperta, capace di uno
sguardo di amore anche nei confronti dei suoi uccisori. Questo amore impressionante
ha il sapore di qualcosa che non può essere incasellato nelle realtà umane.
lunedì 4 aprile 2022
MEDITAZIONI SULLA PASQUA
RITIRO SPIRITUALE 4 PARROCCHIE
GALEAZZA DOMENICA 3 APRILE
SECONDA MEDITAZIONE
1. Pasqua vuole dire una speranza robusta e ricca di gioia
Pasqua
vuole dire “una speranza robusta e ricca di gioia”; lo diceva san Pietro
scrivendo una Lettera ai cristiani dell’Asia Minore: erano in una situazione di
difficoltà di persecuzione e correvano il rischio di perdere la fiducia e la
speranza (cfr. 1 Pt 1, 1). Pietro scrive:
che
con « la risurrezione di Gesù Cristo dai morti (…) Dio ci ha fatto rinascere
(…) per una speranza viva, [4]per una eredità che non si corrompe, non si
macchia e non marcisce (…)» (1 Pt 1, 3.4).
Ma
che cosa significa questa promessa? Più o meno questo. Quando un bambino nasce
in Italia, ci dicono, nasce con una speranza media di 74 anni se è maschio e di
80/81 anni se è femmina; aggiungiamo la speranza di qualità di vita che dipende
naturalmente dal sistema politico democratico, dipende dalla struttura
scolastica, dal sistema previdenziale… tutti questi elementi insieme
costituiscono la speranza di vita di ogni bambino che nasce. Naturalmente
però si tratta di una speranza che ha i suoi limiti. Innanzitutto perché
inevitabilmente la vita dell’uomo va verso la morte. Secondo, perché anche in
quegli anni che abbiamo da passare sulla Terra ci portiamo dentro tutta una
serie di limitazioni: la nostra intelligenza è limitata, è limitata la nostra
psicologia (il nostro equilibrio psicologico), limitate sono le capacità di
entrare in relazione con gli altri… e così via; il “limite”, e quindi la
sofferenza e la insoddisfazione accompagnano inevitabilmente la nostra vita.
2. La risurrezione di Gesù
significa avere una speranza di vita nuova, di una speranza che si può definire
eterna.
Ebbene,
se ha ragione San Pietro, la risurrezione di Gesù significa avere una speranza
di vita nuova, di una speranza che si può definire eterna. “Eterna”, vuole
dire: certamente una vita che non termina, che non ha la morte come spauracchio
finale che avvilisce e rende triste un pochino tutto il cammino. Ma c’è qualche
cosa che va oltre la morte nella nostra speranza, ma non vuole dire solo
questo: vuole dire anche che ci viene donata una qualità di vita diversa che è
la qualità della vita stessa di Dio, vita divina vissuta da uomini. E se uno mi
chiede: che cosa mai possa significare una vita divina vissuta da uomini? Dico:
Gesù Cristo! Gesù Cristo è veramente uomo, ma il tipo di vita che ha vissuto
sulla Terra aveva l’impronta dell’amore di Dio – dell’amore del Padre –: la
disponibilità verso tutti, il prendere posizione a favore della vita dell’uomo,
la capacità di perdonare. Quindi, quando Gesù ha incontrato il male non è
diventato cattivo, ma ha saputo assumere il male sopra di sé portandolo con
sofferenza ma con perdono (cfr. Fil 2, 6-8). Tutto questo è vita divina, non
una vita magica: ma una vita concreta inserita nella trama di tutti i giorni,
una vita che è motivata e animata dall’amore per l’uomo, dalla presa di
posizione senza riserve a favore della vita dell’uomo, di ogni uomo.
3. Dio
ha risuscitato Gesù di Nazaret, e quindi ha dato ragione a Lui e alla sua vita.
Naturalmente uno può ricordarmi
che una vita così, una vita come quella di Gesù, non ha avuto un grande
successo mondano perché è terminata anche lei con la morte, anzi è terminata
con una morte dolorosa e vergognosa, è terminata con una condanna da parte di
un tribunale (cfr. Eb 12, 2). Quindi quella di Gesù è una esistenza che si
porta dentro tantissime realtà di sofferenza e di miseria. E però il senso
della Pasqua è questo: se dal punto di vista mondano la vita di Gesù è
terminata in una morte di miseria e di umiliazione, Dio però ha risuscitato
Gesù di Nazaret, e quindi ha dato ragione a Lui e alla sua vita. Quello che la
morte ha potuto operare nella vita di Gesù non è stato definitivo. La potenza
della vita di Dio, dell’amore di Dio, ha trionfato sulla ingiustizia o sulla
cattiveria degli uomini; è questa la speranza che ci viene data.
4. La Pasqua significa che la
mia speranza di vita si apre alla comunione con Dio, e quindi alla
partecipazione della vita e della gioia di Dio stesso.
Io
posso prendere la mia via come un patrimonio mio e spenderla a mio favore; se
faccio così ho quella speranza di vita che ricordavo all’inizio: in media 74
anni, con gli alti e i bassi della vita quotidiana, poi ci saranno momenti
gradevoli di gioia, e ci saranno momenti di depressione e di avvilimento, punto
e basta. Ma se imposto la mia vita nella logica della vita di Gesù, quindi: se
prendo come criterio di vita quello di accogliere la persona umana sempre, di
avere tempo per gli altri, di farmi carico anche delle necessità degli altri,
di sapere spendere quel po’ di patrimonio che ho dal punto di vista affettivo e
emotivo e di ricchezza a favore anche degli altri; se riesco a prendere su di me qualche cosa del
peso di male che c’è nel mondo e a non diventare cattivo ma a introdurre invece
qualche briciolo di bontà; allora la mia
speranza di vita cambia, non si limita ai 74 anni sulla Terra, ma è una
speranza di vita che si apre alla comunione con Dio, e quindi alla
partecipazione della vita e della gioia di Dio stesso; la Pasqua significa
questo. Per questo la Pasqua in fondo è
un invito a cambiare il modo di pensare e di valutare. Se sto all’interno
semplicemente dell’esperienza del mondo, considero positivo tutto quello che è
soddisfacente, e negativo tutto quello che mi porta un po’ di tristezza e di
fatica e di sofferenza. Ma se mi apro alla speranza della vita di Dio, allora
molte cose che comportano anche sofferenza diventano preziose, diventano seme
gettato nella terra che però ha in sé la speranza del futuro, la speranza della
fioritura.
5. Credo che il senso della
Pasqua sia esattamente nel fatto che c’è la possibilità che la nostra vita
produca vita eterna, ma non solo come dicevo per l’aldilà, ma nel modo di
vivere qui.
Credo che il senso della Pasqua sia esattamente lì: c’è
la possibilità che la nostra vita produca vita eterna, ma non solo come dicevo
per l’aldilà, ma nel modo di vivere qui. Dice san Paolo:
Se
la nostra vita è piena:
«[22](…)
amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di
sé» (Gal 5, 22).
Se
la nostra vita è fatta di queste cose, rimane una vita perfettamente umana, ma
diventa anche una vita realmente divina, e in quanto tale una vita che ha
davanti a sé la promessa della immortalità, della comunione con Dio. È anche
l’augurio che vi faccio: che la Pasqua sia davvero per ciascuno di voi motivo
di speranza grande, che sia anche motivo di consolazione dentro le fatiche che
la vita quotidiana comporta. Naturalmente il saluto è per tutti; direi in particolare
per i bambini, per gli anziani, per gli ammalati, per le persone che vivono dei
momenti di stanchezza e di fatica nella loro vita perché sappiano trovare anche
in questi momenti quel germe di speranza che ci permette di vivere e di
produrre nel mondo qualche cosa di positivo e di buono.
ATTI DEGLI APOSTOLI 27-28
[annotazioni]
1-12: Partenza e prime
tappe
Si compie il piano di
Dio: con Paolo, la Parola di Dio potrà essere testimoniata davanti a Cesare.
Paolo raggiunge Roma in mezzo a circostanze impreviste. Le vie del Signore non
corrispondono ai piani umani.
3.
Paolo ottiene dal Centurione la possibilità di visitare amici, probabilmente i
cristiani di quella comunità per ricevere approvvigionamento per il viaggio. Lc
approfitta per sottolineare di nuovo la benevolenza dei rappresentanti di Roma
nei confronti di Paolo. La filantropia era una qualità molto stimata
nell’ellenismo.
9. Lc fornisce un’indicazione cronologica secondo il
calendario giudaico. Parla infatti, del digiuno, facendo riferimento al grande
digiuno prescritto per il giorno dell’espiazione (Yom Kippur), il 10 giorno del
mese di Tishri (fine settembre-inizio ottobre). Per i giudei la festa delle
Capanne, che era celebrata cinque giorni dopo il grande digiuno, era
considerata come l’inizio del tempo dell’anno sfavorevole alla navigazione per
mare.
10. Per la prima volta
nel viaggio Paolo interviene direttamente.
13-26: la tempesta
22-23: Paolo incoraggia i
passeggeri. Siccome si deve realizzare il piano di Dio che porterà Paolo a
Roma, ne beneficeranno tutti coloro che sono sulla nave.
27-44: Il naufragio
33.
Luca mostra come Paolo, uomo di Dio, continua a tenere in pugno la situazione
che deve portare alla salvezza di tutti.
35-37:
Paolo dà l’esempio e comincia a mangiare secondo l’uso giudaico. C’è una
prospettiva eucaristica: legame tra alimentarsi e l’essere salvati.
41.
Alcuni sostengono che Luca si ispiri all’Odissea per la scelta del vocabolario.
Tutti sono salvati,
attraverso innumerevoli prove: un tema importante dell’insegnamento di Luca (At
14,22).
CAPITOLO
28
1-10: Paolo sull’isola di
Malta
C’è la presentazione di Paolo come taumaturgo.
L’episodio della vipera
conferma la protezione divina di Paolo. Beneficiario della grazia divina, Paolo
si pone a sua volta si pone a servizio degli uomini e soccorre chi si trova nel
bisogno.
Nessun ostacolo, dunque
potrà impedire a Paolo di raggiungere Roma e portare anche lì la salvezza,
secondo il disegno di Dio.
8.
la scena non manca di ricordare la guarigione della suocera di Pietro.
11-15: da Malta a Roma
11: dopo tre mesi il
viaggio riprende. Tre mesi indica la pausa invernale. Siamo nel marzo del 60 d.
C.
14: dalla narrazione
sembra che a Pozzuoli esista una comunità cristiana.
16-31: Paolo a Roma
È una conclusione deludente perché non risponde alla
domanda a cui il lettore era stato preparato: come si conclude il processo a
Paolo?
Comunque, con l’arrivo di
Paolo a Roma si compie il progetto dell’annuncio del Vangelo annunciato in At
1,8. Inoltre ci sono riferimenti al Vangelo, che danno al finale degli Atti un
senso di conclusione dell’opera. In tutto questo percorso c’è un filo
conduttore: l’annuncio del Vangelo suscita divisione in Israele, ed è destinato
a tutti i popoli.
La conclusione degli Atti
dà la chiave per capire la problematica di fondo di quest’opera: l’esistenza di
una chiesa che, pur dichiarandosi erede delle promesse di Dio a Israele, è
composta in maggioranza da gentili, perché i giudei hanno rifiutato in gran
parte il Vangelo. In ogni modo, tutto ciò era stato annunciato dalle Scritture,
e fanno parte quindi, dell’insondabile piano di Dio sull’umanità.
La conclusione degli Atti presenta
insomma la visione storico-salvifica della missione cristiana secondo il punto
di vista di Luca: un’attenzione al passato della missione della Chiesa, incarnata
in Paolo, che diventa la chiave di comprensione della situazione qual è al
tempo del redattore, con una proiezione sul compito futuro.
Situazione presente:
una chiesa essenzialmente pagano-cristiana, in rottura con la sinagoga. Ma
questa situazione condiziona anche il futuro: la priorità d’Israele è superata.
Se finora il Vangelo è stato predicato anzitutto ai giudei, d’ora innanzi il
suo annuncio sarà rivolto indistintamente a tutti, e tutti possono accoglierlo
e far parte dell’unico popolo di Dio.
Luca rivolge questo
insegnamento a chi?
Forse ad una chiesa che
ha rotto con la sinagoga, ma non con le Scritture d’Israele. Una rottura,
dunque, con il giudaismo ufficiale da parte di una chiesa che ha però nel suo
seno giudei-cristiani rimasti fedeli alle proprie usanze.
Nascono, allora, domande
che mettono in causa l’identità stessa della chiesa:
1.
perché
non vi sono più contatti con il giudaismo?
2.
Perché il popolo nel quale viveva il
messia, ha rifiutato il vangelo?
3.
Una chiesa pagano-cristiana si giustifica?
4.
C’è continuità tra Israele e la chiesa nei
piani di Dio?
5.
Paolo non potrebbe essere davvero un
rinnegato, così come sostengono i suoi detrattori giudei?
Questa è la risposta di
Luca: sono stati i giudei a chiudersi al piano di Dio, pur
essendo stata rispettata la loro priorità. Da parte sua Paolo è rimasto sempre
un giudeo modello ed è come tale che ha predicato il Vangelo. Da parte della
chiesa le porte rimangono aperte ai pagani come ai giudei.
In ogni modo, Luca vuole mettere i giudei di fronte alla loro responsabilità.
NICODEMO
Ritiro spirituale di quaresima quattro parrocchie
GALEAZZA - DOMENICA 3 APRILE 2022
«C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, un capo
dei Giudei. Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: Rabbì, sappiamo che sei
un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio
non è con lui. Gli rispose Gesù: In verità, in verità ti dico, se uno non
rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio. Gli disse Nicodemo: Come può
un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel
grembo di sua madre e rinascere? Gli rispose Gesù: In verità, in verità ti
dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio.
Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito.
Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia
dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di
chiunque è nato dallo Spirito. Replicò Nicodemo: Come può accadere questo?»
(Gv 3, 1-9).
Possiamo vedere Il ritiro spirituale come questo itinerario
di Nicodemo che va da Gesù di notte. È vero che noi siamo venuti di notte A
Galeazza, ma forse in qualche modo sì, perché una qualche notte ce la portiamo
dentro al cuore: la notte delle nostre incertezze o insicurezze, di quello che
non capiamo della nostra vita, dei nostri progetti, di quello che potremmo o
dovremmo fare; sappiamo molte poche cose del nostro avvenire, del nostro
futuro. Ma non solo, ci sono le notti di tutti i nostri egoismi, cattiverie,
debolezze e fragilità, quando vorremmo essere dei bravi cristiani e non ci
riusciamo e ci troviamo al punto di partenza. È notte, ma in questa notte
Nicodemo si muove, questo è il suo vantaggio, non ci sta dentro, non si ripara
nel buio della notte dicendo: intanto nessuno mi vede, ma va verso Gesù. E
s’intende, dice S. Agostino, verso la luce, con la disponibilità a lasciarsi
illuminare; che forse non è sempre la cosa più gradevole perché lasciarci
illuminare quando siamo belli e bravi non fa problema; ma lasciarci illuminare
quando siamo un po’ sporchi, dà un po’ fastidio ed è scomodo il dovere vedere
le nostre mancanze, pecche e cattiverie. Quindi andare da Gesù di notte
potrebbe essere pericoloso, può darsi che alla fine riusciamo a vedere quello
che siamo davvero, e di questo ci faccia un po’ paura.
Comunque, prendiamo il coraggio di Nicodemo che va da Gesù:
«Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare
i segni che tu fai, se Dio non è con lui». E questo vuole dire: sei Dio e
ti riconosco come Maestro, sono disponibile ad ascoltare quello che tu hai da
dirmi, perché so che vieni da Dio, i segni che tu hai fatto li vedo e me lo
dimostri, dunque sono un tuo discepolo, un tuo alunno.
E Gesù ha da dire una cosa: «In verità, in verità ti
dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». Nicodemo
ha sentito le parole di Gesù e le ha interpretate come se chiedesse di nascere
di nuovo. Ora, di tutte le cose che l’uomo può fare, questa è l’unica che gli è
impossibile, perché quando uno vive non può tornare a nascere. Per questo
Nicodemo obietta: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse
entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Nessuno ha
deciso di nascere, qualcun altro ha deciso per lui, quindi qualcun altro ci
mette al mondo. Allora, com’è possibile chiedere di nascere di nuovo? La
risposta di Gesù è che la realtà non è tanto il nascere di nuovo. Si potrebbe
anche dire il nascere di nuovo, ma è un nascere dall’alto e non è qualche cosa
che viene chiesto all’uomo, ma che viene donato all’uomo.
Si potrebbe dire in un altro modo. Ricordate quel giovane
ricco che era andato da Gesù a dire: «Maestro, che cosa devo fare per avere
la vita eterna?» (Mt 19, 16). E notate quel verbo “che cosa devo fare?”, perché
è caratteristico della spiritualità giudaica al tempo di Gesù: bisogna che mi
dia da fare per compiere la volontà di Dio e quindi per raggiungere l’obiettivo
o il traguardo spirituale che Dio mi pone davanti. L’atteggiamento di Gesù è
diverso. Il fare è importante e ci arriveremo, ma la vera cosa importante non è
fare, è ricevere. O, detto in termini evangelici, credere. “Credere” vuole
dire: ricevere il dono di Dio, la grazia di Dio; è Dio che fa qualche cosa
per la vita dell’uomo. Ma l’uomo deve accogliere l’azione di Dio, deve
ricevere questa attività di Dio. È Dio che genera, non c’è dubbio; non sono io
che devo nascere di nuovo. È Dio che genera; è una nascita dall’alto; è Dio che
dà la vita. Alla mia vita è chiesto di accoglierla. Dio mi dona un’esistenza
nuova, in un modo molto semplice, con il suo amore, amando. Capita
nell’esperienza di un uomo di fare una delle sue scelte: quando scopre l’amore
si sente in qualche modo rivivere e vede le cose con degli occhi nuovi. Questa
è una pallida immagine di quello che vuole dire l’amore di Dio per noi, che in
Gesù Cristo ci è donato e diventa una nuova sorgente di vita. La vita biologica
che io ho, ce l’ho dall’amore dei miei genitori e quindi con tutte le
dimensioni che sono proprie della realtà umana, biologica, culturale e morale
dell’umanità; ma limitata in quanto umana. Gesù può dire: «quello che nasce
dalla carne è carne», cioè quello che è generato dall’uomo è bello, ma è
umano, rimane dentro ai limiti e alla fragilità dell’umano, quindi rimane sottomesso
alla morte e al peccato. Ma quello che nasce dallo Spirito resta, cioè quello
che nasce da Dio ha un’energia, una purezza e una santità divina. Ed è proprio
questo quello che Gesù annuncia: una nascita, una generazione dall’amore di
Dio. Per cui il presupposto della tua vita è questo amore di Dio. Il fatto che
Dio ti ha amato sta come presupposto, come base biologica della vita spirituale
(biologica per modo di dire). Ciascuno di noi vive su una base biologica e a
partire da quella base ci muoviamo, lavoriamo, pensiamo e riflettiamo; dipende
da quella struttura, dal mio cervello il fatto di poter riflettere e vedere.
Adesso in questa realtà biologica c’è una base nuova che è l’amore di Dio e
tutto dipende da quello. “Tutto dipende da quello” vuole dire: i tuoi pensieri,
i desideri e le azioni possono venire tanto trasformati da avere come origine
l’amore di Dio. Sai tu quali pensieri possono venire e quali scelte e
comportamenti possono nascere, quando all’origine dei nostri comportamenti c’è
l’amore di Dio? Provate ad immaginare: cosa produce l’amore di Dio nella vita
di un uomo? che tipo di orientamento trasmette e che tipo di scelte e desideri
genera?
Questo si capisce se si guarda fondamentalmente i santi. Se
uno capisce i desideri di S. Francesco, può dire che nascono dall’amore di Dio.
Quando l’amore di Dio entra nella vita di un uomo produce quei desideri e
sentimenti e rende S. Francesco capace di baciare il lebbroso, di rinunciare
agli impegni familiari, di sottomettersi alle umiliazioni e anche di accettare
il ripudio da parte dei suoi. Questi sono esempi, perché l’amore di Dio è
capace di produrre realtà radicalmente diverse. I santi non sono fatti tutti
uguali, anzi sono molto originali nelle loro manifestazioni, però questa
origine viene da un unico zoccolo, da quell’amore di Dio che li ha rigenerati,
che ha messo in loro dei pensieri e dei sentimenti nuovi.
Lo dice Gesù a Nicodemo: «Se uno non nasce da acqua e da
Spirito, non può entrare nel regno di Dio». Quindi non si tratta di
decidere di nascere, ma di accogliere la decisione di Dio di generarci come
suoi figli. «Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo
Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere
dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove
viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito». Ora quello che
questa piccola parabola vuole sottolineare è il mistero dello Spirito, o il
mistero del vento. In greco spirito e vento sono la stessa parola, e Gesù gioca
su queste immagini; parla del vento perché si sa che c’è, perché se ne sente la
voce; il vento fa rumore e quindi ti accorgi che c’è, te lo senti sulla faccia
o vedi che si muovono le foglie degli alberi; gli effetti del vento si
riconoscono. Ma da dove viene il vento? Come si è formato e dove va a finire?
Qual è il traguardo della sua corsa? Questo, nell’antichità era misterioso (non
c’era la scienza meteorologica così sviluppata come quella delle nostre
previsioni che ci possono fare vedere la formazione di tutti i venti). Quindi,
il vento ci arriva misterioso ed è su questo che Gesù insiste. L’uomo che è
nato dallo Spirito, rigenerato e rinato, si vede che c’è, perché si vede dai
comportamenti. S. Francesco si vede molto bene che c’è, i suoi comportamenti si
vedono e si riconoscono. Ma da dove vengono? Da dove sono nati quei
comportamenti? Perché è così? Se ricordate, Francesco era partito con un grande
desiderio di gloria; era andato in guerra proprio per questo. E ad un certo
punto questo desiderio di gloria si trasforma in amore per “madonna povertà”.
Questo è sorprendente perché non era nel suo carattere, che era piuttosto il
carattere focoso del combattente, ma in realtà diventa tutt’altro. Non è il
carattere che spiega questo, ma è l’incontro con Gesù. Naturalmente sono le
caratteristiche temperamentali di Francesco quelle che vengono usate dal
Signore, ma le orienta in una direzione nuova. Diventa un cavaliere, come
Francesco voleva diventare, ma il cavaliere di una dama generalmente disprezzata
che è appunto la povertà; quella è la sua amante a cui lui fa la corte e alla
quale la serve con tutta la sua vita, alla quale dà, offre tutte le sue
decisioni e opere. Non si capisce da dove viene un tale comportamento. E così
nemmeno si capisce dove va a finire, cioè quale sia l’esisto di un’esistenza di
questo genere, perché sembra di rinuncia, che va a finire male: S. Francesco è
morto giovane, ha sofferto per varie malattie, è arrivato a diventare quasi
cieco, ha subito forti e grandi sofferenze anche dal punto di vista morale.
Ebbene, questa scelta di madonna povertà lo ha ridotto semplicemente al
lastrico e a questa sofferenza? Il traguardo della vita di S. Francesco è il
Signore: è quella vita nuova, rigenerata e rifatta dalla potenza di Dio; questo
vuole dire lo Spirito. Nascere dallo Spirito significa: d’ora in poi alla
radice della tua vita ci sta l’amore di Dio e tu puoi pensare, dire e fare
tutto e solo quello che è in accordo con questo amore di Dio. Quando sarà così,
sarai davvero generato di nuovo. Diceva S. Paolo: «Generato dall’alto, sarai
una nuova creatura; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove»
(2 Cor 5, 17). Lo Spirito vuole fare esattamente questo: rigenerare gli uomini
sulla base dell’amore di Dio per noi.