mercoledì 31 dicembre 2025

Contemplare la gloria del Mistero nella carne di Cristo

 




Paolo Cugini

 

E noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità
(Gv 1,15).

 

C’è una meraviglia che attraversa la storia e illumina ogni tempo: il Mistero eterno si è reso vicino nella carne di Cristo. In Lui, il Mistero invisibile si è fatto visibile, il Padre/Madre glorioso ha assunto un volto umano: fragile; eppure, carico di una forza che trasforma, semplice eppure traboccante di una luce che non conosce tramonto.

Contemplare la gloria del Mistero nell’umanità di Gesù è lasciarsi sorprendere dal fatto che il Mistero non è rimasto distante. In ogni gesto, sguardo, parola e scelta di Gesù, brilla la pienezza di un amore che tutto abbraccia e risana. La gloria del Mistero non è più nascosta: essa si lascia toccare e vedere nell’umiltà della carne, nella concretezza di un uomo che attraversa le strade polverose della Galilea, che si commuove e che piange, che gioisce e che accoglie.

Le scelte di Gesù, spesso controcorrente e libere da ogni calcolo umano, sono segno di una presenza altra. Nei suoi tratti umani si cela la profondità del Mistero: la sua compassione per i piccoli, la sua tenerezza verso gli esclusi, la sua fermezza nel denunciare le ingiustizie. Ogni parola che esce dalla sua bocca è trasparente come l’acqua di una sorgente, limpida e diretta, eppure capace di penetrare le zone più oscure del cuore. In Lui, il Mistero si fa vicino e accessibile, eppure resta sempre più grande di ciò che possiamo comprendere.

La luminosità del suo essere è come una fiamma che squarcia le tenebre. Chi viveva nell’ombra della disperazione e della solitudine, in Gesù ha visto accendersi una speranza nuova. I suoi gesti semplici, una carezza, un pane spezzato, uno sguardo di perdono, sono la manifestazione concreta dell’amore del Padre, che non umilia ma innalza, che non costringe ma suscita libertà. In Lui, la vita trabocca e si dona senza misura.

La luce che Cristo porta non è violenta, non impone né costringe, ma penetra il mondo con amore, umiltà e rispetto della libertà di ciascuno. È una luce che invita, che chiama, che attende; una luce che non si spegne davanti alla resistenza dell’uomo, ma continua a splendere dolcemente offrendo la possibilità di rinascere. “La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”: in questa fedeltà silenziosa, si svela la gloria del Mistero.

Accogliere questa luce è il cammino del discepolo, della discepola, è la scelta quotidiana di lasciarsi raggiungere e trasformare dalla presenza del Risorto. È lasciar entrare nel cuore la forza mite dell’amore vero, diventando a nostra volta testimoni e portatori di una speranza che non delude. La fede non è fuga dal mondo, ma sguardo nuovo, capace di riconoscere nelle pieghe della storia la traccia luminosa del Mistero che si fa carne.

Oggi più che mai, siamo invitati a lasciarci illuminare da questa luce e a testimoniarla con la nostra vita. Non abbiamo bisogno di grandi parole, ma di gesti semplici, di sguardi veri, di cuore aperto. Come lampade accese nella notte, possiamo riflettere la gloria del Mistero che si è rivelata in Cristo, perché il mondo creda e scopra che la vita, in Lui, è pienezza senza fine. Lasciamo che questa luce entri nelle nostre pieghe più oscure: sarà Lei a guidarci nel cammino, a riscaldarci il cuore, a renderci segno vivo della presenza di Dio nella storia.

martedì 30 dicembre 2025

Un cammino verso l’eternità

 



Paolo Cugini

 

 

chi fa la volontà di Dio rimane in eterno! (1 Gv 2,17). 

C’è una domanda che attraversa i secoli e abita il cuore umano fin dalla notte dei tempi: è possibile che la nostra esistenza non si esaurisca nel breve respiro terreno? Vi è una via, indicata dal Mistero, che ci apre alla possibilità dell’eternità, quella dimensione che oltrepassa ogni barriera di tempo e di spazio? Oggi, come voce che si leva nel deserto del pensiero comune, desidero annunciare una certezza: il cammino verso l’eternità ci è stato inaugurato. E la soglia del Mistero, resa accessibile dall’esperienza di Gesù, si spalanca davanti a noi come possibilità reale e promessa viva.

Non siamo abbandonati a un destino cieco né a un labirinto di incognite. La storia dell’uomo ha conosciuto una svolta irreversibile quando, nella pienezza dei tempi, Gesù ha attraversato le nostre strade, abbracciando la condizione umana fino in fondo. Il suo cammino non è stato quello dei potenti o dei sapienti, ma di chi si lascia condurre dalla volontà del Padre, che è anche Madre, nella docilità profonda che trasforma la storia in una parabola ascendente verso l’infinito. In Lui, il Mistero si è fatto vicino, amico, compagno di viaggio. Seguendo le sue orme, diventiamo pellegrini dell’eternità, chiamati a un destino che nessuna ricchezza o potere può comprare.

L’eternità: parola che affascina e inquieta, che promette e sfugge. Essa non consiste in un tempo prolungato all’infinito, né in uno spazio allargato senza confini. L’eternità è la pienezza dell’essere, il “qui e ora” assoluto dove tutte le frammentazioni del tempo e le distanze dello spazio si ricompongono nell’unità perfetta. È il giorno senza tramonto, il fuoco che non si spegne, la casa dove ogni lacrima è asciugata e ogni desiderio trova compimento. Solo chi si lascia guidare dalla Parola di Gesù può intuire che questa pienezza non è una lontana utopia, ma una presenza che già ora si fa sentire nel profondo del cuore, come eco di una patria promessa.

Nel volto della morte, il Mistero si fa più denso e silenzioso. Ma la sua ombra, per chi crede, non è più il sigillo di una fine, bensì la soglia di un passaggio. Gesù, attraversando la morte, l’ha trasformata in una porta che si apre su una nuova dimensione. Non si tratta di abbandonare tutto, ma di essere accolti in un abbraccio più grande, dove la vita non è più minacciata dall’angoscia del tempo che scorre. La speranza cristiana non è un semplice conforto, ma la certezza che la morte è stata vinta, e che chi vi entra con fiducia ne risorge trasfigurato, finalmente libero dalle catene della caducità.

La mente umana, fatta per comprendere e dominare, si trova qui davanti a un limite invalicabile. Ogni tentativo di afferrare l’eternità con la ragione si infrange come onda sulla scogliera. Tuttavia, non siamo lasciati senza segni: nell’intuizione, nell’anelito, nei lampi improvvisi di gioia e bellezza, il Mistero si rivela come qualcosa di troppo grande per essere racchiuso in una formula. Forse le saggezze popolari sono frammenti di una verità più grande: che il cuore umano è fatto per l’eterno, e solo nell’ascolto profondo del Mistero trova quiete.

Ma qual è la strada che conduce all’eternità? Non è quella dei trionfi esteriori né del possesso, ma la via dell’obbedienza, della rinuncia all’ego, dell’ascolto della volontà che Gesù ha rivelato. “Non chi dice: Signore, Signore, entrerà nel Regno, ma chi fa la volontà del Padre mio” (Mt 7,21). È questa la chiave che apre la porta: un cuore docile, capace di affidarsi, di lasciar cadere le resistenze, e di accogliere la Parola come luce e guida. L’eternità, allora, non è premio per i meriti accumulati, ma dono per chi si lascia condurre sulla via della fiducia e dell’amore.

La Parola di Gesù non è un’insegna luminosa posta in lontananza, ma un fuoco che arde oggi e rischiara i passi di chi la ascolta. Vivere il suo messaggio significa lasciarsi trasformare nella quotidianità, abbracciare ogni situazione come occasione per fare spazio al Mistero. “Lampada per i miei passi è la tua parola e luce sul mio cammino” (Sal 119,105): mettere in pratica questa Parola è già partecipare dell’eternità, rendendo visibile qui e ora la qualità nuova della vita che Gesù ha portato. L’amore che si dona, il perdono che si offre, la speranza che si testimonia sono semi di eternità piantati nel campo della storia. È la sua Parola che contiene quella potenza misteriosa che ha condotto nella nuova dimensione di eternità Gesù. Fare la volontà di Gesù significa ascoltare questa sua Parola misteriosa e metterla in pratica. Il cammino è visibile solamente per coloro che vivono quello che ascoltano dal Maestro. Nel Vangelo incontriamo tutte le indicazioni di questo misterioso cammino, che si disvela solamente a coloro che vivono quello che ascoltano. E, allora, ascoltiamo il suo annuncio, aiutiamoci a viverlo, per passare anche noi con Lui da questo mondo di morte alla nuova dimensione di eternità.

Ecco allora l’invito solenne che oggi si rinnova: non lasciamoci ingannare dalle apparenze di una vita breve e fragile. Il Mistero ci chiama a sollevare lo sguardo e a incamminarci, con cuore ardente, sulla via inaugurata da Gesù. L’eternità non è un miraggio irraggiungibile, ma la meta segreta di ogni nostro passo, il compimento di ciò che già ora possiamo vivere nella misura in cui ci affidiamo e obbediamo alla Parola. Sia la nostra esistenza come quella dei profeti: voce che annuncia, mani che accolgono, cuore che spera. Così, anche noi, saremo portatori di eternità, nel tempo e oltre il tempo, nella storia e oltre la storia.

lunedì 22 dicembre 2025

HA RIMANDATO I RICCHI A MANI VUOTE

 



 

Paolo Cugini

 

 

 

Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote
(Lc 1, 48).

 

Nel cuore della storia palpita un Mistero che solo i discepoli e le discepole che scelgono la via della spogliazione, dell’abbassamento e dell’umiliazione possono realmente cogliere. La sequela di Gesù non si svela attraverso i meccanismi dei potenti né si lascia imprigionare dalle logiche del mondo. Essa chiama ad un cammino che sconfina i confini della ragione e della convenienza, invitando ciascuno a spogliarsi di tutto ciò che non è puro dono. È questa la porta stretta che conduce all’intelligenza profonda della storia, dove si rivela la trama segreta dello Spirito.

Scegliere di seguire il Cristo significa abbracciare il suo stesso itinerario di abbassamento. Gesù non si è imposto, ma si è svuotato, scegliendo di entrare nella storia dal basso, tra i piccoli e gli esclusi. La sua esistenza è stata un continuo gesto di spoliazione, una rinuncia ad ogni privilegio per condividere il destino degli ultimi. Solo chi, come lui, accetta di perdere ciò che il mondo considera essenziale, può entrare nella comprensione autentica del Mistero che governa la storia. In questo cammino, la povertà non è solo una condizione sociale, ma diventa una posizione esistenziale: una radicale apertura all’incontro con Dio.

Il senso profondo della storia, secondo la rivelazione del Mistero, non si svela attraverso le categorie politiche o economiche. Queste, pur essendo strumenti della convivenza sociale, non sono il luogo dove si manifestano le scelte decisive del Regno. La sequela di Gesù invita a spezzare le catene delle logiche mondane, a superare la tentazione del potere, della ricchezza e del controllo. È una questione di posizione interiore: non si tratta di possedere, ma di lasciar andare; non di dominare, ma di servire; non di accumulare, ma di donare. “Dove si trova il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore”, dice il Vangelo, indicando che la vera rivoluzione nasce dal cambiamento dello sguardo. Le scelte di Gesù sono una profezia vivente: dalla grotta di Betlemme alla croce del Calvario, egli ha percorso la strada degli ultimi. La sua nascita tra i poveri, il suo vivere senza casa né beni, il suo morire nudo e abbandonato svelano una logica del tutto opposta a quella del mondo. Questo cammino di spogliazione non è una casualità, ma l’espressione più autentica della volontà divina: Dio si fa vicino non agli orgogliosi, ma agli umili; non ai ricchi, ma ai poveri. Chi vuole seguire Gesù deve assumere il coraggio di imitare le sue scelte, lasciando cadere le maschere e le sicurezze effimere, per camminare nella verità che libera.

Il Magnificat, il canto di Maria, risuona come una dichiarazione profetica: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.” In questi versi si compie la rivelazione della predilezione divina per i poveri. Maria diventa la voce di tutti coloro che vivono la piccolezza e si affidano con fiducia. Il Magnificat non è solo una preghiera, ma una chiave di lettura della storia: Dio opera la sua salvezza là dove il mondo non guarda, nei margini, nelle periferie, tra chi non conta nulla. La scelta di Maria non è un caso, ma il sigillo del Mistero: per vedere occorre abbassarsi, per comprendere occorre lasciar andare.

La povertà evangelica non si limita all’assenza di beni materiali, ma diventa una postura interiore: il cuore povero è aperto, disponibile, libero dai legami che soffocano il desiderio di infinito. Solo chi accetta di spogliarsi delle ricchezze, dei riconoscimenti, delle certezze mondane, può entrare nel Mistero e fare esperienza dell’amore che trasforma. Questa via privilegiata ci insegna che il Regno di Dio appartiene a chi non possiede nulla, a chi si fida e si lascia condurre, a chi trova nella propria fragilità la forza di donarsi. Così, la storia si illumina di significati nuovi, invisibili agli occhi dei potenti ma evidenti agli occhi dei semplici.

Il mondo propone orizzonti di successo, accumulo, prestigio. La logica evangelica, invece, chiama alla conversione radicale: occorre cambiare prospettiva, guardare la realtà con occhi nuovi. Abbandonare la mentalità della competizione per abbracciare quella della condivisione; rinunciare all’orgoglio per scegliere la mitezza; superare la paura della perdita per scoprire la gioia della gratuità. La sequela di Gesù diventa così una profezia contro le strutture ingiuste, una provocazione che mette in crisi ogni forma di supremazia. “Gli ultimi saranno i primi”: questa parola ribalta i parametri umani e inaugura una nuova storia, dove i poveri sono i veri protagonisti.

Il Mistero della storia si svela solo a coloro che, sulle orme di Gesù, accettano di perdere per ritrovare, di abbassarsi per essere innalzati, di spogliarsi per essere rivestiti di grazia. Non è questione di logiche politiche o di calcoli economici, ma di posizione esistenziale: l’esperienza autentica del Mistero si compie nell’accoglienza della povertà, nell’abbandono fiducioso, nella scelta di una prospettiva radicalmente diversa da quella del mondo. Oggi, più che mai, risuona l’invito profetico a seguire Gesù in modo integrale, lasciando da parte ogni compromesso, per vivere la storia come luogo di rivelazione e di incontro con Dio. Solo così si comprende il senso profondo della vita e si diventa testimoni di una speranza che non delude.

 

 

venerdì 19 dicembre 2025

NON AVEVANO FIGLI

 





 

Paolo Cugini

 

Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni (Lc 1,6).

 

C’è un mistero, profondo e silenzioso, che attraversa la trama della nostra esistenza: quello della speranza che resiste oltre i confini della razionalità, della fede che osa credere laddove tutto sembra precluso. La storia di Elisabetta e Zaccaria si erge come un faro nella notte, narrandoci che l’impossibile può davvero diventare possibile. È una storia che parla di attese consumate dal tempo, di desideri sepolti dalla polvere della quotidianità, ma anche di svolte inattese che sovvertono ogni previsione umana. Meditare su questa vicenda ci conduce a riconoscere il valore inestimabile della speranza, capace di ridare senso e futuro dove tutto appariva irrimediabilmente perduto.

Elisabetta e Zaccaria vivono l’esperienza della sterilità e della vecchiaia, condizioni che nella cultura del tempo rappresentavano il sigillo definitivo sull’impossibilità di una discendenza, su una terra senza germogli e su un domani senza promesse. In questa condizione, la disperazione non è un sentimento passeggero, ma una compagna silenziosa che si insinua tra le pieghe dei giorni e appesantisce i sogni. Il grembo sterile di Elisabetta è metafora di tutte quelle situazioni umane dove la speranza sembra aver smesso di germogliare: storie interrotte, progetti svaniti, attese che si tramutano in rassegnazione. Anche la loro avanzata età è l’immagine di una vita che si approssima al tramonto, dove l’attesa di un miracolo appare quasi una follia. C’è una lezione sottile e profonda che ci giunge da Elisabetta e Zaccaria: quella di abitare la propria fragilità, di non fuggire dinanzi ai segni della mancanza, ma di sostarvi con coraggio. Imparare a convivere con i sintomi della morte, siano essi la solitudine, la delusione, la malattia o il vuoto, significa rimanere fedeli a se stessi anche quando le circostanze sembrano volerci strappare ogni speranza. Il loro attaccamento alla vita, pur nella prova, è già un atto di fede: non lasciano che la disperazione abbia l’ultima parola, ma continuano a rivolgere il cuore a quell’Oltre invisibile che può sorprendere.

Elisabetta incarna, con umiltà e fermezza, la forza silenziosa di chi non si arrende. La sua fede non è clamorosa né gridata, ma sussurrata giorno dopo giorno, in una perseveranza che non teme la polvere del tempo. Di fronte allo sguardo giudicante della società, al peso delle proprie domande, Elisabetta non perde la dignità né la dolcezza del cuore. Il suo coraggio è quello di rimanere aperta al dono, di custodire la possibilità anche quando tutto suggerirebbe di richiudersi. In lei si compie il miracolo della fiducia che non si spegne, una luce che arde sotto la cenere dell’abitudine.

All’improvviso, il vento del Mistero scuote le tende della loro casa: là dove c’era aridità, ora sboccia la vita; dove regnava il silenzio, ora risuona la gioia. La sofferenza di Elisabetta si trasforma in canto, il suo grembo in culla di nuova speranza. La realizzazione di un sogno impossibile non è solo il compimento di un desiderio personale, ma il segno che il Mistero della Vita sa sorprendere e capovolgere ogni pronostico umano. La gioia che sgorga è quella che nasce dall’attesa fedele, dal saper rimanere vigili anche quando la notte sembra interminabile.

In questa storia risplende la logica paradossale del Mistero: l’amore si manifesta proprio laddove le ombre sembrano più fitte, la vita germoglia dal deserto, la grazia si insinua nelle crepe della nostra vulnerabilità. La fede di Elisabetta e Zaccaria non è cieca ostinazione, ma apertura fiduciosa all’imprevedibile. È la luce di un Amore che non si lascia sconfiggere dalle tenebre, che trasforma la notte in aurora. Questa luce ci insegna che il senso profondo della vita non si coglie con i calcoli umani, ma si rivela a chi sa attendere e accogliere. La storia di Elisabetta e Zaccaria ci invita a riscoprire il valore della preghiera silenziosa, della meditazione che scava negli abissi del cuore e fa spazio al Mistero. È nel raccoglimento che si apprende l’arte di ascoltare ciò che la vita suggerisce sottovoce, di distinguere la voce della speranza dal brusio delle paure. Il cammino spirituale non è fuga dalla realtà, ma immersione più profonda in essa, fino a riconoscere nella trama degli eventi un disegno più grande. Pregare è affidare al Mistero le proprie ferite, meditare è lasciarsi plasmare dalla fiducia che, anche quando non si vede, qualcosa sta già germogliando.

La storia di Elisabetta e Zaccaria si fa oggi profezia e provocazione: invita ciascuno di noi a credere nella possibilità, a non temere i deserti interiori, a non arrendersi quando tutto suggerirebbe di smettere di sperare. In un mondo spesso dominato dall’efficienza e dalla logica del risultato, la spiritualità ci ricorda che la vita fiorisce proprio laddove impariamo ad attendere, a fidarci, a lasciarci sorprendere. Che il coraggio di Elisabetta ci sia di esempio: nella notte, la luce attende solo di essere accolta. E forse, proprio quando tutto sembrerà perduto, il Mistero ci sorprenderà ancora, facendoci intravedere che l’impossibile è lo spazio dove la speranza prende dimora.

 

 

giovedì 18 dicembre 2025

Giuseppe: la semplicità che accoglie il Mistero

 




Paolo Cugini

 

Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa (Mt 1,24).

 

Nella trama silenziosa della storia sacra, Giuseppe appare come un uomo ordinario, eppure profondamente straordinario. La sua vita si dipana tra le vie polverose di Nazaret, tra il legno della bottega e il suono discreto delle preghiere, ma nel cuore porta un sogno che trasfigura ogni cosa. È un sogno che non nasce dall’ambizione personale, né dalla ricerca di grandezza, ma dall’ascolto umile e fedele di una voce che sussurra nel profondo. Giuseppe ci insegna che la presenza del Mistero non si impone con fragore, ma si rivela là dove la vita scorre, dove si è capaci di accogliere ogni giorno come un dono inatteso.

Giuseppe vive immerso nella semplicità dei piccoli gesti. Ogni mattina apre la sua bottega e le mani, segnate dal lavoro, si muovono con la sapienza ricevuta dai padri. Pialla, sega, inchioda: il ritmo del legno che si trasforma accompagna le sue giornate. Non cerca l’eccezionale, non rincorre il successo; trova invece lo straordinario nell’ordinario, la bellezza nella fatica onesta. Anche la sinagoga, con il calore della comunità e la voce antica delle Scritture, è luogo di apprendimento e di respiro. Giuseppe sa che la fede si nutre di costanza, che la preghiera si intreccia con il lavoro, che la speranza si custodisce nei dettagli più umili della vita.

Nei giorni che scorrono sempre uguali eppure sempre nuovi, Giuseppe coltiva il seme della coscienza. Ogni gesto, anche il più piccolo, diventa occasione per imparare ad amare la realtà così come si presenta, senza volerla piegare ai propri desideri. La sua consapevolezza nasce dal silenzio e dall’ascolto: un cuore che si lascia educare dai ritmi della vita, che si apre a ciò che accade, senza resistervi. È nei dettagli — il pane condiviso, lo sguardo rivolto a Maria, la cura per il Bambino — che Giuseppe costruisce una coscienza retta, che non si lascia travolgere dalla paura o dal dubbio, ma si affida, con semplicità, alla bontà del Mistero che guida ogni cosa.

Accogliere il Mistero significa lasciare spazio all’inaspettato, permettere che la rivelazione entri nella trama banale delle giornate. Giuseppe lo fa con discrezione, senza clamore: non chiede segni straordinari, si lascia sorprendere dalla presenza del Mistero nelle pieghe del quotidiano. Il suo sogno non è fuga dalla realtà, ma sguardo nuovo sulla realtà stessa. In ogni incontro, in ogni fatica, coglie un’eco del Mistero che trasforma le cose semplici in segni di eternità. Così il lavoro, l’affetto, la sofferenza e la gioia diventano luoghi di rivelazione, dove il divino si fa vicino e la vita acquista un senso più profondo.

Giuseppe rimane, nei secoli, esempio luminoso di chi sa accogliere la vita con cuore libero e grato. La sua giustizia non è formalismo, ma disponibilità a lasciarsi plasmare dal Mistero che si manifesta anche — e soprattutto — nelle persone semplici. La sua storia ci insegna che il vero cambiamento non passa attraverso gesti eclatanti, ma attraverso la fedeltà ostinata alla realtà, vissuta come dono e compito. Seguendo i suoi passi, impariamo che la coscienza si forma nei gesti quotidiani, che la bellezza della vita si cela nella semplicità, e che il Mistero si lascia trovare solo da chi, come Giuseppe, accoglie ogni giorno con stupore e silenziosa fiducia.

mercoledì 17 dicembre 2025

La genealogia di Gesù: una storia umana

 




Paolo Cugini

 

Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo (Mt 1,1).

All’alba del Vangelo di Matteo, si staglia la genealogia di Gesù come una porta che si apre su un tempo nuovo. Non è soltanto l’elenco di nomi che precede la narrazione, ma una dichiarazione profonda e profetica: il Mistero entra nella storia umana non come estraneo, ma come figlio di quella storia, compagno di viaggio delle sue ferite e delle sue speranze. In questa lunga sequenza di generazioni, si cela il segno di un cambiamento radicale: il Mistero si fa vicino, e la storia diventa il luogo dove la salvezza prende forma concreta. Il racconto della discendenza non è un ritorno al passato, ma la profezia di una presenza nuova, che abbraccia il mondo così com’è – con le sue luci e con le sue ombre.

Nel silenzio che precede la nascita, la genealogia annuncia che nessun nome è escluso, nessuna storia è perduta. Qui il filo della memoria si intreccia con la carne e il sangue del popolo, aprendo un varco dove la misericordia può filtrare tra le pieghe dell’esistenza. È la soglia su cui siamo invitati a sostare, ascoltando il battito di un Dio che si fa vicino, attraversando i giorni comuni e le notti inquietanti dell’umanità.

Matteo ci insegna che Dio non si trova nei cieli remoti, ma nella polvere delle strade, nel groviglio delle relazioni e nelle stagioni alterne della storia. La genealogia di Gesù è la narrazione di uomini e donne, di scelte e di fallimenti, di giustizia e di peccato: è il paradigma di una ricerca che non si compie nella perfezione, ma nell’accoglienza del limite. Qui si intercetta una rivoluzione silenziosa: la fede non si costruisce su un passato ideale, ma nella realtà concreta di chi, spesso inconsapevole, diventa parte di un disegno che lo supera.

Ogni nome pronunciato è una pietra vivente di questa architettura divina. La genealogia non nasconde le imperfezioni, le ferite, le storie spezzate; anzi, le mette in evidenza, come a dire che il Mistero ama rivelarsi proprio là dove la fragilità sembra avere l’ultima parola. La storia umana diventa così laboratorio di redenzione, luogo in cui la Parola si fa carne e il Mistero si lascia interrogare, accogliendo il tumulto degli affetti e delle contraddizioni.

Scorrere i nomi della genealogia equivale a contemplare la tela multicolore dell’umanità. Tra i patriarchi e i re, emergono uomini dalla vita travagliata, segnati da scelte discutibili e da momenti di grandezza e di caduta. Non vi è esclusione né selezione purista: la storia di Gesù si radica nella realtà concreta di chi ha conosciuto sia la tenebra sia la luce. Da Abramo a Davide, da Salomone a Ieconia, la discendenza si alimenta di uomini giusti e di peccatori, testimoniando che il disegno di Dio non ha paura delle crepe, ma si serve di esse per far germogliare la salvezza.

Questo elenco ci ammonisce contro ogni tentazione di purezza e ci invita a riconoscere che la santità prende forma proprio nel cuore della condizione umana, fragile e vulnerabile. Il Vangelo di Matteo, con la sua genealogia, ci consegna una lezione di realismo spirituale: il Mistero non fugge l’imperfezione, ma la abita e la trasfigura, seminando speranza laddove noi vediamo solo limiti.

A rompere un silenzio secolare, Matteo inserisce nella genealogia nomi di donne: Tamar, Rahab, Rut, Betsabea, Maria. Donne spesso ai margini, protagoniste di storie segnate da sofferenza, ingiustizia, esclusione. La loro presenza è un segno di liberazione dal patriarcato e dalla misoginia che schiaccia le donne in ruoli di schiavitù e che attraversa la narrazione: il Vangelo non si vergogna di ricordare chi, con coraggio e fede, ha sfidato le regole del proprio tempo, divenendo strumento di un’azione divina che sovverte gli equilibri e riscatta le periferie.

Queste figure femminili incarnano la profezia di una giustizia che non si limita all’osservanza della legge, ma si spinge verso l’accoglienza e la misericordia. Tamar rivendica il diritto alla dignità, Rahab si affida alla promessa di salvezza, Rut supera le barriere dell’estraneità, Betsabea trasforma il dolore in futuro, Maria accoglie il Mistero nel suo grembo. In ciascuna di loro, la storia si apre a una possibilità nuova, dove l’esclusione diventa inclusione e la debolezza si fa forza profetica.

La genealogia di Gesù è la testimonianza del Mistero che sceglie la carne e la storia come luogo di rivelazione. Qui il divino si fa umano, la trascendenza si impasta con la quotidianità, la salvezza prende corpo nel fluire dei giorni e nella trama di generazioni imperfette. Non c’è distanza tra cielo e terra: la genealogia annuncia che il Mistero si è lasciato coinvolgere nelle dinamiche della storia, aprendosi ai drammi e alle speranze di ogni uomo e donna.

In questa narrazione, si rinnova il messaggio di liberazione, giustizia e misericordia. Il Mistero non si impone dall’alto, ma si fa prossimo, condividendo la sorte dei piccoli e degli esclusi. La genealogia è allora una chiamata a cercare il Mistero non nei luoghi astratti, ma nelle pieghe della nostra esistenza, là dove la vita si fa faticosa e il senso sembra smarrirsi. È il segreto di una presenza che si lascia riconoscere tra le ferite, che trasforma la storia in sacramento della salvezza.

La genealogia di Gesù che apre il Vangelo di Matteo è più di una lista di nomi: è il preludio di un Natale che invita a cercare il Mistero nella concretezza della vita quotidiana, nelle periferie della storia, tra chi è dimenticato e chi è ferito. In questo tempo di attesa e di speranza, siamo chiamati a riconoscere la presenza del Mistero là dove meno ce l’aspettiamo, nelle storie che sembrano perdute, nei volti che la società esclude. È una chiamata profetica: non accontentarsi di una fede disincarnata, ma lasciarsi coinvolgere dal Mistero che si nasconde nella fragilità e che parla attraverso le ferite.

Così, la genealogia diventa profezia e promessa: il Mistero che entra nella storia è il Dio dei confini, delle periferie, delle situazioni impossibili. Il Natale ci ricorda che la salvezza non è privilegio di pochi, ma dono che si compie nell’abbraccio di tutta l’umanità, nessuno escluso. È nel quotidiano, nell’imprevisto, nel margine che il Mistero ci attende: “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito, salva gli spiriti affranti”. Che questo racconto apra i nostri occhi a una fede viva, capace di riconoscere il volto del Mistero nell’ordinarietà dei giorni e nella sorprendente bellezza della storia umana.

 

 

martedì 16 dicembre 2025

Verso il cuore dell’uomo e della donna

 




Una riflessione sul valore della sostanza, tra riti e vita autentica

 

Paolo Cugini

 

I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio (Mt 21,30).

 

Gesù, nelle sue parole e nei suoi gesti, sembra sempre muoversi in un orizzonte diverso da quello umano. Mentre gli uomini sono spesso incantati dalla superficie, dal rispetto delle regole, dal conteggio delle pratiche religiose, Gesù penetra lo sguardo fino al cuore. Vede ciò che è invisibile agli occhi, ciò che pulsa sotto lo strato delle abitudini: la verità dell’anima, la disponibilità a lasciarsi interpellare dalla vita.

Non sono i riti, la quantità delle messe frequentate, le preghiere recitate meccanicamente che producono il cambiamento. Gesù avverte che c’è un rischio: la religione vissuta come impermeabile, che ci protegge da ogni domanda, da ogni inquietudine, ma ci rende sterili. I gesti sacri rischiano di passare su di noi senza lasciare traccia. La vera fede, invece, è quella che ci rende vulnerabili al cambiamento, capaci di metterci in discussione, aperti all’ascolto.

Nel suo sguardo, Gesù non premia la sicurezza arroccata, l’orgoglio di chi si crede giusto. Preferisce coloro che vivono, che sbagliano e soffrono, che sentono sulla pelle il peso delle proprie scelte. I pubblicani e le prostitute, figure spesso relegate ai margini, hanno almeno il coraggio di confrontarsi con la realtà, di portare addosso le proprie ferite. Sono vivi, non chiusi nella corazza della presunzione, ma capaci di ascoltare, di essere raggiunti da una Parola che fa breccia nell’anima.

Qui la profezia si fa carne: “I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel Regno dei cieli”, perché hanno saputo abbandonare le false sicurezze e lasciarsi toccare dal cambiamento. La vera salvezza non risiede nell’apparenza, ma nella disponibilità a lasciarsi plasmare – come il vaso dal vasaio. Solo chi accetta di essere messo in gioco, di perdere le proprie certezze, può aprire la porta alla vita che rinnova, trasforma, rende autentici.

Così, lo sguardo di Gesù ci invita a domandarci: quale traccia lasciano i nostri riti? Siamo davvero disposti a lasciare entrare la vita, o preferiamo rimanere impermeabili, custodendo gelosamente le nostre abitudini? La risposta sta nel coraggio di vivere, di ascoltare, di cambiare. Anche le ferite possono diventare brecce attraverso cui la luce entra e ci trasforma.

 

 

lunedì 15 dicembre 2025

Oltre la crosta della materia

 




Quando la realtà si presenta come dono da svelare

Paolo Cugini

 

Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele (Nm 24,17).

 

C’è chi vede oltre il velo dell’apparenza, chi sa che l’intelligenza non si accontenta della superficie, ma penetra la crosta della materia per cogliere ciò che la materialità degli eventi cela agli occhi distratti. È questa la scintilla profetica che spinge a cercare il senso nascosto, ad intuire che la realtà non è solo ciò che appare, ma molto di più: un dono che si offre, silenzioso, a chi è disposto a svelarlo.

Ma come si coglie questa dimensione profonda dell’esistenza? Ci sono due cammini. Il primo si apre nella giovinezza, quando le domande esistenziali impediscono il sonno, e la sete di risposte genuine conduce alla ricerca di una saggezza che non si lascia abbindolare dalle apparenze. È il tempo dei sogni inquieti, della fame di senso,; è il tempo in cui l’anima cerca la verità che ha il sapore dell’eternità.

Il secondo cammino è quello che il saggio ci offre, venendo incontro con il suo passo lento e sicuro. Perché, diciamolo chiaramente: nessuno può giungere al cuore nascosto della realtà da solo. Il saggio è una lanterna nella nebbia, un compagno di viaggio che ci invita a uscire dalla strada facile e affollata, quella che tutti percorrono senza chiedersi dove sia la vera meta.

La strada dell’immediatezza è allettante: soddisfa i sensi, nutre l’istinto, si accontenta della superficie. Ma chi è chiamato a cercare la profondità, deve affidarsi a quella luce che brilla nell’intimo, una fiammella che non lascia mai dormire tranquilli. È la voce interiore che chiama a scegliere il cammino dell’autenticità, a rinunciare all’illusione che la verità sia soltanto ciò che si può toccare o misurare.

C’è sempre qualcosa di più, ed è questo “di più” che richiede un percorso di disvelamento. La verità si rivela a chi ha il coraggio di togliere il velo, di osservare la direzione del tempo e cogliere la direzione della storia. Seguire questa strada significa accettare che la realtà non è un insieme di dati, ma una trama misteriosa che attende di essere compresa.  Chi è disposto a guardare oltre, riceve il dono di una visione nuova, capace di abbracciare il senso profondo della vita e della storia. Sono questi uomini e queste donne dallo sguardo penetrante che possono condurre l’umanità dove c’è vita, pace, giustizia e amore. Ma sappiano che sono proprio loro, i vedenti, i primi ad essere perseguitati dai nemici della vita, i farabutti che detengono i poteri.

 

 

venerdì 5 dicembre 2025

La Luce che squarcia le tenebre

 





Paolo Cugini

 

 

Toccò loro gli occhi (Mt 9,29).

Ecco, odo un grido che attraversa i secoli, una voce che spezza il silenzio della notte e risuona sulle alture dell’anima:

-          Svegliati, tu che dormi! Alzati da questa tenebra che ti stringe come catene invisibili.

L’umanità vaga, smarrita in un crepuscolo senza fine, dove la verità si confonde con l’ombra e il cuore si abitua a chiamare bene ciò che è male, luce ciò che è oscurità. È questa la piaga nascosta, la radice amara del nostro tempo: la cecità che non sa di essere cieca, la notte che si insinua persino nei pensieri più luminosi e trasforma il giorno in illusione.

Ma proprio quando il buio pare invincibile e le domande restano sospese come stelle senza nome, ecco irrompere il Mistero, non come tempesta, ma come fiato leggero, come luce che vince senza gridare. Una presenza si fa prossima, e la sua carezza rompe la corazza dell’indifferenza: è la Luce che non abbaglia, ma guarisce, che non impone, ma chiama. Allora il cuore si scuote, la mente si risveglia, e la verità non è più una minaccia, bensì un abbraccio.

-          Alzati! sussurra il Mistero,

-          e cammina nella mia luce.

Come il vento che spazza la nebbia, così il dono della luce apre sentieri dove tutto sembrava chiuso. Si compie il miracolo: occhi nuovi si spalancano, il velo cade, ogni passo ritrova senso. L’antica sapienza dice:

-          Non è mai buio per chi porta la luce dentro di sé.

 E oggi, questa luce non è conquista, ma segno di speranza, promessa che brilla all’orizzonte e compimento che riscalda il presente.

Beato chi ancora attende, chi non smette di cercare la fiamma nascosta nel Mistero. Perché sarà sua la gioia di vedere la notte trasformarsi in aurora, di sentire nella voce profetica che attraversa le generazioni l’invito eterno:

-           Non temere, la Luce è venuta per te.

Così chi vive nella luce si fa a sua volta lampada, un piccolo fuoco che rischiara la strada degli altri, e insieme, nella comunione degli occhi aperti, la tenebra è vinta per sempre.

 

 

giovedì 4 dicembre 2025

Il sentiero del regno dei cieli

 




Paolo Cugini

 

 

Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli (Mt 7,21).

O uomini e donne che cercate senso tra le pieghe della vostra esistenza, ascoltate! Il regno dei cieli non si manifesta come i regni del mondo, non si erge tra mura di pietra né si fonda su troni di potere. Non è una realtà che sfugge all’occhio umano, né un’ombra che si dissolve nell’aldilà. È, invece, una via che si apre tra le strade quotidiane, un modo nuovo di essere, un soffio che trasforma la relazione con gli altri e con sé stessi. Chi vuole entrare in questo regno, ascolti la Parola e la viva. Da qui si parte, da qui si cammina. Non si tratta di aderire a una dottrina o di professare un credo esteriore: il regno si apre solo a chi lascia che la Parola di Gesù illumini il sentiero, spezzando il giogo degli istinti che ci imprigionano nel cerchio del nostro egoismo. Come il sole che squarcia le nubi, così la Parola rischiara il cuore e libera l’uomo dalla logica del possesso e del dominio.

Ecco il segreto che si svela: un’umanità rinnovata, generosa e disinteressata, che dona sé stessa senza misura, che serve con umiltà e premura. In questo dono, in questa gratuità, si rivela il regno dei cieli. Non è un luogo, ma uno stato dell’anima, una relazione che si fa vicinanza, cura, compassione. Chi vive la Parola semina luce, raccoglie pace. Esiste un sentiero segreto, tracciato nella trama della storia, che si svela solo a chi desidera, a chi si impegna con volontà ardente a mettere in pratica ciò che ascolta. È la volontà che apre la porta, che trasforma la Parola in rivelazione, in illuminazione.

Nel mondo che spesso si veste di tenebre, si accende una via luminosa: la possibilità di esistere in modo nuovo, diverso, radicale. Questa diversità è il vero regno dei cieli, la profezia che si realizza ogni volta che qualcuno sceglie di vivere secondo la logica del servizio, del dono, dell’amore gratuito.

O tu che leggi, il regno dei cieli ti interpella. Non aspettare che sia un evento del futuro: è già qui, ogni volta che scegli di essere luce invece che ombra, ogni volta che la Parola si fa azione. Chi cerca trova, dice la sapienza antica; chi vive il Vangelo scopre la gioia che nessun potere può togliere. Cammina, dunque. sul sentiero nascosto, fa della tua vita il luogo dove il cielo può riflettersi sulla terra.

 

mercoledì 3 dicembre 2025

SENTIRE COMPASSIONE

 




Paolo Cugini

 

Sento compassione per la folla (Mt 15,33).

Nel silenzio che precede l’alba, quando il cuore si apre all’ascolto profondo, una voce sussurra: “Lasciatevi condurre dalla compassione, ché in essa si cela il battito stesso di Cristo.” È nella compassione che l’azione di Gesù trova radice e movimento: uno sguardo misericordioso che si posa sulle ferite dell’umanità, mani tese che accarezzano i margini, passi che si fanno presenza accanto a chi giace nell’ombra.

Ogni gesto compassionevole è una scintilla che rivela la Luce del Mistero. In Gesù, il Mistero si fa carne e si avvicina a chi soffre, spezzando il pane dell’incontro e illuminando le notti più dense. Il volto nascosto di Dio si svela nei lineamenti di chi consola, di chi raccoglie lacrime e offre parole semplici che sanno di eterno. È la compassione il prisma attraverso cui il Mistero si rifrange sul mondo, rendendo visibile ciò che è invisibile agli occhi del potere. Accogliere lo Spirito è spalancare le porte della nostra umanità affinché il respiro divino la plasmi secondo la logica del dono. Lo Spirito soffia dove vuole, e il cuore che si lascia modellare dalla sua brezza diventa argilla viva, pronta a farsi rifugio per chi è solo, voce per chi è muto, carezza che risana. Siamo chiamati a divenire trasparenza docile, tempio in cui la compassione abita e trasforma.

Non vi è vera sequela senza la capacità di sostare di fronte alla sofferenza, di riconoscere nel volto piagato del fratello e della sorella il luogo sacro dell’incontro. La compassione non è fuga dall’umano, ma immersione nella sua verità più profonda: è piangere con chi piange, stare accanto a chi non ha voce, farsi ferita nella ferita altrui. In questo abbraccio, il dolore si fa grembo di nuova speranza.

La luce che promana dalla compassione dissolve ogni barriera, annulla distanze e distingue solo ciò che unisce. Nel Mistero squarciato dalla tenerezza, siamo tutti pellegrini sul medesimo sentiero, eguali nella sete d’amore, uniti dal desiderio di comunione. Qui si abbattono le torri della superbia e si costruiscono ponti di fraternità: la compassione ci scopre fratelli e sorelle, uno accanto all’altro, figli dell’unico Dio. La compassione non si improvvisa; è frutto di un cammino interiore, di un ascolto attento che purifica lo sguardo e converte il cuore. Solo chi si lascia ferire dal grido del povero diventa portatore di luce. La missione del credente è lasciarsi attraversare dalla compassione, perché sia il mondo a sentire la carezza di Dio attraverso mani umane: andare dove nessuno va, amare dove la speranza langue, portare fuochi di consolazione nelle notti del dolore.

Oggi, come profeti chiamati dal vento dello Spirito, siamo convocati a edificare una comunità di cuori compassionevoli: uno spazio in cui la compassione sia il sigillo che ci distingue e il legame che ci unisce. “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.” Sia questa la nostra benedizione e il nostro cammino, perché sulla via della compassione la Luce del Mistero continua a risplendere, e il mondo, pur nelle sue ferite, scopre la gioia di essere amato.

 

lunedì 1 dicembre 2025

La potenza della Parola che esce dal Mistero

 



Paolo Cugini

 

Ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito (Mt 8,7).

Nel cuore dell’esperienza spirituale cristiana risuona una certezza: la Parola che esce dal Mistero non è semplice suono, ma potenza creatrice, luce che squarcia le tenebre dell’interiorità. In ogni tempo, la Parola di Dio non si offre come una dottrina astratta, ma come una forza viva capace di trasformare storie, di generare vita là dove regnava lo smarrimento. Questa Parola, pronunciata dal Mistero che si rivela, custodisce una luce profonda, capace di penetrare anche le zone d’ombra dell’anima e di illuminare il cammino di chi la cerca con cuore sincero. Eppure, come accade spesso nella storia della fede, non tutti riescono a percepire la Parola nella sua autenticità e nella sua potenza. La luce che scaturisce dal Mistero non acceca, non impone, ma si offre nella discrezione e nel rispetto della libertà umana. Chi rimane chiuso nel rumore del mondo, chi si lascia travolgere dalle inquietudini superficiali, fatica a cogliere lo splendore silenzioso della Parola. La difficoltà di percepirla nasce da quella cecità interiore che è la conseguenza di una vita vissuta senza ascolto, senza attenzione, senza apertura fiduciosa al Mistero.

Il Mistero però non abbandona l’umanità al proprio destino: si fa vicino, si incarna nella fragilità della carne, si offre nella Parola fatta uomo. In Gesù, il Mistero assume forma visibile, si lascia toccare, ascoltare, contemplare. Ma questa vicinanza non elimina la differenza: la Parola incarnata resta sempre un segno che rimanda oltre, una realtà che trasfigura il quotidiano e invita all’incontro con quella profondità che nessun discorso umano può esaurire. In Gesù, la Parola diventa presenza viva: eppure, solo chi accetta la fatica della ricerca, la tensione verso la luce, può davvero riconoscerla.

Il Vangelo di Matteo ci offre una pagina luminosa, in cui la potenza della Parola si manifesta in modo straordinario attraverso l’incontro tra Gesù e il Centurione. Costui, pagano e straniero, si rivolge a Gesù con una fiducia che sorprende: “Di’ solo una parola e il mio servo sarà guarito.” Il Centurione coglie il mistero della Parola che guarisce, che opera oltre lo spazio e il tempo, che non ha bisogno di gesti clamorosi, ma di un cuore che si apre con umiltà e fede. In questa scena, la fede autentica nasce dalla capacità di riconoscere la potenza della Parola, di affidarsi a una luce che supera ogni ragione, ogni abitudine, ogni barriera culturale. Così il Centurione diventa esempio di quel desiderio che spinge a vedere la luce, di quella fame di autenticità che permette di accogliere il Mistero nella concretezza della vita.

La ricerca della luce interiore è il cammino di chi non si accontenta delle apparenze, ma vuole andare al cuore delle cose, al centro caldo dove la Parola si svela come fonte di vita. Il desiderio sincero, la sete di verità, la disponibilità a lasciarsi mettere in discussione, sono le condizioni che permettono di percepire la potenza della Parola. “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete”: la promessa evangelica riguarda proprio il movimento profondo di chi lascia parlare il Mistero, di chi si dispone ad essere illuminato dall’interno, come una lampada che arde anche nelle notti più buie.

Ma la Parola non resta mai sola: per essere vera, deve incarnarsi nei gesti, deve diventare azione, deve manifestarsi nella concretezza quotidiana. Gesù non si limita a parlare: le sue parole trovano conferma nei gesti di misericordia, di guarigione, di accoglienza. È nei suoi gesti che la Parola si fa carne, si rende autentica, si mostra come luce capace di illuminare ogni situazione umana. “A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto”: la responsabilità di accogliere la Parola esige di lasciarla trasformare la vita, di diventare testimoni di quella luce che rischiara il mondo. Riconoscere la Parola che illumina il mondo non è un privilegio per pochi, ma una possibilità offerta a chiunque si disponga con cuore umile e sincero. Occorre accogliere il Mistero, lasciarsi “ferire” dalla sua presenza, coltivare la luce interiore che permette di discernere l’autenticità della Parola. Solo chi cerca la verità con perseveranza, chi si lascia guidare dalla “luce piccola” che cresce giorno dopo giorno, può davvero vedere il mondo trasfigurato dalla potenza della Parola.