domenica 26 novembre 2017

L’AVETE FATTO A ME



Paolo Cugini

Questa pagina del Vangelo è destabilizzante, sorprendente. L’uomo e la donna religiosi non si aspetterebbero una conclusione così del cammino verso Dio. Chi è abituato a pensare in modo religioso si aspetterebbe un finale cultuale, una celebrazione, un premio per chi ha realizzato la celebrazione più belle o per chi ne ha partecipate di più. E invece Gesù ci sorprende ancora, ci dice che il premio del cammino di fede non si gioca nella sfera del sacro, ma del profano, non nella sfera celebrativa e liturgica, ma nella vita quotidiana, non nel prestigio di un pontificale, ma nell’abbassamento verso il povero. Pagina davvero imbarazzante perché ci pone immediatamente un interrogativo, ci chiede: ma chi vi ha insegnato queste cose? Chi vi ha detto che l’incenso nel tempio vale più di un bicchiere d’acqua la povero? Chi vi ha insegnato che le vesti liturgiche sono più importante del vestire gli ignudi? Chi vi ha insegnato a visitare il santissimo e non avere la stessa solerzia per la visita all’ammalato? In fin dei conti, chi ci ha insegnato a dividere il sacro dal profano, la fede dalla vita, la contemplazione dall’azione?

 Gesù ci dice che la vita non è un problema di avere, ma di essere, non è un problema di quantità, ma di qualità. Gesù c’insegna che la vita è una e bisogna giocarsela bene. Rischi di spenderla male, pensando di spenderla bene. E nemmeno la religione ti salva, anzi ti può orientare male. Ci salva quella religione che ci conduce all’autenticità, a vivere in modo degno. E la religione non ci può togliere l’amore, sostituendolo con delle regole o con dei riti.

E’ il Vangelo che distrugge la struttura religiosa dal su interno. Lo ascolti in silenzio, lo lasci scendere nel profondo dell’anima e ti apre un mondo, ti squarcia il senso della vita e ti chiedi: perché? Ascolti questa pagina del Vangelo che ti dice che la vita ce la giochiamo nei piccoli gesti quotidiani di amore, di attenzione ai poveri e perché, allora noi che dovremmo insegnare questo prima di tutto con la vita, ci perdiamo a fare tutt’altro, ad insegnare delle regole morali, a ripetere riti, funzioni, a baciare statue, adorare immagini?

L’avete fatto a me: è questa a sentenza inappellabile. Non c’è un testo così chiaro e diretto di Gesù verso i suoi discepoli. La fede in Lui non è un problema di riti, di formule o di regole: è un problema di relazione. Il Padre, che consce i suoi figli non chiede loro di che sesso sono, i titoli di studio, il potere che hanno, ma il gesto ad un povero. Perché? E’ questa la domanda centrale di oggi. Perché il rapporto è così fondamentale nel cammino della vita cristiana al punto da farne il criterio della salvezza? Perché nella prospettiva del Regno dei cieli vale di più un bicchiere d’acqua dato a un povero che un turibolo d’oro?

E’ il cammino dell’amore. Quanto più è autentico quanto più si abbassa. L’amore vero, quello che esce dal cuore di Dio, non fa calcoli e non ha misura, non ha paura di sporcarsi e di perdersi. Per questo non si accorge di ciò che fa, non si accorge dei gesti di amore che elargisce continuamente senza fermarsi mai. Dio ha tanto amato il mondo da farsi uno di noi, da farsi piccolo, da farsi il più piccolo tra i piccoli.


Non è quindi un problema sociale, ma evangelico. Che Gesù sia presente nei poveri è il Vangelo, è una delle indicazioni più profonde del Vangelo. E allora se Gesù è lì nel povero significa tante cose, che dicono della direzione che una vita deve prendere. Indicazione di un cammino perché ci salva dall’ansia di dover essere qualcuno nel mondo, perché Dio ciò che è piccolo. Ci salva dalla frustrazione di non avere nulla o poco, perché Dio non guarda le quantità, ma la qualità della dignità di una persona. 

3 commenti:

  1. a che brano del Vangelo si riferisce il commento?

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  2. Ai tuoi vari perchè tu rispondi: è il cammino dell'amore! E' questo l'insegnamento ultimo e definitivo che Gesù è venuto a portarci: l'amore degli uni verso gli altri, senza distinzioni e senza giudizio (nostro).
    Vorrei portare l'attenzione alla fine del brano, quello del giudizio, (quello Suo) finale. I buoni in paradiso e i cattivi alla dannazione eterna. Mi chiedo ma davvero il Padre, che tanto ha amato i suoi figli, ha previsto una dannazione eterna? Abbiamo una sola vita, che è meno di un battito di ciglia in confronto all'eternità, possiamo veramente arrivare a meritare un castigo eterno, senza appello?
    Io credo che il Padre ci abbia dato e ci dia tutto il tempo per tornare a Lui e alla fine di questo tempo per quelli che ancora non avranno voluto tornare ci sarà un altro tempo, un tempo di fatica che potrebbe sembrare eterno ma che alla fine condurrà a Lui tutti i suoi figli, perchè siamo parte di Lui e nulla andrà perso

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